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Is 8,23-9,3; Sal 26; 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23

 

Nella terza domenica del tempo ordinario, l’evangelista Matteo racconta il ministero pubblico di Gesù.

Gesù lascia Nazareth e va ad abitare a Cafarnao e quella diventa la sua città.

Cafarnao era un porto di mare, un centro verso cui gravitava moltissima gente per via del commercio del pesce.

Proprio in una città così movimentata, Gesù ha la possibilità di incontrare tanta gente e di far circolare velocemente il suo messaggio.

All’evangelista Matteo interessa un particolare biblico: Cafarnao si trova nella regione delle antiche tribù di Zabulon e di Neftali.

Queste due tribù sono evocate nella pagina del profeta Isaia che la liturgia propone come prima lettura.

La terra di Zabulon e la terra di Neftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, è la Galilea delle genti. Lì abitava quel popolo immerso nelle tenebre che però ha visto una grande luce. Il profeta Isaia allude alla occupazione Assira.

Siamo nell’VIII secolo a.C., intorno al 730, quando l’impero assiro ha conquistato le regioni del nord di Israele e anche la fertile pianura della Galilea. Allora, cominciarono le tenebre, un periodo di dolore, di sofferenza e di disgrazia.

Il profeta Isaia, però, nel momento in cui il nuovo re Ezechia sale al trono canta profeticamente la redenzione. Il fatto che questo re prenda il potere è interpretato dal profeta come un inizio di salvezza. Il Signore attraverso di lui libererà il suo popolo e la terra di Zabulon e di Neftali vedrà finalmente la luce.

Di fatto storicamente non fu Ezechia a liberare il regno del nord, né a cambiare la situazione di oppressione.

L’evangelista Matteo applica questa antica pagina di Isaia alla predicazione di Gesù contemplando come avverata la promessa di salvezza annunciata dal profeta.

Gesù incominciò a parlare proprio nella terra di Zabulon e di Neftali: gli uomini videro la luce quando Gesù incominciò ad annunciare il suo vangelo.

È una interpretazione importante: la parola di Gesù, la sua predicazione evangelica, la sua stessa persona, permette al popolo che cammina nelle tenebre di venire alla luce.

E la chiamata dei primi discepoli – Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni – è l’inizio di questa illuminazione.

Questi uomini concreti, con la loro storia e le loro attese, hanno visto la luce, ascoltando la parola di Gesù.

Noi ripetiamo questa idea nel salmo responsoriale: «Il Signore è mia luce e mia salvezza».

Il salmo 26 celebra proprio il Signore come la luce che difende la vita: «una cosa ho chiesto al Signore, cerco proprio questa: abitare con lui tutta la mia vita, per contemplare la bellezza del Signore», cioè la sua bontà redentrice.

Il Signore è la luce che illumina la nostra esistenza ed è quello che noi intensamente cerchiamo.

La seconda lettura – come sappiamo – in questo periodo del Tempo ordinario non è collegata con il vangelo e la prima lettura.

Stiamo seguendo la prima lettera di san Paolo ai Corinzi.

Domenica scorsa abbiamo letto semplicemente l’introduzione con il saluto; adesso ci viene presentato il primo problema.

Si tratta di una questione seria: Paolo è venuto a sapere dalla gente di Cloe – dei commercianti originari di Corinto, che si trovano nel porto di Efeso, dove abita Paolo – che la comunità cristiana di Corinto è divisa.

Litigano fra di loro, si sono creati dei partiti: qualcuno preferisce Paolo, qualcuno invece si ispira ad Apollo, qualcun altro si richiama a Cefa [Pietro], qualcun altro rifiuta le mediazioni e dice di essere direttamente di Cristo.

Paolo rimprovera fortemente la comunità cristiana per le sue divisioni e sottolinea che è sbagliato che qualcuno si riferisca a Paolo, poiché è consapevole di non essere lui né nessun altro apostolo il salvatore dei Corinzi.

Non è Paolo che è stato crocifisso per loro, non è Paolo che li ha battezzati nel suo nome.

L’importante, ricorda l’apostolo, è l’adesione forte ed esclusiva a Cristo.

Solo lui è riconosciuto come luce e salvatore, perché non venga reso vano il mistero della croce.

Solo il Cristo deve essere confessato come redentore, altrimenti la sua opera è vanificata.

Solo chi ha incontrato Cristo e la sua parola di salvezza, passa dalla sua condizione di tenebra e di peccato, alla luce della piena condivisione della sua vita.

Questa è l’opera della croce che il Battesimo ha reso efficace per noi.

Facciamo nostra la preoccupazione di Paolo: nulla ci separi dall’amore di Cristo per noi.