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Per la terza volta in pochi giorni la liturgia ci propone il Prologo di san Giovanni.

A una lettura superficiale sembrerebbe una fatica a dire qualcosa di più e di nuovo rispetto al mistero del Natale.

A noi che siamo abituati a consumare tutto immediatamente e ad avere bisogno di esperienze e sensazioni sempre più forti, la liturgia di oggi può apparire una replica.

In realtà c’è una sapienza tutta divina che guida la Chiesa in questa scelta.

L’insistenza della liturgia è una ripetizione per permetterci di andare in profondità, per ritornare là dove abbiamo sentito chiaramente una mozione interiore, dove ci siamo sentiti scossi o anche disturbati e così cogliervi il segno della presenza di Dio.

Giovanni scrive il prologo alla fine del suo vangelo, come se fosse un riassunto di tutta la sua predicazione.

C’è una immagine che condensa il mistero del Natale e che ci fa bene rimeditare: «la luce splende nelle tenebre, ma il mondo non l’ha riconosciuto … venne fra i suoi, e i suoi non l’hanno accolto».

Quando siamo nel buio abbiamo bisogno della luce per distinguere le forme e vedere i colori, ma paradossalmente quando siamo abituati nell’oscurità la luce ci ferisce ed è per questo che la rifiutiamo e chiudiamo gli occhi.

Ne abbiamo necessità per vivere e allo stesso tempo ce ne difendiamo.

Proviamo a dare un nome a queste tenebre:

È il buio di chi spegne la vita e di coloro che alimentano la spirale della violenza.

Quante tenebre di povertà e di sofferenza, di disuguaglianze e ingiustizie, sono accettate come normali e cancellano la speranza e impediscono la vita.

Sono le tenebre che avvolgono il mondo e inesorabilmente finiscono dentro i cuori; è il mistero del male e della sua forza.

Con questa immagine Giovanni riassume in modo chiaro, forte, immediato e devastante la crisi della nostra coscienza.

Il Natale è allora una chiamata alla conversione e al pentimento.

Oggi come ieri l’umanità fa fatica ad accogliere la venuta di Dio e ad accogliere il suo amore.

Il Natale manifesta una contraddizione e un dramma: Dio viene e l’uomo non c’è!

Pochi si accorgono della sua visita perché non avviene secondo i nostri schemi.

Sempre la grazia luminosa di Cristo colpisce l’opacità dell’umanità che non vuole essere scomodata perché ormai troppo abituata alle tenebre del peccato e della morte.

Dov’è allora la speranza del Natale?

Vi è una sfumatura che ci deve aprire il cuore alla gioia: la luce splende e le tenebre non l’hanno vinta.

Giovanni nel suo Prologo non vuole tanto sottolineare il rifiuto delle tenebre, ma indicare l’ostinazione e la forza della luce.

Dio non solo desidera essere con noi per sempre, ma Dio insiste e non si dà per vinto finché non realizza la sua volontà di amore.

Dio non si arrende e offre una soluzione alla durezza del nostro cuore: si dona ancora e rende eterna questa sua offerta di comunione e di vita.

Dio non rinuncia al suo disegno di amore e così vince le nostre resistenze, le nostre oscurità, i nostri blocchi, le nostre paure.

A chi è nelle tenebre della depressione e dello scoraggiamento, possiamo dire: le tenebre non vincono!

A chi fa fatica a tirare avanti, possiamo dire: le tenebre non vincono!

A chi cerca di vivere con fatica la logica evangelica nel suo lavoro, possiamo dire: le tenebre non vincono!

A chi cerca di portare logiche di pace, di mansuetudine, di dignità umana nelle discariche sociali, possiamo dire: le tenebre non vincono!

Nelle nostre famiglie, possiamo dire: le tenebre non vincono!

Non è negare la fatica della lotta, ma aprire il cuore alla speranza che l’ultima parola sul mondo è amore, è bellezza, è luce, è comunione con Dio.

Il Natale con insistenza ci dice: sappi che sei amato e che puoi amare!, che puoi vincere il male con il bene, che puoi spezzare la logica del male offrendo la tua vita come Dio, che è amore e non smette di sperare.

Per questo prende “carne” e accetta di vivere i nostri stessi giorni: vuole che la luce illumini ogni angolo oscuro dei mondo e dei cuori degli uomini.

Natale è la speranza, anche contro ogni speranza; è l’esperienza di un Padre che non smette di amare la nostra vita e questo mondo.

A chi accoglie la luce, Dio dona il potere di diventare figlio.

Ciascuno di noi può dire: io sono figlio di Dio.

Sono già tutto ciò che potrei desiderare.

Corriamo dietro a mille sogni e a mille chimere pur di ricevere compiacimenti e approvazioni, quando abbiamo già il dono più grande.

Sono figlio… solo che non lo so o non lo vivo.

Il Natale è presa di coscienza della nostra figliolanza e della nostra dignità: questa è la sapienza e la gloria di cui ci parla questa liturgia.

Gesù è nato, ci ha svelato il volto del Padre, è morto ed è risorto per noi, ci ha salvati nel suo amore: ora tocca a noi nascere alla fede, convertire la nostra vita al suo dono e alla sua luce.

MM