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Es 20, 1-17 (oppure breve 1-3. 7-8. 12-17); Sal. 18, 8. 9. 10. 11; 1Cor 1, 22-25; Gv 2,13-25.

 

La descrizione del tempio di Gerusalemme ricorda un santuario molto frequentato, che in prossimità della festa di pasqua, con l’aumento del flusso dei pellegrini, moltiplica la sua offerta di servizi e prodotti destinati al culto; qui si tratta di animali per i sacrifici e del servizio di cambio, per consentire ai forestieri o a quanti disponevano soltanto del denaro corrente, di compiere le offerte rituali con il denaro del tempio, che, in ossequio alla legge, non recava immagini. La scena dunque è quella vivace di un grande mercato nel quale si muove una folla variopinta e gioiosa per l’imminenza di una festa dal forte sapore nazionalistico. L’evangelista annota che si tratta della «Pasqua dei Giudei», per sottolineare la distanza dalla Pasqua dei cristiani: la prima era il ricordo di un evento passato e figura della seconda, che ne è il compimento.

Gesù compie un’azione dimostrativa, simile a quelle dei profeti, un atto dimostrativo, che manifesta il suo amore per il Padre e il desiderio di un culto purificato da interessi e avidità (cf Sal 69,10: «Poiché mi divora lo zelo per la tua casa, ricadono su di me gli oltraggi di chi ti insulta»). Per comprendere il senso del gesto di Gesù è illuminante il passo di Geremia, al quale direttamente esso si ispirata (cf Ger 7,1-11). La critica del Profeta è potente; Gesù la riprende e denuncia il fatto che il tempio era diventato un’industria con la quale si arricchivano alcune grandi famiglie che gestivano i servizi del tempio e le forniture di animali per i sacrifici, della legna e di tutto quello che ruotava attorno al culto. Geremia metteva in guardia quanti confidando nel tempio – cioè nella presenza reale di Dio in mezzo al popolo, quale baluardo di difesa contro i nemici che minacciavano di distruggere Gerusalemme – e nel culto, si illudevano di scampare ogni pericolo. Il Profeta richiama la fedeltà all’Alleanza: non ha alcun valore il culto che non è accompagnato da una vita vissuta nella giustizia, che consiste nell’osservare i Comandamenti e nella misericordia verso i più deboli. Dio infatti guarda il cuore e non si lascia accecare dal fumo dei sacrifici. Perciò neppure l’istituzione più sacra, che è appunto il Tempio, può essere presa come una garanzia di salvezza; in passato, infatti, Dio aveva permesso addirittura che la sua dimora venisse profanata e distrutta dagli eserciti nemici.

L’azione di Gesù si svolge nell’atrio esterno, dove avvenivano normalmente i mercanteggi di animali e molti altri traffici legati alla gestione del santuario. Il tempio vero e proprio era posto nella parte più interna e protetto da altri cortili e porticati. Quello che Gesù fa cacciando i venditori di animali è far venir meno la materia prima dei sacrifici, lo stesso per i cambiavalute di cui rovescia i banchi. Significa che il culto basato su quelle pratiche è sottoposto a una critica severissima. A qualcuno restava il dubbio se Gesù avesse voluto purificare il culto, come auspicato dai Profeti, o dichiararne la fine. Di fatto Gesù si presenta come il vero tempio nel quale cercare e incontrare Dio; in esso il sacrificio gradito non è fatto dell’offerta di animali, ma da un cuore purificato e animato dall’amore per il prossimo.

A nessuno dei presenti sfugge il significato simbolico dell’azione di Gesù – tutti infatti conoscevano il testo di Geremia –, perciò gli viene chiesto con quale autorità ha agito. La domanda tende a verificare se Gesù è un profeta, che agisce mosso dallo Spirito di Dio, o un fanatico in cerca di notorietà; essa testimonia le posizioni estreme formatesi riguardo a Gesù: uomo di Dio o impostore?

Il tempio era concepito come il centro del mondo. Toccare il tempio era toccare Dio stesso e la Nazione. La controversia con i Giudei qui si concentra sul tempio, concepito come il luogo materiale in cui Dio ha stabilito la sua dimora e dove è possibile dargli culto in cambio di benedizione e protezione.

Gesù, nel dialogo con la Samaritana, dichiarerà che il tempio è superato definitivamente (cf Gv 4,23-24). Un’affermazione pesante che va a colpire un punto fondamentale della religiosità giudaica. Senza il tempio non si possono immolare sacrifici e senza sacrifici diventa impossibile la “giustificazione”, cioè il perdono del peccato; chi è peccatore è indegno di stare davanti a Dio e non può sperare nella sua protezione. In conclusione, senza il tempio Israele è perduto. (Con la distruzione del tempio da parte di Vespasiano e Tito il Popolo di Dio avviò una difficile e straordinaria trasformazione e trovò nella Scrittura il nuovo cuore del culto). Qui Gesù annuncia che c’è un tempio non costruito da mano di uomo, ma edificato da Dio, nel quale i suoi fedeli potranno trovare la vera giustificazione, cioè il perdono dei peccati e la riconciliazione, ricercata invano fino a quel momento nell’offerta di sacrifici. Il segno che sarà dato, affinché la fede in Gesù abbia fondamento, sarà la resurrezione: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».

I Giudei non colgono il senso di queste parole; essi guardano il tempio magnifico riedificato da Erode, con le sue splendide pietre e le decorazioni sulle quali ancora si affaccendavano i migliori artigiani; Gesù invece «parlava del tempio del suo corpo».

Non comprendono neppure i discepoli, che continueranno a riflettere sull’accaduto e giungeranno a capire il senso di quello che Gesù aveva detto soltanto alla luce della risurrezione. Allora tutto diventerà chiaro: al tempio di pietra si sostituisce il corpo del Signore Gesù. Il luogo nel quale incontrare il Signore e riconciliarsi con lui sarà la persona, il corpo di Gesù, immolato e risorto, esso è il tempio nuovo e perenne, il punto in cui si toccano il cielo e la terra: coloro che crederanno veramente che Dio è amante degli uomini saranno giustificati – cioè resi amici di Dio, suoi familiari, degni di stare alla sua presenza – per la fede (cf Rm 5,1; Gal 3,24), che vuole dire: per mezzo dell’adesione reale e incondizionata a Gesù, al suo insegnamento, alle sue scelte e anche alla sua volontà di essere obbediente al Padre fino alla morte e alla morte di croce e così ricevere la vita da Dio nella risurrezione.

Il tempio fatto di pietra e costruito da mano di uomo ha il tempo segnato: dalla figura si sta per passare alla realtà: d’ora innanzi i «veri adoratori» potranno incontrare Dio in Gesù.

Alle domande di chi pretende giustificazioni Gesù tace: ha dato un segno! Lo può comprendere chi conosce le Scritture e non si rinchiude nei pregiudizi; ha indicato anche quale sarà il «segno» che lo accrediterà definitivamente come colui che ha autorità sulle cose di Dio: sarà la sua risurrezione dai morti. Verrà il momento in cui ognuno che vorrà comprendere comprenderà; ora i cuori sono chiusi e non possono capire. Vi sono alcuni che aderiscono a lui, ma conservano nel cuore e nella mente ancora troppo delle attese messianiche tradizionali: si rallegrano soprattutto per un gesto che esprime un giudizio severo verso una classe dirigente corrotta; questa adesione dovrà essere messa alla prova con lo scandalo della passione, perciò «Gesù …non si confidava con loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c’è in ogni uomo», tra essi c’era anche Giuda, colui che lo tradirà per denaro.

 

Entrare in un tempio significa varcare la soglia del visibile per immergersi nell’invisibile, lasciare la dimensione del tempo per accedere a quella di Dio. Lo spazio materiale definito – una chiesa o un luogo destinato al culto – viene percepito dalla persona di fede per il suo significato simbolico: la sua struttura e tutto ciò che contiene evoca l’invisibile e quando i sensi si posano su quello spazio e su ciò che lo circoscrive così come su quello che esso custodisce, l’anima viene “toccata” dalle realtà invisibili.

Ognuno è consapevole che gli edifici o i luoghi con i richiami religiosi che contengono non sono la realtà spirituale che va cercando, ma attraverso di essi sente di poterla raggiungere; come un oggetto appartenuto a una persona cara: la rende presente all’affetto di chi lo vede e lo tocca. Gesù, con quanto ha fatto e ha detto a proposito del tempio del suo corpo è andato molto oltre. Egli ha parlato del suo corpo, intendendo con ciò la sua persona e la Chiesa.

Nel cammino verso la Pasqua la chiesa pone di nuovo al centro dell’attenzione il corpo del Signore: la domenica scorsa era il corpo trasfigurato sul monte; questa domenica è il nuovo tempio non fatto da mani di uomo, cioè il corpo concepito per opera dello Spirito santo e risorto dai morti. Dio non lo si incontra più in un luogo, ma nella persona del Signore, nella sua umanità, che si è collocata in una storia e in un popolo e della quale i Vangeli ci hanno conservato la memoria; ma il suo corpo è costituito anche dalla comunità di coloro che hanno aderito a lui con la fede è ne continuano l’opera. Qui si incontra il Signore della Gloria. Chi entra in questo tempio è avvolto dal Mistero di Dio che ha assunto una forma è un linguaggio umano e comunica con la creatura mediante una comunione di vita per la quale, man mano che cresce nella creatura la sintonia con il Creatore, si verifica l’unione delle intenzioni, della volontà, dei sentimenti.

Il sacrificio gradito a Dio, il vero culto spirituale sarà la perfetta conformazione alla volontà del Padre il cui disegno è di rinnovare tutte le cose in Cristo.

Allora la Comunità dei credenti sarà il popolo degli uomini liberi. Talmente liberi da non esitare a mettere in gioco la propria vita per amore di Dio e dei fratelli.