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At 3, 13-15. 17-19. Sal. 4, 2. 4. 7. 9. 1Gv 2, 1-5a. Lc 24, 35-48

Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro

È il momento nel quale nella comunità i discepoli si scambia la testimonianza del Risorto. Per i due di Emmaus è il racconto di un incontro inatteso e sorprendente e di un’esperienza che si è fatta strada lentamente nel loro cuore fino al riconoscimento del Signore vivente in quel misterioso pellegrino che si era accompagnato a loro lungo la via del ritorno a casa. Gesù è entrato di nuovo nella loro vita, sconvolgendola.

«credevano di vedere un fantasma»

È la reazione sbigottita dinanzi alla novità inaudita della risurrezione. Davanti ai discepoli vi è il Signore vivo. Essi lo avevano veduto umiliato e vinto, appeso alla croce nel supplizio infamante dei peccatori abbandonati da Dio, poi il suo corpo era stato deposto nel sepolcro: della sua morte erano certi. Dunque – così avevano creduto – quella che appariva al loro sguardo poteva essere solamente un’immagine frutto dell’illusione. La comunità di Luca, nutrita di cultura ellenistica, poteva concepire uno spirito separato dalla materia, ma non che uno spirito, libero dalla prigione del corpo, potesse di nuovo costituire un’unità con esso. Il racconto che segue è destinato a confermare la comunità che la risurrezione di Gesù è un fatto e l’esperienza di coloro che lo videro non era un’allucinazione.

«Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho»

Gesù risponde al timore dei discepoli rassicurandoli: quello che vedono non è illusione, ma realtà: egli è vivo. Gesù indica il segno certo per riconoscerlo nelle ferite che gli sono state inflitte e che resteranno per sempre. Se si fosse trattato di un miraggio, i discepoli non avrebbero immaginato il loro Maestro con i segni dell’infamia sulle mani e sui piedi; dunque, colui che si presenta allo sguardo attonito dei suoi è veramente Gesù vivo nel suo vero corpo e può essere visto e toccato. Poi, siccome la percezione della vita che l’uomo possiede è quella di se stesso, con il bisogno di mangiare e di bere, per convincere della realtà di ciò che i discepoli vedono, Luca aggiunge l’offerta del pesce arrostito ed essi potranno affermare di avere mangiato con lui dopo la sua risurrezione dai morti. Ma la vita del risorto non è più quella di prima, perché la risurrezione non è una “rianimazione”; il suo corpo, trapassato dai chiodi e dalla lancia, non è più sottoposto alla legge della creazione, tanto è vero che Gesù «appare» in mezzo ai suoi all’improvviso e non entra attraverso la porta della casa. La vita di Dio nessuno la può spegnere, perché è l’amore che rimane fedele anche di fronte al rifiuto mortale degli uomini: è quella vita diversa che vibra in Gesù e vince la morte nel suo corpo crocifisso; perciò il corpo ferito dai chiodi e dalla lancia è l’immagine perenne dell’amore infinito di Dio che riconcilia con sé l’uomo peccatore, perché lui è un Dio fedele. L’esperienza dei discepoli, è vissuta con la pienezza della loro capacità di conoscere e genera in essi la certezza assoluta di avere incontrato il Signore vivo, dopo la sua passione. I discepoli hanno vissuto un’esperienza che li fa certi oltre ogni possibile dubbio.

«bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me … Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture »

E a conferma di ciò che i loro sensi e l’intelligenza percepiscono, Gesù apre la comprensione della Scritture. È un’intelligenza nuova, che sa cogliere nei fatti accaduti a Gesù il compimento delle Profezie, dunque del piano eterno di Dio manifestato attraverso i Profeti. Come sempre è la scrittura il testimonio definitivo.

«voi siete testimoni». Adesso sono i discepoli i nuovi Profeti, inviati al mondo per far conoscere la bontà infinita di Dio, che vuole trarre gli uomini dalle tenebre alla luce.

«il Cristo dovrà patire… »

La passione, con il suo carico orribile di violenza viene presentato come una necessità. Nella predicazione della Chiesa molto spesso tale necessità è stata letta come il passaggio necessario per restaurare la giustizia: Gesù ha salvato l’uomo patendo la condanna al suo posto. In questa prospettiva la misericordia che Dio usa verso l’uomo ha come prezzo una giustizia inflessibile e sanguinaria. Questa interpretazione risponde allo schema della giustizia umana celebrata nei tribunali: ogni torto va pagato.  

Alla sensibilità odierna risponde maggiormente un approccio diverso: quello secondo il quale era necessario che Dio mostrasse il suo volto di Padre buono e misericordioso proprio attraverso la passione di Gesù. In lui Dio mostra che non viene meno al suo amore neppure davanti alle accuse ingiuste, che lo hanno fatto apparire come un malfattore; si mantiene fedele all’uomo anche nel dolore straziante dei tormenti e della croce, da dove ha rivolto al Padre la preghiera: «Perdonali, perché non sanno quello che fanno». Era necessario, il Cristo doveva patire… perché il mondo potesse conoscere l’infinito amore di Dio e fosse certo della sua misericordia senza limiti. È questa certezza – la certezza di colui che si sa in debito e sperimenta la compassione – che pacifica l’anima e la dispone a sua volta al perdono e alla riconciliazione. Ed era necessario che Gesù tornasse dai morti a portare agli uomini il dono della pace ai cuori angustiati dalla coscienza di averlo abbandonato, rinnegato e tradito. Era necessario che Gesù stesso venisse a dire che egli non porta rancore. È per questo che ognuno in ogni tempo può volgere lo sguardo a colui che è stato trafitto e riconoscere in lui il Signore della misericordia e del perdono che dà la vita e restituisce la gioia di vivere.

«io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso»

Ciò che Gesù ha fatto con i Discepoli continua nella Chiesa: lo Spirito Santo dona a coloro che credono in Cristo quella conoscenza di Dio e della vita che non viene dalla sapienza degli uomini, ma dallo stupore della visione.

«voi restate in città»

I due di Emmaus erano fuggiti da Gerusalemme, la città violenta, che uccide i Profeti e mette in croce il Figlio, credendo di dare lode a Dio. La Comunità non deve scappare dal pericolo, ma resistere mantenendosi docile allo Spirito santo, che traccerà sentieri nuovi nella storia vecchia e stanca degli uomini.

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Il capitolo 24 di Luca sembra incluso tra due punti: il primo è costituito dalla “fuga” dei due discepoli che lasciano Gerusalemme diretti a Emmaus; il secondo è dato dal comando di Gesù di “restare” in città finché non siano «rivestiti di potenza dall’alto».

I discepoli vedono il risorto, ma la loro mente è turbata dal dubbio: «Credevano di vedere un fantasma». È lo stesso problema della comunità, che non riesce a spiegarsi come possa essere la resurrezione e teme di illudersi, coltivando sogni. Infatti, pur credendo nell’immortalità dell’anima, la sola realtà che possono immaginare, dopo la morte, è quella di un corpo evanescente, come poteva essere quello di Samuele, evocato dalla maga di Endor (cf 1Sam 28,12-14). Luca insiste a dire che Gesù è risorto col suo vero corpo, sì che lo si può «vedere e toccare» e che addirittura “mangia” del pesce che gli viene offerto: quello che i discepoli vedono, insomma, è il Maestro che avevano conosciuto e che avevano visto, alla fine, appeso alla croce come uno che sembrava «maledetto, percosso da Dio e umiliato». Questo è il senso del racconto, destinato a suscitare negli ascoltatori la stessa fede dei discepoli, ai quali viene altresì suggerito dove e come possono ripetere l’esperienza dei primi, che ricevettero la visita del Risorto: la comunità riunita nell’ascolto della Parola di Dio.

La testimonianza decisiva della resurrezione di Gesù, infatti, è quella della Scrittura giacché essa è parola di Dio. Perciò Gesù insegna ai suoi come le Profezie si riferissero a lui. Mentre i suoi accusatori si appellavano alle Scritture per affermare che egli non veniva da Dio, Gesù, citando la stessa Scrittura, dimostra che tutto era stato già detto e che quanto gli era accaduto, e che agli occhi degli uomini appariva come sconfitta e maledizione, in realtà non era che compimento della Parola di Dio: «bisognava che si compissero tutte le cose scritte su di lui». Ma questa particolare comprensione è dono dello Spirito Santo.

Dunque, la Chiesa trova la testimonianza più forte della resurrezione di Gesù e la garanzia che egli è Messia e Signore nella Scrittura, il cui compimento viene riconosciuto nella passione e morte del Signore.

Oggi il problema del credente può essere quello di riconoscere la presenza del Signore in un mondo e in un contesto ecclesiale nel quale sembra che tutto sia precario e votato alla sconfitta. Oggi sembrano vacillare le modalità storiche della presenza della Chiesa. È dunque il tempo di una grande purificazione, che si traduce nel recupero dell’essenziale, a partire dal messaggio che costituisce la buona notizia. Quello che, nel tempo, è divenuto la forma con la quale la Chiesa si propone al mondo (almeno in Occidente) – cioè una struttura forte del numero dei suoi aderenti, dell’organizzazione ben strutturata e anche del peso culturale decantato da secoli di tradizione – è scosso in maniera impressionante. A una comunità unita dalla paura dei nemici all’intorno e terrorizzata dal crollo delle sue illusioni, Gesù si presenta con i segni della passione, che sono il segno e il prezzo della fedeltà al Padre e agli uomini.

Gesù rassicura che è quella la missione della Chiesa e la via sicura della salvezza.

Non sarà mai un problema se le strutture collasseranno (spesso sotto stesso peso) o se il rifiuto del mondo diventerà persecuzione. Il vero problema sarebbe che la Chiesa smettesse di essere fedele a Dio e all’uomo per salvare le proprie strutture, il proprio spazio e potere. Ciò che sostiene la Chiesa è lo Spirito del Signore, che la innerva e la rende viva e credibile.

Se dunque la Comunità si accorge che aveva finito per confidare più nelle strutture che aveva consolidato nel tempo piuttosto che nella presenza del Signore risorto in mezzo ad essa, è venuto il tempo di rovesciare la prospettiva: è solo il Signore la fonte della salvezza e le strutture sono niente di più che degli strumenti.

La comprensione profonda di queste cose è un incontro col Risorto e spinge a tornare con vigore sul cammino percorso nel lamento per annunciare che colui che era stato creduto morto è vivo ed è in mezzo alla Comunità.