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Gen 22, 1-2. 9a. 10-13. 15-18; Sal. 115, 10 e 15. 16-17. 18-19; Rm 8, 31b-34; Mc 9, 2-10.

Durante la quaresima il credente compie un cammino di penitenza e di purificazione verso la Pasqua del Signore per accogliere di nuovo l’annuncio che Cristo è risorto dai morti. È la Buona Notizia, il cuore dell’annuncio cristiano; S. Paolo scrive ai Corinzi: «… se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati» (1Cor 15,17).

Qui si innesta la domanda che i discepoli, discendendo dal monte assieme a Gesù, si facevano tra sé; si chiedevano infatti «Che cosa volesse dire risuscitare dai morti». I protagonisti del racconto sono quegli stessi tre discepoli che saranno più vicini a Gesù nell’orto degli ulivi e videro con sgomento la sua umanità abbattuta dall’angoscia. La domanda era viva nelle comunità paoline, tanto è vero che l’Apostolo si sofferma su di essa con una catechesi articolata e risponde con l’esempio del seme, che viene piantato nella terra e da esso nasce la pianta: «… quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco, di grano per esempio o di altro genere. (…)  Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale. (…) E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste. (…) Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata ingoiata per la vittoria.» (1Cor 15,37.42-44.49.54). La risurrezione è la “cosa nuova” promessa dal Signore (cf Is 43,19) e Gesù, il Figlio prediletto, è il primo di una lunga schiera di risorti. Ma per risorgere con lui bisogna essere innestati in lui, essere suo corpo. Questo mistero si è compiuto nel battesimo, che richiede la coerenza della vita.

Allora il racconto della trasfigurazione del Signore sarà da contemplare tenendo sullo sfondo il dramma del Calvario. La domanda dei discepoli e di tutti i credenti potrà essere illuminata dalla luce che emana da questi “monti”. La fede, infatti, è un dono di Dio ma deve essere alimentata dalla meditazione attenta della sua Parola, che nel racconto è rappresentata da Mosè e da Elia. Gli eventi contemplati e dai quali lo sguardo si ritrae spaventato – perché nessuno può vedere Dio e restare vivo – si dischiudono alla luce degli oracoli e delle immagini con le quali Dio si è manifestato al suo popolo. Il mistero rimane, ma poiché in lui è la sorgente della vita, alla sua luce ognuno potrà vedere la luce (cf Sal 35,10).

Il racconto del Vangelo si colloca dopo il drammatico incontro di Cesarea di Filippo, nel quale Gesù aveva annunziato ai Dodici la prospettiva infamante della croce e il “fallimento” della predicazione del regno. Su questo monte – il Tabor – il Padre fa sentire la sua voce, che accredita Gesù come il Figlio di cui si compiace perché presto, su un altro monte, a Gerusalemme, egli ne porterà a compimento il disegno, quello di dare vita eterna all’uomo fatto di terra.

Questa è volontà del Padre, che si compirà attraverso l’abbassamento alla condizione di uno schiavo e l’infamia della croce. Gesù lo intuisce dai segni che si vanno addensando attorno a lui: crescono le ostilità e gli oppositori vengono sempre più allo scoperto; il Padre gli chiede una fedeltà che viene sistematicamente ostacolata da coloro che hanno fatto della Legge la prigione di Dio e dell’uomo e anche dagli apostoli, che faticano ad accogliere l’annuncio della passione, legati come sono a una prospettiva trionfalistica della salvezza. Ma Gesù è il Figlio fedele, che vuole compiere fino in fondo la volontà del Padre, anche se ormai su di lui incombe l’ombra della croce.

«Dopo sei giorni» dalla confessione di Pietro a Cesarea di Filippo, dunque, Gesù sale sul monte, che è sempre visto come il luogo più vicino al cielo, perciò il punto di incontro dell’uomo con Dio, e mostra la sua gloria ai discepoli che sono con lui. Il monte è un luogo appartato, che ricorda quello nel quale Gesù sosta in preghiera (cf Mc 1,35) e dove aveva chiamato a raggiungerlo quelli che egli aveva scelto perché stessero con lui e per mandarli a predicare (cf Mc 3,13); il monte ricorda ancora il luogo in cui aveva invitato i discepoli, che tornavano stanchi dalla missione, affinché stessero con lui e riposassero un po’ (cf Mc 6,31); e ricorda il luogo remoto dell’intimità e del silenzio, nel quale Dio porta Israele, per parlare al suo cuore (cf Os 2,16); tutto ciò rimanda, infine, il tempo dell’Esodo e al Sinai, il monte dal quale Dio aveva fatto udire la sua voce, si era fatto conoscere a Israele e ne aveva fatto la sua gelosa eredità. Durante quel viaggio lungo e fitto di insidie e di prove Mosè aveva rivolto al Signore la domanda che è nel più intimo del cuore dell’uomo: «Signore, mostrami la tua gloria!» (cf Es 33,18-23); ed Dio gli aveva risposto: la Scrittura racconta che Dio lo pose nella cavità della roccia, lo protesse con la sua mano e passò davanti a lui, «Vedrai le mie spalle – gli disse – ma il mio volto non si può vedere».

Su questo monte i tre fissano i loro occhi sulla Gloria: dovranno essere pronti per un’altra tremenda “trasfigurazione”, infatti dal Tabor si staglia già il profilo inquietante del Calvario, l’altro monte sul quale si compirà il sacrificio che nella trasfigurazione viene solo annunciato; sul monte alto, infatti, i tre apostoli ascoltano la voce del Padre che pronuncia parole echeggianti quelle udite da Abramo, quando Dio gli chiese il sacrificio del figlio Isacco: «Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami…» (Gen 22,2). Sul Moria al posto di Isacco venne immolato l’ariete; sul Calvario il Figlio non sarà sostituito e diventerà il sacrificio dell’Alleanza definitiva. Dio sacrifica il suo Figlio … Avviene un rovesciamento folle: non è l’uomo che nella vittima offre a Dio tutto il creato e anche se stesso, ma è Dio che si dà all’uomo, si fa patto indelebile nel sangue versato e banchetto di vita eterna.

Le vesti di Gesù divengono bianchissime… Il bianco è il colore della vittoria: nell’Apocalisse, i martiri seguono l’agnello vestiti di bianco. È ancora il colore del manto dell’agnello senza macchia, che si deve sacrificare nella cena pasquale. (L’imperatore di Roma nel trionfo vestiva una tunica di lana bianca e sulle spalle portava il manto purpureo).

Mentre Pietro vuole costruire delle tende – un accenno alla festa delle capanne nella quale si ricordava la permanenza di Israele nel deserto sotto le tende, durante la peregrinazione alla conquista della terra (?) – quasi a sottolineare il carattere messianico di Gesù, secondo le attese tradizionali, la presenza di Mosè e di Elia rimanda a una interpretazione nuova e diversa del messianismo di Gesù, confermata dalle parole del Padre. La presenza di Mosè ricorda la Legge dell’alleanza e anche il serpente di rame innalzato sull’asta, perché chiunque fosse stato morso dai serpenti, guardandolo con fede, avesse salva la vita; Elia il profeta che, secondo la tradizione popolare, con la sua venuta avrebbe dovuto annunziare al mondo il compimento della promessa, ricorda la parola dei profeti, che annunziavano un servo sul quale avrebbe pesato il peccato di tutti ma che, alla fine, avrebbe ricevuto da Dio la gloria, per la mansuetudine e la fedeltà mostrata nella prova (cf Is 53,10-12), e un patto nuovo nello Spirito (cf Ger 31,31).

Le tende dunque non servono più: quel tempo è definitivamente superato; ormai i credenti sono giunti nella terra che non gli sarà più tolta. Pietro non sapeva cosa dire, perché mentre contemplava il compimento, il suo cuore restava legato alla promessa, anzi: al suo modo di concepire la promessa. Erano presi dallo spavento, come succede quando Dio appare allo sguardo attonito dell’uomo.

La nube è il segno della presenza di Dio, che incombe e avvolge col suo mistero meraviglioso e sconvolgente: assistere a questa trasfigurazione ― e, più ancora, all’altra sul Calvario nella quale la manifestazione della Gloria giungerà al suo culmine ― per gli apostoli è un’esperienza che schiaccia col suo peso la povera intelligenza dell’uomo. L’uomo che diventa credente davanti al Mistero percepisce che vi sono pesi insostenibili per la mente, i quali possono essere accolti e portati da un cuore amante.

L’esperienza offerta dalla Trinità su questo monte prepara i tre all’esperienza del Calvario, dove la Presenza sarà velata dalla nube oscura della passione, e l’amore fedele di Dio per le creature si manifesterà nello scandalo della debolezza: l’amore onnipotente si rivela in maniera definitiva nell’assoluta impotenza.

Comincia ad intravedersi la radicale bipolarità del mistero pasquale: è insieme ignominia e gloria e per i discepoli diventa più chiaro l’invito a saper vedere la vita nuova nella morte che consuma la sua vittima.

Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti.

La fede nella resurrezione è il cuore pulsante della vita del cristiano. La risurrezione è la buona notizia che viene annunziata a gente che non sa che cosa sia, né può saperlo. Della morte ognuno ha esperienza, perché essa accompagna la vita. Ma la risurrezione … Di qui la domanda che colui che ha ricevuto l’annuncio rivolge all’apostolo.

La cronaca quotidiana è inondata di morte… Il desiderio sarebbe di vedere il tempo tornare indietro e restituire la vita che aveva rubato; si vorrebbe che quel tratto di storia fosse come un incubo orrendo dal quale però ci si può ridestare e riabbracciare le persone care straziate dalla violenza, rientrare nelle case e trovarvi il calore di sempre, uscire per le strade e vedere intatti i panorami e i profili rassicuranti dei luoghi amati … Ma risorgere non è questo.

I notiziari propongono episodi efferati nei quali – oggi –le vittime sono spesso i cristiani del Medio Oriente; persone per le quali le promesse del Vangelo sono l’unico fondamento della speranza; sembra di leggere le passioni dei martiri dei primi secoli. Appare prepotentemente all’evidenza la volontà di sradicare la Chiesa dalla terra in cui essa e nata e dove per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani. Tutto ciò avviene sotto gli occhi del mondo, che non va molto al di là di timide dichiarazioni. Stupisce il silenzio di chi dovrebbe parlare, almeno perché in futuro non gli si debba rimproverare il medesimo silenzio che fu rimproverato alla Chiesa in momenti non meno atroci della storia recente. Le immagini e i racconti fanno violenza alla sensibilità, anche la più rozza, che vorrebbe sottrarsi all’orrore e non può. Si rimane sbigottiti dalla scomparsa del senso più elementare di umanità, dall’assenza di compassione, dall’efferatezza con cui si infierisce su persone di ogni età e condizione, e del tutto inermi. Si rimane increduli davanti alla sistematica distruzione delle testimonianze di culture millenarie. Per molto meno in un recente passato si sono mobilitati i popoli. E ci si domanda perché ora il mondo resti immobile. Si immagina che dietro tutto ciò che accade vi sia un disegno perverso tracciato da menti ciniche e criminali in nome di interessi inconfessabili. Non basterà l’eternità per domandare perdono a Dio del disprezzo e dell’offesa all’immagine del suo Figlio nella creatura.

Ma intanto l’anima rimane ferita dal silenzio di Dio. E s’accorge di avere bisogno di una conversione profonda, per resistere e non disperare: un dono che può venire solamente da Dio.

Come si vorrebbe che tutto finisse! Subito, ché la sofferenza è stata già immensa e insostenibile. Quanto durerà questa tentazione tremenda, che scuote alla radice la fede in Dio buono e amante degli uomini? Che dilania la fiducia nella sua promessa di ascoltare sempre il grido di chi lo invoca? Quale Parola Dio avrà posto in questo inquietante silenzio?

Torna alla mente un testo della sapienza antica: «Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio,
nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura,  la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace.  Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità.  Per una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé
» (Sap 3,15).

Il mondo sta assistendo ancora una volta alla passione del Signore, il Giusto, nel suo corpo – che è la Chiesa e sono i piccoli, tutti i piccoli, di qualunque popolo e religione – eppure non si converte. Quello che sta avvenendo è una “trasfigurazione”, una “passione” che avviene davanti allo sguardo costernato dell’umanità intera, che vorrebbe volgere altrove lo sguardo e non può. Alla luce della Scrittura– alla luce di Mosè e dei Profeti – gli uomini di buona volontà possono riconoscere di trovarsi ancora una volta davanti allo spettacolo sconvolgente della Gloria affissa alla croce: e Dio continuerà a restare fedele all’umanità, a questa umanità. Per gli oppressori intercederanno gli oppressi; e, per i carnefici, le vittime che hanno reso bianche le loro vesti lavandole nel sangue dell’Agnello. E risorgeranno. Un giorno risorgeranno tutti, quelli che furono fedeli. Perché Dio ha creato per la vita e non per la morte.