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Is 40, 1-5. 9-11; Sal. 84, 9ab-10. 11-12. 13-14;2Pt 3, 8-14; Vg: Mc 1, 1-8.

L’evangelista Marco, dando il titolo al suo libro, proclama che esso è la buona notizia che Gesù, conosciuto come il figlio di Giuseppe di Nazaret, è il Messia atteso e il figlio di Dio.

Tutta la sua narrazione avrà lo scopo di riferire le parole e i gesti compiuti da Gesù per dare corpo a questa affermazione iniziale.

Incomincia dunque con una citazione del profeta Isaia presa dal Libro della Consolazione (cc. 40-55); in esso Dio consola il suo popolo parlando al cuore di Gerusalemme per mezzo del suo inviato e annunzia che la sua schiavitù è finita. Bisogna pensare alla gioia che esplodeva nella città quando giungeva il messaggero ad annunziare una vittoria sui nemici che la minacciavano o l’arrivo del re, che avrebbe fatto giustizia dei prepotenti. In quelle remote antichità, quando il banditore dava la notizia del prossimo arrivo del re, tutti uscivano dalle mura della città per sistemare le strade che mi conducevano così che le ruote del carro non subissero i sobbalzi di un percorso dissestato. Nel passo citato e in tutto il Libro delle Consolazioni Isaia annuncia la benevolenza del Signore, che agisce nella storia: la vittoria di Ciro segnò la fine di un lungo esilio; gli israeliti deportati potevano finalmente fare ritorno alla terra che i padri avevano dovuto lasciare in catene: era l’inizio di una nuova stagione piena di promesse. Perciò il Profeta con il suo annuncio ridesta la speranza e la voglia di riprendere a vivere da uomini liberi. Ma quell’invito a uscire dalla città verso il deserto, incontro al Signore, era anche una metafora per indicare l’urgenza di una conversione profonda: il Signore chiedeva di intraprendere un cammino di conversione e di santità, perché egli aveva detto al suo popolo: “Siate santi, perché io, il Signore, sono Santo” (Lv 19,2).

L’urgenza della conversione è sempre presente nell’annuncio dei profeti; Israele ha continuamente bisogno di purificazione, perché l’Alleanza stabilita con Dio viene osservata stancamente, e spesso tradita.

«Voce di uno che grida». Marco propone un rapido ritratto di Giovanni il battista; egli si presenta a Israele come uno dei profeti del tempo antico; la descrizione che egli ne fa ricorda da vicino il profeta Elia, che aveva parlato nel nome del Signore nel regno di Israele, al Nord, dove la terra è più fertile, maggiore la ricchezza e gli scambi culturali più frequenti; egli aveva operato in un tempo di corruzione in cui si dava culto agli dei che venivano dalla fenicia e, mosso dallo zelo per il Signore, aveva osato sfidare la regina Gezabele e uccidendo i sacerdoti di Baal, la divinità fenicia di cui essa aveva favorito il culto (cf 1Re 18,40).

Il Battista è descritto come un uomo selvatico: ha sulle spalle un mantello di pelli di cammello, che è una sorta di divisa per profeta, si nutre di miele e di locuste, i cibi offerti dalla natura dei luoghi aridi, abita nel deserto, dove Dio ha parlato al suo popolo e dove Israele ha ricevuto in dono l’alleanza, predica ai guadi del Giordano, il fiume che segna il confine tra il deserto e la terra che Dio ha assegnato al suo popolo; quel fiume fu attraversato sotto la guida di Giosuè, il quale rinnovò l’Alleanza nell’assemblea di Sichem. Perciò il luogo nel quale Giovanni svolge il suo ministero profetico, è altamente suggestivo: ricorda le origini, la fedeltà di un tempo, quando Israele viveva ancora sotto le tende e ogni giorno scrutava l’orizzonte per scorgere il profilo di quella terra di pace e di libertà che Dio aveva promesso.

Coloro che, lasciando la città e i villaggi, accorrono a lui ne comprendono il messaggio; andando al Giordano, raggiungono il confine con il deserto dove il Signore parlerà al loro cuore (cf Os 2,16); immergendosi nelle acque del fiume e ricevendo il battesimo da Giovanni, essi compiono un rito di riconciliazione che purifica e li dispone a intraprendere un cammino di fedeltà all’Alleanza; al Giordano ritrovala la storia viva del popolo e della fedeltà del Signore, ricordano l’ingresso nella terra promessa, quanto Israele traversò il fiume a piedi asciutti perché l’acqua che veniva da monte si era arrestata dinanzi all’arca di Dio portata dai sacerdoti. Dunque era un gesto di purificazione, un ritorno alle origini e all’amore della giovinezza.

Ma il messaggio di Giovanni non è più soltanto un invito alla fedeltà come quello dei profeti prima di lui: esso ha in sé una carica unica perché è portatore di un annuncio che la storia attendeva da sempre; egli non annuncia un futuro ancora lontano e affidato alla speranza, bensì il suo compimento; egli afferma: “Viene uno che è più forte di me; uno al quale io non sono degno di sciogliere i legacci dei sandali“.

Gesù è lo sposo di Israele. Giovanni è consapevole di parlare e agire con l’autorità di Dio e annuncia che sta per venire uno con una autorità maggiore alla sua, che pure è un profeta, e usa l’immagine del sandalo. Si potrebbe pensare al servo che sta alla porta e che scioglie le calzature del padrone quando giunge alla casa, così che possa lavarsi i piedi dalla polvere del cammino. Se dunque Giovanni che è riconosciuto da tutti come l’uomo di Dio si ritiene indegno perfino di rendere un servizio così umile a colui che sta per venire, questo lascia intendere la grandezza del personaggio atteso. Ma più propriamente l’immagine usata dal Battista rimanda allo sposo; colui che aveva il dovere di prendere in sposa la donna rimasta vedova, cioè il Go’el o Salvatore, se avesse voluto rinunciare al suo diritto, si sarebbe sciolto un sandalo e l’avrebbe dato a quello che gli subentrava nel diritto (cf Rut 4,7-8). Ma colui che sta per venire, è lo sposo atteso di Israele e non rinuncerà al suo diritto, né mai alcuno potrà contestarglielo o usurparglielo: nessuno avrebbe potuto ardire di sciogliergli il sandalo. E Giovanni per primo lo riconosce e lo annuncia.

Gesù è il Messia, cioè colui che Dio ha scelto come pastore del suo popolo e lo ha unto (l’unzione è il segno della speciale predilezione di Dio, che scende su di lui con il suo Spirito che è come l’olio, che penetra anche nella pietra; per questo i sacerdoti e i re venivano unti con l’olio, per indicare che lo Spirito di Dio era in essi), cioè gli ha dato il suo Spirito per condurre Israele come fa il pastore con le pecore e per riconquistare la libertà perduta a causa dell’infedeltà. Quando Giovanni compare con il suo annuncio, la figura del Messia era diventata qualcosa di mitico; i secoli l’avevano colorata di molte attese così da farne una sorta di leader politico che avrebbe finalmente esaudito l’ansia di riscatto di una Nazione. A partire dall’immagine presente nel profeta Daniele, il Messia era vagheggiato come un personaggio celeste, dalle origini misteriose, che sarebbe venuto con potenza a umiliare i nemici del popolo di Dio mettendoli in fuga e restituendo alla Nazione santa lo splendore del tempo dei re Davide e Salomone. Vi era chi sosteneva che il Messia sarebbe giunto solamente quando tutto il popolo si fosse veramente convertito, cioè fosse diventato veramente osservante della legge in ogni sua prescrizione. Per questo i farisei, che erano i più osservanti, disprezzavano i “peccatori”, cioè quelli che non rispettavano la legge e i precetti e li guardavano come dei nemici. Giovanni battista, dal canto suo, invita alla conversione, perché la speranza sta per compiersi: il Messia sta per rivelarsi e stupirà tutti.

Gesù è il Figlio di Dio. Ma l’evangelista Marco, nel titolo del suo libro, aggiunge che il Messia è Figlio di Dio. Egli non intende usare questa espressione nel modo in cui essa veniva riferita alla persona del re o del popolo di Israele nel suo complesso. Come mostrerà nel suo Vangelo, Gesù è il Figlio di Dio in una maniera singolare, sicché questo appellativo propriamente si può applicare soltanto a lui e sarà l’espressione che ricorrerà sulle labbra del centurione a capo del drappello dei soldati incaricato di crocifiggere Gesù (cf Mc 16,39) al termine del suo racconto. Gesù è veramente il Messia, il Figlio di Dio venuto nel mondo per stabilire con gli uomini un’alleanza nuova e perenne, la cui forza è posta non nella capacità dell’uomo, ma nella fedeltà di Dio.

L’annuncio del Battista varca il tempo e le generazioni e oggi raggiungere la comunità cristiana che ha iniziato un nuovo anno liturgico. è la buona notizia attesa; è un appella alla conversione, che consiste nel rinnovare la decisione di mettersi a seguire Gesù riconosciuto come il Messia atteso e il Salvatore.

La vita quotidiana diventa così il luogo della conoscenza del Signore, la casa nella quale vivere e gustare la confidenza con lui.

Preparare la strada, raddrizzare i sentieri. Accogliere questo invito significa uscire dalla proprie sicurezze e rimettersi in gioco accettando l’idea che bisogna continuamente riconquistare la propria libertà interiore e imparare a guardare le cose in modo differente per maturare prospettive diverse, aperte alla forza creatrice del Signore.

Immergersi nel Giordano significa ritornare alla fonti, ritrovare la freschezza della fede nel Signore, appannata e talvolta perfino spenta. Accogliere l’annuncio di Gesù, Messia e Figlio di Dio, vero Sposo di Israele, che viene a comunicare il suo stesso Spirito, vuol dire rinunciare a salvarsi da sé e lasciarsi salvare da un altro. Questa salvezza – che nell’immediato può essere il ritorno della fiducia, della creatività, della voglia di lavorare e anche di combattere per qualcosa di bello – passa attraverso l’accoglienza della parola di Gesù e l’impegno a seguirlo scegliendo lui solo come Maestro e Signore. Chi decide di stare con lui, con lui condivide ogni cosa: lo incontra nella preghiera assidua e fiduciosa, gli pone domande e gli apre il cuore… gli diviene familiare e impara a trattare delle cose della vita di ogni giorno – umili o grandi – con profonda libertà interiore, determinato a compiere ciò che apparirà più conveniente per il bene più grande.

Decidersi per il Signore è scegliere di non lasciarsi abbagliare dalle illusioni, perché uno soltanto è il Messia salvatore; è non avere padroni, perché uno soltanto è il Figlio di Dio e Signore; è essere persone libere, perché soltanto Colui che viene è Maestro e insegna la Sapienza che illumina il segreto della storia.