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Is 62,1-5;  Sal 95;  1Cor 12,4-11;  Gv 2,1-11

Sono portate a compimento le manifestazioni del Signore, inaugurate dalla festa dell’Epifania. Tali manifestazioni rispondono a un nostro bisogno: dobbiamo comprendere che Dio è scandalosamente diverso da quello che noi pensiamo.

Per questo, davanti alle Epifanie del Signore, l’uomo rimane turbato e interdetto: è stato così per Erode, davanti alla fragilità e all’umiltà di un re bambino; è stato così per Giovanni Battista di fronte a un Messia che si è posto in fila con i peccatori per attendere il suo turno ed essere battezzato; è così per il maestro di tavola che si stupisce dell’abbondanza e della qualità del vino nuovo.

Dio deve manifestarsi, perché l’uomo di fatto non lo conosce, non lo contempla nel suo vero volto.

Per noi è più semplice farci un dio a nostra immagine e somiglianza, dimenticando che siamo noi, invece, a essere stati creati a immagine e somiglianza di Cristo.

L’Incarnazione del Logos del Padre, tutta la sua vita in mezzo a noi, ha l’unico scopo di rivelarci il vero volto di Dio, perché noi possiamo ritrovare il nostro volto più autentico e gioirne.

Cana è il Principio dei segni e richiama direttamente la fine del vangelo, quando viene l’ora in cui il Signore rivela la sua gloria amandoci fino all’estremo, donandoci il suo Spirito e diventando lui stesso sorgente di acqua e sangue.

Come ricorda la Preghiera iniziale: è proprio sulla croce che si compiono le nozze tra Dio e l’umanità. Per questo il vangelo ci colloca nel terzo giorno, il giorno della risurrezione; il giorno dell’intervento salvifico e definitivo del Signore per ogni uomo.

Queste nozze messianiche segnano il nostro ingresso nel riposo sabbatico di Dio, in quel Principio in cui tutto ha avuto origine e in cui ogni realtà creata trova il proprio compimento.

Questa pagina di Giovanni fa contemplare un puro atto di amore: è Cristo che risveglia in noi la capacità di amare, che riempie il nostro vuoto, placa la nostra aridità e la nostra attesa, trasformando tutto ciò che è umano in opera bella e buona; in altre parole in una risposta di amore, in una capacità di amare a nostra volta.

E questo dono del Signore è del tutto gratuito, offerto con abbondanza senza economia; senza risparmiare neppure la propria vita per il bene dell’amato.

C’è un elemento importante in questa pagina di Giovanni che va sottolineato.

L’accorgersi della mancanza di un senso pieno della vita, di un vuoto di valori, di una scarsità di gioia, non è qualcosa di scontato.

Non solo i partecipanti alla festa, ma neppure i custodi della sua buona riuscita, si sono resi conto di questa mancanza; solo la Madre di Gesù si fa attenta e constata la penuria del vino che dà allegrezza al cuore.

Possiamo leggere in Maria l’immagine della Chiesa che siamo noi; è la comunità dei credenti che è chiamata a vegliare e a segnalare con fede il vuoto di amore che si crea nella società degli uomini.

La Chiesa, come Maria, non è chiamata a risolvere da sola i problemi; essa li affida al suo Signore.

Maria non è estranea a questa festa che sta scemando, sente sua la gioia degli sposi e si preoccupa che il loro amore si attenui.

Così la Chiesa non è lontana dai problemi della società, non si disinteressa del suo bene, ma si fa carico dei bisogni e delle necessità degli uomini, li espone a Dio, sospira l’alleanza nuova e il cuore nuovo, ponendosi in attesa dell’ora in cui le promesse del Signore si realizzeranno.

L’invito di Maria ai servi è chiaro: “Fate quello che il Signore vi dirà”.

Questo è anche l’invito della Chiesa: solo ponendosi in ascolto della Parola, che è Gesù stesso, l’ora giunge e si può attingere il vino nuovo.

Se la trasformazione dell’acqua in vino la realizza il Signore, portando a compimento la sua promessa, l’acqua però la dobbiamo mettere noi!

Dio non vuole fare il vino buono dal nulla, ma dal desiderio di vita che riempie ogni uomo. Il Signore assume e valorizza tutto ciò che è dell’uomo e della sua storia: la salvezza che offre è salvezza integrale dell’umanità.

L’attesa di salvezza va riempita con quell’attesa autentica di amore che si trova nel cuore di ogni uomo.

Guai all’uomo se rinuncia al desiderio di amore e di gioia per cui è fatto!

Spesso il cristianesimo è interpretato come una religione delle rinunce, come una fede che chieda all’uomo di abbandonare tutto ciò che può dare piacere e gioia.

Le letture di oggi ci svelano il contrario: il cristianesimo è una realtà di pienezza e di autenticità dell’uomo.

Il vero volto dell’Unico Dio è quello di un Padre che non si dà pace finché i suoi figli non abitino nella giustizia e nella salvezza; un Dio che non gioisce finché le sue creature non sono nella pienezza della gioia.

Il Signore opera per introdurci in questa letizia, nonostante tutti i nostri tentativi di spegnere la bellezza della sua creazione e di banalizzare il suo vangelo e la sua promessa.

Se è della nostra esperienza che tutto all’inizio è bello, ebbro di vita e di amore per poi decadere e invecchiare fino a esaurirsi nella morte; questa non è l’esperienza di Dio.

In Dio tutto rimane nuovo come in: questa è la gloria che si è manifestata a Cana; una gloria che è partecipata a noi come dono.

Lasciamo che il Signore trasformi tutta la nostra esistenza nel vino buono dell’amore e della fedeltà.

MM