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Gen 3, 9-15. 20. Sal. 97, 1. 2-3ab. 3bc-4. Rm 15, 4-9 Lc 1, 26-38.

 

Il tema della gioia fa da sfondo alle letture di questa terza domenica di Avvento, ed è stato annunciato dall’invito a “rallegrarci” dell’antifona di ingresso che dà il nome a questa celebrazione.

Nella prima lettura, il profeta Sofonia, invita a partecipare alla gioia di Gerusalemme che contempla la presenza salvifica di Dio.

Paolo, nella sua lettera, esorta i Filippesi a rallegrarsi sempre perché il Signore è ormai vicino.

Nel Vangelo, invece, la gioia è una persona, è Cristo, la buona notizia, cioè il vangelo annunciato a tutto il popolo.

La domanda fondamentale a cui rispondono i tre testi proclamati è quella espressa sulle rive del Giordano: “Che cosa dobbiamo fare?”.

Sofonia risponde non solo annunciando un giudizio per coloro che vivono nell’idolatria, nel formalismo religioso e nelle ingiustizie sociali, ma aprendo alla speranza coloro che ritornano nella relazione personale con Dio.

La conversione richiesta da Dio attraverso l’annuncio del Profeta si concretizza in una vita di comunione, di solidarietà e di perdono.

Il “piccolo Resto” dovrà solo aprirsi a quella opera di conversione che Dio già sta creando nella sua storia come presenza salvifica.

Gerusalemme sarà rinnovata dall’amore del suo Signore e Israele sperimenterà di nuovo la liberazione dal peccato che lo opprime.

Nelle parole del profeta il futuro diventa passato: Israele è un popolo che già è stato liberato e nel presente deve solo vivere la comunione piena con il suo Signore e Redentore.

La gioia non sta nella libertà che Dio opererà ma nella relazione di amore che si vive nel quotidiano.

Anche Paolo risponde a questa domanda di senso richiamando il presente in cui il Signore realizza il suo Regno.

I Filippesi devono entrare nella gioia eterna della vicinanza del Signore e non angosciarsi per il futuro.

Bisogna rallegrarsi non tanto perché il Signore sta per tornare, ma perché egli si fa prossimo a noi. È la sua prossimità che dà allegrezza e dà fiducia per il futuro, pertanto non bisogna angustiarsi neppure di fronte alla morte.

Questa è l’esperienza di Paolo: se il Signore è con noi e noi rimaniamo con lui siamo sempre nella vita, perché lui è la Vita. La speranza viene dalla fede nella sua prossimità e apre al rendimento di grazie per quanto già opera in noi e per noi. Paolo sta parlando dell’Eucaristia, in cui rivolgiamo a Dio preghiere e suppliche e in cui il Signore si fa a noi vicino nel pane di vita e nel calice di salvezza.

Anche la lettera ai Filippesi richiede una conversione all’amabilità, cioè a una esperienza di comunione con Dio e tra noi.

È il frutto dell’Eucaristia: la trasformazione nel corpo ecclesiale escatologico di coloro che si comunicano al corpo sacramentale del Signore.

Si tratta della custodia dei cuori e delle menti operato dallo Shalom di Dio che è il suo Spirito di pace.

Il vangelo si situa sulle rive del Giordano, il fiume che ha segnato il passaggio necessario per entrare nella terra della promessa. Immergersi nelle sue acque è morire all’autonomia del peccato, per risorgere alla vita di relazione.

È in questo contesto di conversione che risuona la richiesta: “che cosa dobbiamo fare?”.

La domanda esprime il desiderio di cambiamento della propria vita per aprirsi all’offerta buona di Dio e accoglierla nella propria vita.

Le esortazioni che il Battista pone a ciascuna categoria di persone sono gli elementi costitutivi di ogni cammino di conversione: la condivisione, il non pretendere, il non abusare, il non essere violenti.

Giovanni non indica delle “cose da fare”, ma chiede a ciascuno di rimanere nel proprio stato facendo spazio all’altro e vincendo la tentazione di esercitare potere sull’altro.

La condivisione chiede che non si veda più solo il proprio bisogno, ma anche quello dell’altro, donando all’altro o spartendo con lui ciò che si ha. Nel donare emerge la libertà della persona non schiava delle cose che possiede, ma tesa al bene grande della relazione.

Ciò che va condiviso non è solo ciò che si possiede, ma ciò che si è.

Non pretendere significa sia non esigere dagli altri ciò che ci è dovuto, ma anche non situarci nei loro confronti con una pretesa e dunque con un potere.

Tra i cristiani l’unico debito è quello dell’amore reciproco.

Non pretendere significa allora entrare nell’umiltà, nella realistica accettazione di sé e degli altri.

Non maltrattare non significa solo non usare violenza fisica, ma soprattutto non abusare della propria posizione di forza o di potere.

Giovanni non chiede gesti radicali come farà Gesù, non chiede di lasciare tutto e di seguire lui.

Il Battista chiede un livello molto umano di conversione.

Si tratta concretamente di essere se stessi consentendo anche agli altri di essere se stessi.

La conversione chiesta da Giovanni, che non si esaurisce in aggiustamenti esteriori, trova la sua radice nella relazione di amore con il Signore che viene per purificare e per operare un giudizio.

La predicazione di Giovanni non è moralistica, ma l’annuncio con la sua persona e con le sue parole del Cristo che viene e, poiché chiede conversione, dispone ad accoglierlo per conoscere così la salvezza di Dio.

Il Vangelo è dono esigente, è grazia ed amore che impegna ma anche dà gioia a chi lo accoglie e lo vive.

 

MM