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Gen 12,1-4°; Sal 32,4-5.18-19.20 et 22; 2Tim 1,8b-10; Mt 17,1-9

Matteo dispone il racconto sottolineando le analogie con Mosè: il monte, la nuvola. Accanto a Gesù appaiono “la legge”, rappresentata da Mosè, e i “profeti” di cui Elia è la figura tipica; essi sono anche i personaggi che nel racconto biblico sono saliti sulla montagna del Signore per ascoltarne la Parola, esserne confortati e riportarla a Israele.

La persona di Gesù risplende di luce divina: un’anticipazione della manifestazione gloriosa nella resurrezione. Il discepolo, in ogni tempo è invitato a comprendere Gesù e la sua missione percorrendo il sentiero che conduce sul monte in cui Gesù manifesta la sua gloria, cioè il Calvario, e contemplando – alla luce delle Scritture – l’amore fedele di Dio per l’uomo; un amore manifestato compiutamente in Gesù. (L’evangelista Luca, nel racconto dei due discepoli di Emmaus, dirà che Gesù confortò i loro cuori mostrando loro tutto ciò che le Scritture dicevano a suo riguardo, cf Lc 24).

«Sei giorni dopo» la confessione di Pietro a Cesarea e il primo annuncio della passione, cioè nel settimo, che è il giorno del Signore, sul monte avviene la rivelazione della Gloria. Gesù si manifesta ai discepoli circonfuso di splendore dopo che, avendo annunziato per la prima volta la fine infamante che lo attendeva a Gerusalemme, aveva trovato il silenzio attonito dei discepoli e la ferma opposizione di Pietro. Qui i discepoli di ogni tempo comprendono che quell’annuncio così difficile da accettare ha il sigillo del Padre: quella è la parola da accogliere, perché non vi sarà salvezza per il mondo se non nella Pasqua del Signore.

Sul monte Pietro, Giacomo e Giovanni inaspettatamente si trovano alla presenza della Gloria di Dio: il luogo in cui stanno è santuario dell’Altissimo; dalla nube, segno classico della presenza di Dio nell’AT, esce la parola che accredita Gesù come il «Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto» e l’ordine di obbedirgli: «Ascoltatelo». Queste parole richiamano le profezia di Isaia nella quale Dio si compiace del Servo obbediente e pone nelle sue ani il regno (cf Is 42,1). I discepoli allora si prostrano pieni del timore del Signore: è la risposta dell’uomo alla volontà sovrana di Dio. È un momento, poi tutto scompare: davanti a loro non ci sono più né la legge, né i profeti, ma solo Gesù in cammino verso Gerusalemme. Ma che monte sarà? Il Tabor? … il Calvario?

Gesù si avvicina e tocca i discepoli prostrati e pieni di timore; i loro sguardi si sono affacciati sul mistero fascinoso e tremendo di Dio e sono rimasti storditi; è lo stesso gesto che egli compie con i malati: «Alzatevi e non temete», Gesù guarisce i discepoli dalla paura e dal dubbio.

L’episodio è costruito dall’Evangelista in modo tale da richiamare l’incontro di Israele con Dio attraverso la mediazione di Mosè – e qui Gesù ne prende definitivamente il posto e il ruolo –. E’ l’avventura sconvolgente del discepolo del Signore: già col battesimo  è stato immerso nel mistero pasquale che ora deve imparare a riconoscere e a vivere nell’esperienza quotidiana. Ogni credente alla luce delle Scritture e soprattutto fissando lo sguardo sulla rivelazione dell’amore fedele di Dio in Gesù crocifisso, deve imparare a superare la barriera dell’evidenza immediata per aprire gli occhi sulla “gloria”. Come avvenne a Pietro, anche il discepolo sente sorgere nell’anima il rifiuto per ciò che nel tempo gli appare fallimento e sconfitta, ma dovrà ricordare che solamente al servo che porta il peso di tutti, fiducioso nella fedeltà di Dio, sarà consegnato il Regno. Anche il discepolo, infatti, siederà con Cristo sul trono a giudicare la storia, alla fine dei tempi.

L’episodio della trasfigurazione del Signore viene posto da Mattero lungo il cammino verso Gerusalemme e si intreccia con gli annunzi della passione: è come un lampo che inonda di luce i dubbi degli apostoli e la storia quotidiana di quanti sono giunti alla fede per la loro testimonianza; una storia che si dipana tra difficoltà e pericoli, in un’alternanza di speranze e paure. La fede del discepolo è sempre un po’ traballante e ha bisogno di conferme. Questo testo invita ad essere attenti ai segni di vita che si fanno strada anche nei luoghi più grigi e oscuri e appaiono lungo i cammini più difficili. Si tratta di sapere che cosa si cerca. Agli Apostoli che immaginavano un’irruzione del regno con i segni della potenza, il mistero pasquale appariva come sconfitta e vergogna. Ma chi ha creduto che Dio è amore, ne cerca la manifestazione in ogni luogo e in ogni cosa e ne sa indovinare la presenza certa nel lampo improvviso che guizza solo per un istante là dove tutto pare schiacciato dall’abitudine e costretto al silenzio dalla fatica; chi cerca l’amore ne sa cogliere le deboli scintille che brillano di una luce particolare specialmente là dove la vita viene attaccata e umiliata e attende che da esse divampi l’incendio che restituirà al mondo i colori che aveva perduto. Dio va cercato nel mistero della Pasqua che continua nella storia. Quando un discepolo del Signore decide di mantenersi fedele all’uomo anche dinanzi al rifiuto e all’odio più feroce, là si manifesta l’amore fedele di Dio.

Colui che ha incontrato il Signore e conserverà la memoria dei suoi insegnamenti saprà cercare e trovare Dio in tutte le cose. E avrà imparato l’arte di vivere.