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At 5,12-16, Sal 117, Ap 1,9-11.12-13.17-19 , Gv 20,19-31

Il vangelo ci colloca in un tempo preciso: “il primo giorno dopo il sabato”: è il dies dominicus – il giorno dell’incontro con il Signore risorto.

La liturgia ci ha fatto vivere tutta questa settimana dell’Ottava di Pasqua, come un solo giorno, ritmato dal versetto alleluiatico: “Questo è il giorno fatto dal Signore” in cui bisogna rallegrarsi ed esultare.

Con la risurrezione di Cristo l’umanità è entrata nel giorno Ottavo, nel giorno senza tramonto per celebrare Colui che è il Primo e l’Ultimo, il Vivente che ha sconfitto la morte!

Eppure il vangelo di oggi, parla subito di paura: Giovanni ci dice che le porte del luogo in cui si trovano i discepoli erano chiuse per paura dei Giudei.

Tutto è stato ricapitolato in Cristo, il Signore risorto ha già vinto il mondo; ma noi conosciamo ancora la paura della morte, la paura di ciò che è il contrario a Lui che è il Vivente.

Il Vangelo allora racconta anche le nostre paure.

La paura dei discepoli di un mondo difficile, minaccioso, violento, imprevedibile, attraversato da progetti di morte; un mondo che incute angoscia e sembra suggerire proprio l’idea di cercare un posto lontano da tutto, dove stare tranquilli e trovare la nostra pace.

Le porte chiuse, però, non sconfiggono la paura, il dubbio, la diffidenza. Anzi la aumentano!

La paura finisce per annunciare che la morte ha l’ultima parola sulla vita e sul mondo, che è la legge più alta, ineluttabile e immutabile che governa il creato.

La paura diventa morte e la morte testimonia che Dio non esiste; che tutta questa storia che parla del creato, della gioia e della luce della vita è pura menzogna.

Per questo il Signore viene per liberarci dalla paura, soprattutto dalla paura della morte, che genera divisione; dall’ateismo che serra il nostro cuore.

Gesù entra in quel luogo sigillato dalla paura. È l’amore, che riesce ad aprire i cuori chiusi e a trasformarli.

Gesù non rimprovera i suoi discepoli; piuttosto dice loro: “Pace a voi”. La prima cosa che il Risorto dona è la pace.

Solo così ci può liberare dalla paura, dalle agitazioni, da un cuore sempre inquieto.

Non libera con un ordine, ma amandoci, donando la pace, oggi, nel nostro oggi!

Lui stesso è la pace: è l’amore che ha vinto l’inimicizia perché non ha salvato se stesso e ha pregato anche per chi lo condannava.

È la pace perché ha sconfitto la violenza riponendo la spada; ha vinto il tradimento con il perdono; ha piegato l’inimicizia con l’amore; ha trasformato la croce e l’abbandono, con una speranza piena nella fedeltà del Padre.

La sua pace non è una porta chiusa, ma quella aperta del sepolcro.

Non c’è pace nella solitudine. Per questo la comunione è un dono peculiare del Risorto!

Siamo amati per amare, inviati per donare pace!

La pace della domenica non va tenuta gelosamente per se stessi, ma la si deve comunicare.

Il Signore risorto chiede a tutti di trasmettere pace e amore. Tutti possiamo dare pace e perdono. E tutti ne abbiamo bisogno!

E i discepoli guariti nelle loro paure lo fanno subito con Tommaso. “Abbiamo visto il Signore” e te lo comunichiamo.

Tommaso, però, è un uomo rassegnato, deluso: crede solo a quello che tocca lui, che lo coinvolge direttamente, che possiede. Tutto il resto non esiste.

Tommaso non si fida più di nessuno. Crede di sapere come vanno le cose e non vuole più abbandonarsi alla fiducia.

Tommaso aveva creduto alla speranza e invece il maestro era morto. Per Tommaso tutto è finito!

Anche Tommaso è un uomo vinto dalla paura, dall’ateismo del cuore: dalla paura di ingannarsi nuovamente, di sperare contro ogni speranza.

Per Tommaso la morte ha già vinto e domina il mondo: questo è ciò che vede, che tocca che crede! Questa è la sua esperienza di uomo.

La rassegnazione spegne la gioia e non fa prendere sul serio le parole dei fratelli e lo Spirito del Signore.

Per questo Gesù torna di nuovo, per trasformare ciò che è morto in vita, ciò che è sconfitta in vittoria.

L’incredulità di Tommaso diventa una via per introdurlo nel Regno e per guarirlo dalla sua disperazione e rassegnazione.

Gesù mostra le sue ferite: sono il trofeo della nostra salvezza, perché in lui la morte è divenuta un atto di vita, in quanto con l’offerta di se stesso, con il suo amore e la sua luce, ha colmato lo iato, formato dal peccato, tra l’umanità e il padre.

Gesù Risorto comprende la fatica di Tommaso, i suoi dubbi, la sua rassegnazione. Gesù Risorto non ci giudica, ci guarisce!

Gesù non propone a Tommaso una dimostrazione o un ragionamento: gli mostra i segni della violenza perché si commuova e riconosca come l’amore sana anche quello che il male ha provocato in maniera che appariva definitiva.

Gli mostra che anche le sue piaghe sono guarite, sono gloriose, sono sanate dal perdono e dalla misericordia.

Il passaggio dall’incredulità alla fede passa attraverso un’esperienza di amore e di accoglienza; un’esperienza che può essere vista, toccata e creduta.

Di fronte all’amore del suo Signore Tommaso si è arreso, ha creduto, ha donato se stesso e in quell’istante ha guadagnato la libertà, la felicità, la gioia in cui aveva rifiutato di credere.

Veramente Tommaso è stato guarito dalle piaghe gloriose del Signore!

Se domenica scorsa il nostro sguardo ha contemplato Cristo risorto, questa domenica contempla l’umanità incredula, malata di ateismo, risorta con il Signore.

In questi otto giorni è dunque descritto il nostro possibile cammino di crescita, dall’incredulità e dalla durezze di cuore all’esclamazione piena di gioia:

Mio Signore e mio Dio, mia vita e mio tutto, mio liberatore, con la tua morte davvero hai vinto la mia morte e con la tua risurrezione ha donato a me la vita.

Questo è ciò che celebriamo ogni domenica e ciò che dobbiamo testimoniare con la nostra vita, perché tutti vedano la salvezza, la tocchino e credano in essa!

 

MM