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Is 61, 1-2a. 10-11; Sal: Lc 1, 46-48. 49-50. 53-54; 1Ts 5, 16-24; Gv 1, 6-8. 19-28.

Nella terza domenica di Avvento le letture rispondono alla domanda: chi è il Messia? Qual è la sua missione?

Il testo di Isaia nella prima lettura traccia il ritratto di questo personaggio misterioso di cui comincia l’attesa fin dalla più remota antichità. Messia significa “unto” e si riferisce prima di tutto al re, il quale veniva unto con olio di oliva versato sul suo capo; era il modo con il quale venivano consacrati i sovrani e indicava che lo spirito di Dio investiva colui che lo avrebbe rappresentato davanti al popolo. A causa della corruzione della monarchia e soprattutto della sua soppressione e dell’esilio, l’idea del Messia viene separata dalla figura del re e si condensa in quella di un misterioso discendente di Davide che avrebbe restaurato l’età dell’oro. Per questa ragione la figura del Messia si era progressivamente appesantita di attese sociali e politiche.

Il dialogo riportato dal Vangelo riferisce le domande che circolavano nella comunità così come presso i circoli degli antichi discepoli del Battista. Al suo comparire qualcuno aveva pensato che il Messia fosse lui. Giovanni infatti è un personaggio strano, che fa parlare di sé, e la gente accorre. In un contesto nel quale facilmente venivano alimentate attese messianiche molti guardavano a lui con speranza. Il Battista svia da sé l’attenzione: «Io non sono il Cristo», dice, ma colui che lo annunzia finalmente presente nella storia; Giovanni battezza per invitare alla conversione e preparare la via a colui che sta per rivelarsi. (Più avanti il Vangelo aggiungerà che egli è l’amico dello Sposo).

L’annuncio di Giovanni è netto e dirompente: egli parla con l’autorità di Profeta e afferma il compimento della promessa di Dio: il tempo tanto atteso è giunto; il Messia è qui e sta per manifestarsi. Nessuno ha saputo riconoscerlo, perché l’uomo si aspetta la salvezza da chi è tanto potente da piegare la storia al suo volere. Mentre la via scelta da Dio è quella di chi non conta: il Messia è uno del popolo; ha dalla sua parte l’onestà, la forza degli argomenti, il fascino della verità; in lui Dio si compiace, perché gli è fedele nonostante l’umiliazione, il disprezzo e la morte. A forza di guardare in alto, il popolo non sapeva più riconoscere la salvezza che sorge dal suo seno e molti custodivano gelosamente l’immagine leggendaria del personaggio che avrebbe dovuto venire sulle nubi del cielo a fare giustizia con la potenza che atterrisce i malvagi e gli oppressori; Giovanni, invece, indica Gesù e lo presenta come il Messia venuto in mezzo al suo popolo in debolezza, come un agnello.

È la sfida sempre presente alla comunità cristiana: non confidare nella forza, né nelle grandi istituzioni, perché ciò che appare forte ed efficace agli occhi degli uomini, abituati a misurare il valore dalla potenza, è debolezza agli occhi di Dio, ma scegliere la via della debolezza, dell’umiltà e del servizio. Alla comunità cristiana è proposta la sfida della fiducia in Dio, che afferma la sua potenza nella debolezza e in quello che è meschino agli occhi degli uomini. Una comunità che sceglie di essere a immagine del suo Capo e Salvatore non può che ripercorrerne la via. Deve accettare di «perdere» nella sfida con la storia. Oggi più che mai la via del Vangelo non può coincidere con la sfida tra “potenze”: se la Chiesa diviene una potenza valutabile in termini umani, perde la sua profezia. La chiesa ha il compito di incarnare la santità di Dio. Che è la sapienza che si fa storia quotidiana. La santità di Dio è fatta di amore per l’uomo.

«In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete». Dio è in mezzo agli uomini e opera nella storia. La sua presenza nel mondo non si manifesterà come la clamorosa rivincita degli oppressi. La vita cresce lentamente; all’apparenza tutto resterà immutato e il malvagio sulla via non troverà ostacoli alla sua prepotenza, ma un amore capace di resistere ai suoi colpi. Perché il Messia si fa sposo del suo popolo, condividendone tutto: la vita, la storia, la fatica e trasmettendogli la forza del suo amore, che vince anche la morte. Dio si fa uomo. L’immensità di Dio si rivela nell’amore sponsale: è così grande da farsi così piccolo; ama così tanto la creatura da assumerne la condizione. Paradossalmente, proprio il suo abbassamento manifesta la grandezza di Dio; la debolezza che egli manifesta mettendosi nelle mani degli uomini rivela che Dio è l’amore che non si difende dall’ira mortale della creatura che egli ama. Perché quanto più l’amore è grande, tanto più esso rende vulnerabile l’amante.

Gli uomini giusti ne restano scandalizzati, perché non comprendono come colui che insegna ed esige la giustizia non se ne faccia vindice presso chi la irride. Ma Dio la giustizia di Dio è una cosa sola con la fedeltà nell’amore; egli non punirà il malvagio, perché anch’esso è suo figlio; ma, nella sua giustizia, ne rispetterà la volontà anche quando gli si rivolterà contro, rifiutandolo: sarà il malvagio spesso a ricusare l’invito alle nozze, non il Re ad escluderlo. Solo alla fine la giustizia sarà compiuta: i giusti allora sederanno nella casa, i malvagi, che non avranno voluto entrare, resteranno inesorabilmente fuori, dovendo imputare solo a se stessi la propria rabbiosa solitudine.

Chi si attendeva un cambiamento repentino e risolutivo della storia è rimasto deluso; così chi aspettava un intervento dall’alto. Il Dio che ama il diritto e la giustizia non impedisce all’uomo di seguitare ad essere ingiusto e oppressore, perché il suo ingresso nella storia non ha segnato la fine della libertà dell’uomo. La salvezza che egli porta passa attraverso la conversione del cuore: quanti accettano di farsi discepoli del Signore cambiano e cambierà, con essi, la nuova storia che scriveranno. La salvezza sperata e attesa non sarà opera di un atto sovrano di Dio che si impone agli uomini, ma il frutto di una relazione sponsale tra Dio e il suo popolo. Quando il grido dell’uomo diverrà il grido di Dio affisso alla croce, il tempo degli uomini avrà raggiunto il suo culmine. Allora la storia dell’umanità e di tutto il creato diverrà storia di Dio, che è Dio di vita. Il grido di Gesù che muore si confonderà col vagito della nuova creazione.

Che cosa significa questo annuncio per l’uomo di oggi? Che significato ha affidarsi a Dio, compiere delle scelte – comunque inevitabili – a partire dall’insegnamento di Gesù? Quantunque non si possa negare che la predicazione del Vangelo ha cambiato la storia del mondo, resta pure vero che nel breve periodo le strategie vincenti sembrano essere quelle proposte da chi sceglie la forza.

La fede nel Messia è dunque un investimento a lungo termine del quale non si potranno godere i frutti? Per certi versi si può dire che è così. Le svolte della storia di singole persone come anche di interi popoli sono state determinate da scelte eroiche e talvolta dal martirio di alcuni. Ma vi è un livello difficilmente sondabile, perché appartiene all’esperienza personale: chi riconosce in Gesù il suo redentore e fa la scelta di essere con lui, sperimenta il calore di una comunione impossibile da descrivere; si può dire solamente che attinge il segreto della vita, raggiunge il centro di sé e dell’intera storia; conosce il senso del creato, della storia nel suo insieme e della propria vocazione alla vita e a ciò che specificamente l’ha segnata.

In un contesto che si dice cristiano e anche per bocca di politici di peso rivendica le radici giudeo-cristiane dell’Europa e, in generale del mondo occidentale, potrebbe sembrare eccessivo parlare di scelta di Cristo; infatti per molti appare scontato. E tuttavia proprio in questa porzione del mondo, in questa cultura dalle radici cristiane si consumano corruzione e tradimento del Vangelo e, ciò che è peggio, da parte di molti il plauso alla religione coesiste con l’oppressione dell’uomo esercitata con ogni forma di potere. A dominare incontrastata è la ricerca del privilegio, del vantaggio, della ricchezza e per questo non si disdegna di usare lo sfruttamento del debole e ogni forma di sopraffazione con la complicità tacita o prezzolata di chi esercita l’Autorità.

È vero che la testimonianza più efficace è quella dell’esempio e della coerenza, anche a caro prezzo. Ma c’è un tempo nel quale, come il Battista, anche il cristiano ha il dovere di esercitare il dono di profezia ricevuto nel Battesimo e denunciare ad alta voce l’iniquità che si insinua anche nel Corpo del Signore che è la Comunità cristiana, per impedire lo scandalo dei piccoli.

Allora scegliere Gesù come Riscattatore esige una presa di posizione e l’assunzione di una chiara responsabilità di denuncia di tutto ciò che tenta di rendere vana la croce di Cristo.