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At 2,42-47; Sal 117,2-4.13-15.22-24, 1 Pt 1,3-9;Gv 20, 19-31

E’ una caratteristica delle pagine pasquali quella di non aprirsi come, appunto, pasquali, ma, al contrario, di aprirsi presentando una situazione completamente opposta, dalla delusione (i discepoli di Emmaus), al pianto (le donne al sepolcro), perfino alla paura. Qui la scena si apre si di una comunità rinchiusa in un luogo ben chiuso, cioè al sicuro, al riparo cioè dal probabile e imminente arrivo delle “forze dell’ordine”, i romani e i collaborazionisti, quelle stesse che avevano giustiziato il loro sedicente capo e maestro. Impauriti per la sua fine, temevano di ripeterla; inoltre, non si tratta di una comunità pacificata, ma, al contrario, di un gruppo profondamente diviso e rancoroso. Non è forzare i testi, ma semplicemente penetrarli, immaginare come potevano guardarsi gli uni gli altri: Pietro – proprio un bel capo, una bella pietra e roccia sulla quale costruire la comunità! – due sere prima aveva rinnegato il suo maestro, e gli altri non erano stati migliori. Alla faccia delle belle promesse, in fondo cariche di supponenza: “se anche gli altri ti abbandonassero, io non ti abbandonerò mai”; gli altri – sottintende Pietro –  forse, perché inferiori, ma io, io sono il capo, me l’hai detto tu (“Tu sei Pietro, e su questa pietra…”); e gli altri, tutti i fuggitivi, chissà quante accuse: proprio un bel capo, una vera roccia, complimenti…

Tra questi, si mostra Colui che è la nostra pace: la parola è ripetuta due volte, stratagemma retorico per indicare che qualcosa sta cambiando profondamente, che si gira una pagina. “E i discepoli gioirono al vedere il Signore”: l’incubo che avevano vissuto, l’angoscia che li opprimeva, era  svanita, come un sogno passato. Il male, il rinnegamento, l’apparente vittoria del male, era sì avvenuta, ma solo per mostrare che Dio, nella sua onnipotente e misericordiosa fedeltà, aveva voluto che proprio in tal modo si mostrasse il suo amore, per noi, cioè accettando, accogliendo in sé in male e il tradimento, estinguendolo nella propria carne crocifissa. Questo dicono le mani e il costato, che il Signore mostrò loro. Questo è, come farà Tommaso alla fine del brano di oggi, “mettere le mani nel suo costato”, toccare il suo Cuore.

Giovanni ci presenta due grandi icone del Cuore di Cristo, perfettamente sovrapponibili, l’una impensabile senza l’altra: la prima, al cap. 19, l’episodio della trasfissione, mostra il Cristo in piedi, perché sulla croce, avvolto dalle tenebre del Venerdì santo, della notte del male e del peccato dell’uomo, la seconda, appunto questa, al capitolo successivo, mostra lo stesso Cristo, ancora in piedi, ma in piedi perché risorto, avvolto nella luce della pasqua, della vittoria che Dio ha operato per mezzo suo. Le due immagini sono come il positivo ed il negativo di una stessa fotografia, ed entrambe hanno come centro il Cuore trafitto, cioè, nel simbolismo biblico, Colui che è la vittima immolata, l’Agnello della Pasqua, il sangue dell’aspersione per l’alleanza nuova ed eterna, il giusto, come agnello mansueto condotto al macello al quale non sarà spezzato alcun osso. Paolo sintetizza tutto in “mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2, 20), perché è lo Sposo che dona il suo corpo per me, sua sposa. E così “sono giunte le nozze dell’agnello , la sua sposa è pronta”. E questa è la sposa, la sua Chiesa, ognuno di noi: non una fanciulla verginale e radiosa, ma la verità concreta di noi stessi, delle nostre vite spezzate dai peccati nostri e da quelli che gli altri compiono su di noi e a nostro danno. Eppure la storia non è terminata qui. I peccati sono stati rimessi.

E poiché ci sono stati rimessi, possiamo rimetterli. Toccando il costato di Cristo, mettendo la mano sul suo cuore, scopriamo che “non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi” ( 1 Gv 4, 11); e di qui possiamo imparare ad amare, e infatti “noi amiamo perché Lui ci ha amato per primo” ( 1 Gv 4, 19). Perdonati, possiamo perdonare. E lo possiamo fare non per dovere, non perché “si dee”, non perché è un comando: Gesù risorto non comanda niente – altrimenti saremmo punto e a capo, come ai tempi di Mosè – ma apre una nuova possibilità. La rimessione dei peccati qui conferita non è solo il fondamento del “potere delle chiavi” affidato ai sacerdoti di rimettere i peccati; quelle chiavi per scogliere i nodi dei nostri rapporti interpersonali bloccati e paralizzati da rivalità e da rancori – peraltro giusti, il che è proprio quanto ci impedisce di scioglierli – sono date a tutti noi. Poiché ingiustamente ci è stato perdonato, possiamo ingiustamente perdonare: sembra un paradosso, ma è la pasqua. Paolo dirà che Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza per usare a tutti misericordia: questo avviene superando la legge, ossia la giustizia umana e le sue esigenze, e così compiendola davvero. La Pasqua è la scaturigine della divina misericordia, data a noi perché diventiamo misericordiosi come Lui lo è con noi.

Un esercizio spirituale potrebbe essere quello di dire, nel silenzio delle nostre anime, a ognuno e a tutti quelli che ci hanno fatto del male, le stese parole che ci siamo sentiti dire tante volte: “Io ti assolvo”. Non con la nostra forza, ma, appunto, nel nome nel Padre, che ci ha amato, del Figlio, che ci ha redento, dello Spirito, che ci ha consacrato.

ODB