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Ne 8, 2-4. 5-6. 8-10; Sal 18; 1Cor 12,12-30; Lc 1,1-4; 4,14-21.

 

La liturgia di questa domenica pone al centro la proclamazione della Parola di Dio.

Un annuncio che riunisce la Chiesa e la fonda come comunità di credenti, che consola ma anche diviene elemento di giudizio.

Una Parola in cui opera lo Spirito, che ci compagina come corpo ecclesiale in virtù dell’ascolto e ci unisce a Cristo, come il capo con le membra.

Nella prima lettura, Neemia, uno zelante laico e un nobile della corte persiana, si adopera nell’impresa di riedificare le mura di Gerusalemme e di ripopolare la città abbandonata.

La comunità giudaica che si sta ricostituendo celebra una grandiosa liturgia, per ascoltare il libro della Legge, nel desiderio sincero di impegnarsi ad attuarla.

Siamo nel 444 a.C. e la cinta muraria della città è riconsolidata, ma è un altro muro che di fatto compaginerà il popolo disperso: la fedeltà alla Legge data da Dio al suo popolo e l’adesione piena alla alleanza.

È un ascolto che avviene in una liturgia, in quanto essa si costituisce come agire di Dio e agire dell’uomo nella comunione.

Possiamo riconoscere presenti i due pilastri della nostra celebrazione liturgica: la liturgia della Parola e la liturgia Eucaristica.

Con il laico Neemia c’è anche il sacerdote Esdra, che apre il libro della legge – il Deuteronomio – in presenza del popolo.

Il risultato dell’ascolto è un pianto che accomuna tutti i presenti, quale segno che la Legge aveva contestato la loro vita e mosso alla conversione.

È una proclamazione che raggiunge tutti e l’interezza di ciascun uomo.

Comprendere la Parola, non è infatti questione soltanto di razionalità, ma significa farla abitare e risuonare in sé ed è per questo che può condurre anche a un pianto liberatorio.

In questa comprensione agisce lo Spirito di Dio, che tocca il nostro cuore e lo converte.

I testo sottolinea che è tutto il popolo ad ascoltare, che è tutto il popolo che comprende e infine che è tutto il popolo a porsi in atteggiamento di conversione, espresso anche esternamente con il pianto.

Così lo Spirito agisce nella liturgia, trasformandoci da singoli individui in comunità: non è il singolo a pregare, implorare, ascoltare, piangere, ma sono azioni della comunità riunita in un solo corpo e un solo spirito.

Questa azione dello Spirito apre alla vita nuova sotto il segno della conversione del cuore, dell’amore e della gioia per la salvezza ritrovata, che si traduce nella comunione e nella condivisione.

Il brano evangelico proclamato è costituito di due parti, di cui la prima è il prologo del terzo vangelo.

Questo prologo sottolinea il fatto che l’opera che Luca si accinge a scrivere è un racconto.

Infatti, il vangelo è una narrazione. Non dunque un trattato teologico o morale, ma una storia.

La caratteristica del racconto è di prenderci per mano e di introdurci al suo interno rendendoci in certo modo contemporanei dei fatti proclamati.

Il modo biblico di esprimere la fede è infatti la narrazione e l’evangelista prosegue ciò che ha fatto Gesù, che ha “detto” Dio raccontando parabole, forgiando immagini capaci di parlare a tutto l’uomo: corpo, anima e spirito.

Il vangelo domanda un rapporto particolare con il proprio lettore chiedendone il coinvolgimento, sollecitandone la decisione di fede, conducendolo a conformare il proprio cammino esistenziale a quello di Gesù.

Leggere il vangelo è immettersi all’interno di una storia, la storia di Gesù, per proseguirne la narrazione con la propria vita.

La seconda parte presenta Gesù che, nella sinagoga di Nazareth, durante la liturgia del sabato, legge e commenta un testo di Isaia.

La consuetudine della partecipazione liturgica di Gesù è anche la ripetitività dei gesti liturgici che Gesù compie: ricevere il rotolo, svolgerlo, leggerlo, ripiegarlo, consegnarlo all’inserviente.

Ripetitivi sono il giorno (il sabato), il luogo (la sinagoga), il libro (il rotolo della Scrittura).

Solo lo Spirito santo vivifica ciò che rischierebbe di divenire stanca abitudine: esso rende il ripetere un fare memoriale e un rendere attuale.

In particolare, solo lo Spirito vivifica la parola della Scrittura e attraverso la voce del lettore la rende parola vivente nell’oggi, per una precisa comunità.

Proclamare la Scrittura significa dare il proprio corpo alla Parola: mano, occhi, bocca, voce del lettore sono impegnati nell’atto di annunciare l’oggi della salvezza, espressa dalla Scrittura.

Così, la Parola di Dio divenuta scrittura nel passato, oggi nella proclamazione liturgica ridiventa parola vivente, rendendola parola per noi.

E Gesù commenta la parola della Scrittura compiendola.

Compierla significa darle attuazione con la propria vita, con tutto il proprio essere.

Mentre annuncia la Parola, Gesù la accoglie come rivolta a sé e la obbedisce radicalmente: ciò che nel rotolo è riferito al profeta, sarà ciò che egli vivrà nel suo ministero.

La pagina di Isaia diviene così il programma del ministero di Gesù e della sua missione. E ciò che Gesù annuncia è la misericordia di Dio.

L’anno che egli inaugura è l’anno giubilare: Gesù narra Dio perdonando, liberando, guarendo, annunciando il Vangelo. Lui stesso è il perdono, la liberazione, la guarigione, il Vangelo, e questo è ciò che in ogni oggi liturgico deve risuonare agli orecchi degli uditori.

Questo è l’annuncio di cui sempre tutti abbiamo bisogno.

La seconda lettura ci dice il fine dell’ascolto e della comunione al pane spezzato e al sangue versato del Signore: formare tutti un solo corpo in Cristo.

Lo Spirito pur rispettando la nostra diversità e individualità, nell’azione liturgica ci fa agire non in modo autonomo o per noi stessi, ma come un corpo ecclesiale unito al capo che è Cristo.

 

Chiediamo al Signore che si rinnovi anche per noi l’oggi della salvezza, attraverso questo mistero di ascolto e di comunione.

 

MM