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At 2,14.23-33; Sal 15,1-2a.5.7-8.9-10.11; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

È la storia di due discepoli delusi e profondamente feriti. I due di Emmaus sono l’immagine di tutti i credenti che incontrano la croce e ne provano istintiva ripulsa. Da Gesù si aspettavano ben altro, loro che erano divenuti suoi discepoli. Alla fine il loro Maestro era stato condannato a una morte infamante, che gettava un’ombra sinistra anche su coloro che erano stati con lui.

I due parlano tra loro tornando al villaggio; sono tristi, arrabbiati e portano il peso del fallimento di un’impresa nella quale avevano creduto e che li ha lasciati senza prospettive.

Per molti versi l’avventura dei due di Emmaus è quella del cristiano che nella sua maturità si scontra con il «fallimento» della fede; non ha raggiunto lo scopo dei suoi ideali giovanili li e la realtà gli si impone irridente come a dirgli che si è nutrito di illusioni … meglio mettersi in pace e accettare i compromessi di una vita “normale”.

I due di Emmaus sanno tutto ciò che riguarda Gesù; conoscono pure la notizia della tomba vuota e sono a conoscenza del fatto che egli si è mostrato vivo. Ma non sono rimasti a Gerusalemme per saperne di più, per verificare la notizia. Non hanno più neppure la curiosità che prenderebbe chiunque.

È sorprendente. Questi discepoli sembrano gente che ha gettato la spugna e non ne vuole più sapere. Sono chiusi nel loro dolore e non se la sentono di rimettersi in gioco.

Ma sotto la cenere arde ancora l’amore della giovinezza: al soffio dello Spirito il fuoco svamperà vivace.

Ci vuole un’esperienza. Ed è quella che matura stando insieme. Gesù aveva detto: «Dove due o più si ritrovano nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). I due sono uniti da una memoria che li ha feriti, parlano di ciò che è accaduto a Gerusalemme. È in questo contesto che Gesù si palesa come un viandante che vuole prendere parte ai loro discorsi: la memoria che vive in loro si fa persona e dialoga con loro aprendoli alla comprensione delle Scritture. Poi, come avviene nell’assemblea liturgica, alla Parola si aggiunge il segno: ora l’esperienza è completa e gli occhi si aprono alla conoscenza: colui che si è unito ad essi lungo il cammino è il Signore vivente! La fuga verso casa subito si inverte, benché sia notte: è urgente tornare a Gerusalemme e dire a tutti dell’incontro che ha scaldato il cuore e l’ha fatto “risorgere”. Non si erano sbagliati a seguire il Signore; i loro ideali non erano illusioni. Bisogna tornare a Gerusalemme, e testimoniare ai fratelli l’esperienza vissuta: il Signore è veramente risorto, è vivo e vicino.

Per capire … per credere, ci vuole una comunità e bisogna comprendere le Scritture.

Sono molti i modi di vedere la realtà. È difficile guardare con uno sguardo libero da preconcetti, perché c’è sempre un’attesa nascosta da qualche parte. Ma se si ridiventa bambini, se si ritrova la capacità di ascoltare, di ravvivare ciò che è custodito nel cuore (fare memoria), allora le cose appaiono secondo una verità che le apparenze spesso nascondono. La chiave di lettura, la lente che restituisce a tutto le giuste proporzioni e le luci vere è il mistero dell’Amore vissuto dal Signore nella sua Pasqua.

I due di Emmaus volevano un Signore che si mettesse a capo di una schiera di eroi impavidi per fare giustizia. Ma Gesù ha scelto di farsi compagno di strada, Cireneo dell’umanità, maestro paziente e mite, capace di ascoltare accogliendo il lamento di ciascuno e poi di spiegare ciò che avrebbe dovuto apparire chiaro a chi gli era amico e invece restava oscuro e costretto dalla paura.

Poi il calore nel cuore – quello che si accende per la benevolenza di chi ha ascoltato senza interrompere e senza condannare e poi ha aiutato lo sguardo a spingersi lontano – e la scoperta che la Vita è più forte della morte e la voglia di dirlo a tutti.