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Es 17,3-7; Sal 94,1-2.6-7.8-9; Rm 5,1-2.5-8; Gv 4,5-42

Uno scrittore medioevale (qualcuno ipotizza sia Tommaso da Celano) compose l’inno Die irae nel quale descrive il giorno tremendo del giudizio finale. In una strofa Gesù viene immaginato nei panni del pastore in cerca della pecora perduta o forse nell’episodio della Samaritana, stanco del continuo peregrinare nella calura, seduto al pozzo; ricorda che la redenzione è costata la passione e la croce e conclude rivolgendosi al Signore affinché tutto ciò non sia invano.

Quaerens me, sedisti lassus,
redemisti Crucem passus:
tantus labor non sit cassus.

 

Cercandomi ti sedesti stanco,
mi hai redento con il supplizio della Croce:
che tanto sforzo non sia vano!

 

Un itinerario di fede.

È Gesù che prende l’iniziativa. Egli, giudeo – che dunque si suppone osservante della Legge – va oltre la norma e rivolge la Parola a una donna e per di più samaritana; questa donna ha avuto «cinque mariti» e attualmente vive con uno che non è suo marito. È insomma l’immagine stessa di chi è infedele all’alleanza.

Quello di Gesù non è un semplice parlare, anche se il racconto ha l’andamento di un dialogo. Gesù le rivolge la Parola, cioè un annuncio, che passa attraverso una domanda. Dunque rivolgendo la “parola” alla donna (che a questo punto si svela quale figura di Israele-sposa infedele) ― Il Vangelo sottolinea la divisione ostile con i Samaritani, eterodossi e sincretisti e perciò, secondo i giudei, radicalmente lontani da Dio e suoi nemici ― Gesù supera la divisione incolmabile tra Dio e l’uomo peccatore.

Inizia il dialogo. Gesù ha sete e chiede da bere alla Samaritana. Il pensiero va alle parole di Gesù sulla croce, quando egli manifesta la sua sete a coloro che lo hanno crocifisso: «Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: “Ho sete”…» (cf Gv 19,28).

«Ho sete!»: Dio ha aperto il cuore alla creatura e gli ha svelato il segreto di cui vive; la sete è il fuoco d’amore che divampa nel cuore delle Tre divine Persone, brucia e non si estingue e vuole incendiare il mondo. «Ho sete!» è l’appello alla creatura affinché rispondendo, mentre si offre al desiderio di Dio, possa attingere a quell’acqua viva di cui la sua vita e ogni vita ha una sete ardente.

La sete, il desiderio ardente di una risposta è il sentimento col quale Dio cerca l’uomo: «Ho sete!… dammi da bere…» è una dichiarazione d’amore che spande la sua eco per eternità e attende che la creatura la raccolga e si volga al suo Creatore e Signore con un amore uguale e così trovi la Vita che va cercando con tanto affanno.

La sete è anelito dell’amante verso l’amata. Chi ha questa sete muore se non trova chi lo ristori. Dio confessa la sua sete a una creatura la quale a sua volta ha in sé una sete di vita che cerca inutilmente di dissetare presso fonti scavate da uomini, fossero pure le fonti genuine della tradizione dei Patriarchi. Nel pozzo si accumula l’acqua che stilla dalla vena buona e fresca delle profondità della terra e poi ristagna; non è, però, l’acqua gorgogliante della sorgente, l’acqua viva! Gesù solo infatti è la fonte di quell’acqua che scaturisce dalla sorgente zampillando e si muove, crescendo, nella pozza, tracima e si espande, poi si sparge in rivoli cercando la via verso il piano fino a diventare un fiume che feconda il deserto riarso: «uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua» (Gv 19,34): le sue e solo le sue sono parole di vita eterna (cf Gv 6,68); Gesù offre un’acqua che estingue la sete chi ne berrà, fiumi d’acqua viva sgorgheranno da lui (cf Gv 7,37).

Gesù è veramente più grande del padre Giacobbe. Se il pozzo di Sichem poteva rappresentare la sapienza degli antichi, Gesù possiede una sapienza nuova, anzi egli è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,26), egli è la Sapienza che siede in trono accanto a Dio ed era presente quando veniva creato il mondo (cf Sap 9,4), perciò conosce i segreti del cuore e sa «quello che c’è in ogni uomo» (Gv 2,25) senza bisogno che qualcuno gliene dia testimonianza.

La Samaritana si sente conosciuta fin nel profondo, là dove la creatura può ascoltare il sussurro del suo Creatore e rispondere all’amore che la raggiunge. La parola di Gesù infatti «è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l’anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore» (Ebr 4,12). Essa ha cercato consolazione dissetandosi presso molte fonti, ma ogni volta è rimasta delusa; ha avuto infatti cinque mariti, simbolo della contaminazione con culti pagani, ma la sua anima continua ad avere sete… ed esclama: «Signore, vedo che tu sei un profeta»; Gesù la pone dinanzi alla verità ed essa riconosce che la sua “ricerca dell’acqua” l’ha portata a darsi a troppi che le assicuravano vita e poi l’hanno delusa. Ora riconosce che in Gesù opera lo spirito di Dio, perché le «ha detto tutto ciò che ha fatto», egli che conosce le sue pecore e chiama ciascuna per nome (cf Gv 10,3); le conosce perché le ama e dà la vita per loro (cf Gv 10,11). L’esperienza di sentirsi intimamente conosciuti, accolti, amati è inattesa, profonda e sconvolgente: è il primo fondamentale passo verso il riconoscimento di Gesù quale Messia Salvatore. Allora l’anima, deposto il timore, si lascierà condurre nel deserto seguendo la voce che le parla al cuore come uno sposo che parla alla sua sposa (cf Os 4,16.21-22).

Il cuore che si è aperto all’amore può ascoltare la manifestazione della verità che libera. Dunque la donna samaritana, muovendosi a tentoni, dice la sua attesa: il suo cuore è desto, comincia a intuire, ma la certezza non ha ancora il sigillo della manifestazione piena. Sarà il Messia – dice – lo Sposo atteso, che quando verrà, dirà se la vera fede e il culto gradito a Dio sia quello ― preteso come il solo autentico e puro da contaminazioni ― prestato in Gerusalemme o non piuttosto quello del Garizim, il santuario alternativo costruito come contraltare a Gerusalemme ed espressione del culto reso a Dio al di fuori della tradizione.

La risposta non si fa attendere: «Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità». Il luogo santo in cui Dio abita è ormai il cuore dell’uomo e il sacrificio che gli è gradito è l’amore verso Dio e verso il prossimo: questo, del resto avevano insegnato i Profeti (cf Os 6,6): qui anzi è la sintesi perfetta di tutta la legge e dei Profeti (cf Mt 22,40). Questo amore raggiungerà il suo compimento – sarà perfetto – quando si sarà spinto a dare la vita per gli amici, a immagine di ciò che ha fatto il Signore. Colui che lo afferma è l’inviato del Padre: «Sono io, che ti parlo»; e il suono di quelle parole è l’eco del nome santo di Dio: «Sono io» (= Yahwè-Io sono, cf Es 3,14).

La donna corre a dare testimonianza di Gesù; ciò che muove la sua fede e la sua testimonianza è l’esperienza di una prossimità amorosa mai provata prima; un’esperienza che nessuno può darsi da sé, ma è dono di Dio. Questa donna per la prima volta si è sentita attraversata da una spada e inondata di vita incontenibile, che la spinge a comunicare: ormai è anch’essa come una sorgente zampillante che trabocca: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?».

Gesù è capace di scavare pozzi più profondi di quello scavato da Giacobbe. Egli cioè sa scendere in profondità nei cuori e rivelare ciò che vi è nascosto (cf Gv 2,24-25); si rinnova per la Samaritana lo stesso ammirato stupore che coglie Natanaele quando incontra Gesù: «Natanaèle gli domandò: “Come mi conosci?”. Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico». Gli replicò Natanaèle: “Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!”» (Gv 1,48-49).

Chi si sente conosciuto sente anche di non poter sfuggire allo sguardo di Dio: Egli «metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori» (1Cor 4,5); egli è dunque il Profeta, anzi il Messia che «annunzierà ogni cosa», perché egli ha il potere di spezzare i sigilli che tengono chiuso il libro della storia (cf Ap 5,9). L’amore fino a dare la vita ha il potere di dischiudere il mistero: chi ha imparato ad amare come il Figlio riceve in dono la Sapienza e può vedere le cose come le vede Dio.

Quelli del villaggio, giunti da Gesù, gli chiedono di stare con loro: Gesù è uno che conosce, perciò è degno di essere ascoltato. Ascoltando con desiderio «la parola di Dio», il cuore sperimenta che Dio è amore, passa attraverso il fuoco purificatore della Verità alla quale nulla è nascosto: «Dove andare lontano dal tuo spirito, / dove fuggire dalla tua presenza? / Se salgo in cielo, là tu sei, / se scendo negli inferi, eccoti.» (Sal 139/8,7-8); sperimenta la presenza terrificante di Dio: «Ohimè! Io sono perduto, / perché un uomo dalle labbra impure io sono / e in mezzo a un popolo / dalle labbra impure io abito; / eppure i miei occhi hanno visto / il re, il Signore degli eserciti» (Is 6,5), ristorando, infine, la sua sete a quella sorgente di acqua viva che è il costato aperto del Salvatore.

La Parola accolta nel cuore svela il mistero della morte: essa che ha la forza di spaventare e spingere a una fuga nella quale l’ansia di vita cade nelle trappole del peccato, viene svelata in Cristo come la consumazione perfetta dell’amore. La fede scaturisce dall’ascolto di Dio che parla al suo popolo come un amante che dà la vita per la sua Sposa. Gesù resta con i Samaritani ― i lontani da Gerusalemme, gli eterodossi ― due giorni, immagine del tempo nel quale Gesù sta con i suoi educandone la fede. Il terzo giorno il Signore concluderà la sua missione risorgendo dai morti. Gli apostoli l’annunzieranno a tutti i popoli della terra. Ma per la fede salvifica sarà decisivo l’incontro personale col Signore mediante l’ascolto della sua Parola: i Samaritani esclamano: «Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Tardi ti ho amato,
bellezza così antica e così nuova,
tardi ti ho amato.
Tu eri dentro di me, e io fuori.
E là ti cercavo.
Deforme, mi gettavo
sulle belle forme delle tue creature.
Tu eri con me, ma io non ero con te.
Mi tenevano lontano da te
quelle creature che non esisterebbero
se non esistessero in te.

Mi hai chiamato,
e il tuo grido ha squarciato la mia sordità.
Hai mandato un baleno,
e il tuo splendore
ha dissipato la mia cecità.
Hai effuso il tuo profumo;
l’ho aspirato e ora anelo a te.
Ti ho gustato,
e ora ho fame e sete di te.
Mi hai toccato,
e ora ardo dal desiderio della tua pace.

S. Agostino, Confessioni 10.27.38