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Is 35,1-6.8.10; Sal 145; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11

 

La terza domenica di Avvento è caratterizzata dal tema della gioia, come l’antifona di ingresso ricorda.

La gioia qualifica il cristiano: non in quanto non sente più la sofferenza o tutto gli va per il meglio, ma per il fatto che il cristiano sa che il Padre lo ama, fino a dare il suo Figlio per lui.

La nostra gioia nasce dunque dall’esperienza che facciamo di Dio, a motivo del suo riempire di senso la nostra vita.

Là dove non c’è gioia, non c’è consapevolezza di Dio! O meglio, non c’è vera fiducia in lui e nella sua parola che è promessa di salvezza.

Questa domenica “Gaudete” ci ricorda quale deve essere la nostra testimonianza davanti al mondo: dare ragione con gioia della speranza che è in noi.

Questa speranza che fonda la nostra libertà è data dalla consapevolezza di essere amati in modo assoluto, perché Dio vuole che noi esistiamo nel suo amore e facciamo esistere gli altri nella carità.

Il colore rosaceo dei paramenti di questa domenica non allude certo al fatto che la nostra gioia è qualcosa di stucchevole o di artificiale, ma che il tempo dell’attesa e della tristezza sta per cambiare nella luminosità del Signore che prende dimora in mezzo a noi.

È quasi un colore primaverile che illumina l’oscurità dell’inverno, preludio della vita nuova che sta sorgendo e che solo il Signore è capace di far germinare dal tronco morto del nostro peccato.

La gioia, la serenità e l’ottimismo cui siamo invitati sono proporzionali alla profondità della nostra fede.

Vediamo come le letture proclamate illuminano questo mistero.

La prima lettura riporta il punto finale di tutte le profezie di Isaia sui tempi messianici.

Il profeta parla del ritorno dall’esilio e si rivolge a gente sfiduciata, per aiutarla a sperare nella salvezza che viene dal Signore.

Si aprirà un nuovo esodo in un deserto fiorito e verdeggiante; la marcia degli esuli si trasformerà in una processione corale verso il tempio del Signore.

Nell’ora del ritorno la terra sarà trasfigurata e gli uomini sperimenteranno una gioia mai provata prima, che non si spegnerà mai nel loro cuore.

La trasparenza dell’azione salvifica del Signore – la sua gloria – apparirà nei segni della vista data ai ciechi, dell’udito restituito ai sordi, della ritrovata robustezza delle ginocchia che vacillavano, del raddrizzarsi dei piedi degli storpi e dell’aprire la bocca dei muti nel rendimento di grazie.

Isaia prospetta un uomo restituito alla sua dignità e disposto in piena relazione con il suo Signore e Creatore, di cui la terra divenuta giardino come nel giorno della creazione ne è segnale.

La via santa che si apre nel deserto-giardino sarà la strada diritta, calcata dai redenti, da uomini liberati dalla loro schiavitù, che condurrà nella Gerusalemme nuova dove Dio abita con il suo popolo.

La lettera di Giacomo invece è destinata ai cristiani di origine giudaica che sono nella diaspora: ossia ancora in una situazione di dispersione.

Questo scritto è un vigoroso avvertimento contro un cristianesimo puramente di facciata e un appello a una fede che dia il coraggio di cambiare la vita.

La parola non va solo accolta, ma anche messa in pratica!

Pertanto, la vita del cristiano deve essere sobria, vigilante e pura, perché il Signore è vicino.

L’immagine che usa qui Giacomo per esortare alla pazienza fiduciosa è quella dell’agricoltore, che attende con speranza le piogge autunnali e primaverili.

Finché non giungono quelle piogge, il contadino non può fare assolutamente nulla per i lavori della semina.

La pazienza perciò si apre alla fiducia in Dio che lavora sempre perché il seme del vangelo porti frutto.

La fiducia del cristiano, che gli fa sopportare le difficoltà e le sofferenze del tempo presente, nasce dalla certezza che Dio sta operando in mezzo al deserto per trasformarlo in un giardino.

L’impazienza dell’uomo trasforma il deserto in giardino, mentre la pazienza di Dio muta la steppa in terreno fertile e rigoglioso.

La pazienza riceve sempre la sua ricompensa.

Il vangelo si apre con la domanda radicale dell’uomo per riconoscere il Signore.

Gesù risponde al Battista e a noi oggi, rimandando alle sue opere.

La salvezza è accogliere il Signore che viene così come si rivela, senza pretendere di conformarlo ai nostri desideri.

Il capitolo undecimo del vangelo di Matteo parla del rapporto dell’uomo con Gesù: inizia con il dubbio, si apre alla domanda e si conclude nell’accoglienza oppure nel rifiuto.

Il Signore ci invita a uscire dall’ambiguità e verificare la nostra posizione nei suoi confronti.

Il Regno di Dio si scontrerà sempre con il mondo e sempre apparirà come schiacciato, fragile, inconsistente, sebbene tracci nel deserto interiore dell’uomo una strada verso la salvezza.

La pazienza pertanto si apre alla beatitudine per chi non si scandalizza della debolezza con cui il Regno di Dio si presenta in mezzo a noi.

La domanda del Battista in carcere è salutare, perché manifesta l’inconsistenza delle sue attese e lo apre all’ascolto di ciò che l’altro dice.

Giovanni è l’icona dell’uomo che si fa domanda, per ricevere dal Signore la risposta.

La risposta del Signore, che dice realizzata l’opera di Dio annunciata in Isaia, ci fa passare dalle nostre attese a quelle di Dio.

La vera gioia, a cui oggi siamo richiamati, è il non scandalizzarci di Gesù, di un Dio che viene in modo diverso da come lo aspettiamo, compiendo le sue promesse che sono differenti dalle nostre attese.

Giovanni non è un maestro di certezze, ma un ricercatore della verità che si pone in questione e si mette in ascolto. Questa è la grandezza elogiata da Gesù: il suo essere un uomo autentico.

Giovanni non crede per facciata, ma vive ciò che professa, interrogando il Signore e attendendo una risposta da lui e non da se stesso.

E il Signore ci risponde sulla croce, dove Gesù è il mite tanto forte da portare su di sé ogni violenza del mondo senza restituirla, anzi restituendoci alla nostra verità di figli di Dio che ci rende grandi nel Regno dei cieli, benché piccoli e poveri davanti agli uomini.

Contemplando allora il crocifisso-risorto il nostro cuore si apre veramente alla gioia, la nostra pazienza trova il suo frutto, la nostra attesa ottiene la risposta, perché lì contempliamo la nostra cecità guarita, la nostra sordità sanata, il nostro essere muti aprirsi al rendimento di grazie.

Questa è l’opera del Signore: una meraviglia ai nostri occhi; pertanto rallegriamoci sempre nel Signore perché egli è vicino alla debolezza di ogni uomo.