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Dt 26,4-10; Sal 90; Rm 10,8-13; Lc 4,1-13

 

La liturgia ci propone in queste domeniche una autentica catechesi penitenziale.

A partire dalla tematica della fede, svilupperà quella dell’alleanza, poi quella della conversione, del perdono e infine quella della misericordia.

In questa prima domenica, la dimensione della fede attraversa tutte e tre le letture proclamate.

Il testo del Deuteronomio presenta una professione di fede con cui Israele fa memoria delle meraviglie operate da Dio in suo favore. Israele dice la fede innanzi tutto narrando una storia di fedeltà e di amore e non mediante astratte affermazioni teologiche.

Il contesto è l’offerta delle primizie, attraverso cui viene manifestata la convinzione profonda che tutto ciò che Israele possiede è dono.

Il Credo parla di un’azione divina e accompagna l’azione dell’uomo: Dio dona e Israele ri-dona, rispondendo all’amore con l’amore.

La storia diviene così il luogo della parola di Dio e della Rivelazione, la manifestazione dell’essere di Dio con l’uomo; mentre l’azione liturgica diviene l’espressione di quella circolarità di amore che caratterizza la relazione tra Israele e il suo Signore.

La professione di fede è possibile a partire dalla percezione che Dio è presente nella nostra vita e nella nostra storia come amore provvidente e salvante.

La seconda lettura contiene invece la professione di fede cristiana, che non è un momento puramente esteriore, ma coinvolge “bocca” e “cuore”, cioè tutta la persona nella sua corporeità.

La fede cristiana si apre all’universalità: se in negativo tutti gli uomini sono accomunati dallo stesso destino di morte, conseguenza del peccato, in positivo lo sono anche per lo stesso destino di vita, in forza dell’evento pasquale realizzatosi in Cristo.

La signoria di Cristo è la causa della salvezza di tutti gli uomini, perché nel mistero della croce viene rivelato un amore gratuito riservato non solo agli “amici” ma anche ai “nemici”; non solo ai “vicini” ma anche ai “lontani”.

Il vangelo infine presenta la fede di Gesù come lotta contro il tentatore e principio di decisione e di scelta.

Gesù decide e sceglie di non cercare il proprio vantaggio, ma di accogliere la croce come estrema povertà, come rifiuto degli idoli di potere e come dissacrazione della religione miracolistica.

Le “tre” tentazioni di Gesù indicano il carattere ripetuto e intenso dell’offrirsi a Gesù della possibilità di vivere la propria vocazione in autonomia, ossia nella disobbedienza a Dio e alla sua Parola.

La forza della tentazione si manifesta proporzionalmente alla essenzialità in cui Gesù si situa.

Il digiuno, la solitudine e il silenzio del deserto, così come il ricorso esclusivo alla parola della Scrittura senza alcuna parola propria, sono elementi dell’essenzialità e della radicalità cercate da Gesù.

Gesù sceglie di far regnare solo Dio sul proprio cuore.

In questo senso il racconto delle tentazioni possono essere considerate una professione di fede: la fiducia di Cristo solamente nella Parola di Dio.

Gesù vince le tentazioni custodendo la sua umanità e così custodisce anche l’immagine rivelata di Dio senza pervertirne o deturparne il volto.

La prima tentazione mostra Gesù che non assolutizza il proprio bisogno e non ne cerca una soddisfazione immediata. Gesù non evade dalla condizione creaturale dell’uomo per cui il pane viene tratto dalla terra con la fatica e il sudore del lavoro e così sfugge la seduzione di trasformare Dio in una semplice garanzia di prosperità materiale.

Nella seconda tentazione Gesù si sottrae al desiderio di comandare sul mondo, utilizzando il potere che rende schiavi. Gesù non cede al fascino del tutto, ma resta abitante del limite, custodisce l’unicità di Dio e la distanza da lui: “Solo al Signore tuo Dio ti prostrerai”.

Nella terza tentazione Gesù non cede alla seduzione del prodigioso, dello spettacolare e non si sottrae ai limiti della propria corporeità. Gesù non impone la sua messianicità con gesti straordinari che costringano a dargli l’adesione.

Gesù custodisce la limitatezza e la mortalità della condizione umana, e in questo sta il suo atto di fede.

La tentazione è vinta custodendo l’umanità, che è ciò in cui consiste l’immagine e la somiglianza della creatura con il Creatore, ed è vinta con l’obbedienza a Dio nell’umanità concreta, fragile e mortale.

Gesù si rifiuta di porre Dio là dove facilmente l’uomo lo situerebbe, cioè nel miracolistico, nel prodigioso, nello spettacolare, nel rassicurante, nel sacro, in ciò che si impone.

Dio non è sacro è santo, ovvero è desiderio di comunione non di separatezza.

È sulla croce che Gesù rivela il volto paradossale di Dio e apre la speranza della salvezza a ogni uomo.

Infatti, avverrà lì, la definitiva vittoria contro le tentazioni.

In questa Quaresima impegniamoci a nutrire il cuore con la parola del vangelo, per poter professare che Gesù è il Signore della nostra vita, prendendo posizione per lui e non rimanendo neutrali nelle scelte di vita cristiana.

Il luogo privilegiato per questa professione di fede è la preghiera che vuole essere riconoscimento di Dio come protagonista della nostra storia di salvati, ed espressione di una coscienza filiale che risponde alla sua paternità.