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Es 3,1-8.13-15; Sal 102; 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9

 

Continua l’itinerario della Quaresima.

È il tempo della speranza di Dio, che non si rassegna di fronte alle situazioni di male e di disuguaglianze che separano gli uomini tra loro.

Dio non si rassegna nemmeno sul nostro futuro e continua a credere possibile che l’umanità possa cambiare.

La Quaresima, con il suo esigente e concreto invito a chiedere e dare perdono, a scendere nel profondo di noi stessi e della vita, libera dall’idea triste che tanto l’amore non serve a niente e che nulla può mutare.

La Quaresima riaccende anche in noi la speranza di cambiare, il gusto di rompere con la continuità dei nostri pensieri, di dare frutti nuovi, di consolare chi ha sperato tanto sulla nostra vita.

Il cammino della Quaresima è incontrare, come Mosè, il roveto della Parola, un fuoco di amore che non finisce, che non consuma, ma scalda, illumina e purifica il cuore.

Davanti alla Parola anche noi dobbiamo toglierci i sandali, cioè le abitudini di sempre, le presunzioni, l’atteggiamento sicuro, le risposte scontate, la sfrontatezza di trattare anche Dio con sufficienza e con furbizia.

Impariamo il timore di Dio per poterlo ascoltare e per capire il mistero del suo amore e della sua misericordia.

Oggi, ci presentiamo anche noi da Gesù a dirgli quello che è successo. Possiamo farlo, sempre, senza vergogna e paura.

Andiamo da lui, per domandare, per capire, o anche solo per raccontare e confidare quanto ci agita.

Oggi, come quei giudei, affidiamo al Signore le nostre paure, l’incertezza, le lacrime, l’orrore per la violenza che insanguina il mondo, i dubbi sul futuro e tutto quanto tormenta il nostro cuore.

Ci rivolgiamo alla Parola di Dio, perché illumini i nostri passi.

E Gesù ascolta le notizie che gli portiamo.

La sua risposta è chiara: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i galilei, per aver subito una simile sorte?”.

Per Gesù nessuno è mai tanto colpevole da meritare la morte.

Il Signore non divide il mondo tra buoni e cattivi, tra chi merita la punizione e chi no.

Non nasconde il male, non fa finta che non ci sia ma non lo considera inevitabile. L’ambizione di Gesù è sconfiggerlo!

Il Signore stabilisce un rapporto diretto tra come viviamo noi e il mondo, per non essere deboli e sorpresi dal male.

No, vi dico, ma se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo”.

Sembrano parole dure e minacciose. Quando il mondo vive momenti minacciosi vorrebbe ascoltare solo parole facilmente rassicuranti. Ma quegli eventi sono un dolore che aprono uno squarcio sulla condizione del mondo.

Le lacrime possono purificare occhi troppo chiusi dall’amore per sé, dalla sciocca idea che si può accettare un mondo ingiusto, intossicato dal pregiudizio, segnato da tanti semi di inimicizia.

L’odio e la violenza divorano troppe vite umane! Anche per questo dobbiamo cambiare. E dobbiamo iniziare noi a cambiare!

Gesù ci invita a convertirci.

Noi cerchiamo una colpa negli altri, per sentirci diversi e sicuri. Gesù ci metti di fronte a noi stessi. Cambiare è questione di vita o di morte.

Il Signore sta dicendo: non è indifferente come vivi!

Bisogna convertirsi, disarmare il nostro cuore da ogni violenza, nelle parole e nei gesti; scegliere di avere un cuore di pace e pacificatore a partire dal nostro piccolo mondo.

Conversione vuol dire dare frutti di amore, in un mondo rassegnato e cinico.

Conversione è donare tempo, in un mondo che ha fretta, superficiale; è essere generosi in un mondo supponente, che non vuole mai sporcarsi le mani, che è avaro anche del superfluo.

Convertirsi è iniziare ad ascoltare in un mondo che parla sopra gli altri.

Dobbiamo convertirci dall’insofferenza alla calma; dall’ignoranza alla conoscenza; dalla tiepidezza alla passione; dalla paura all’amore; dalla giustizia alla misericordia; dagli affanni alla preghiera e all’ascolto della Parola.

L’imperativo del Signore non può lasciare indifferenti: “Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”.

La morte che dobbiamo temere è la morte all’amore e alla speranza che spegne la fede nella bontà del Creatore e nella bontà del creato.

Quanto è facile credere che questo accada solo agli altri, per illudersi di essere protetti dal male, finendo per diventare fatalisti e rassegnati.

Forse anche noi dobbiamo riconoscerci nel fico della parabola!

Anche noi abbiamo sfruttato tanto il terreno, le possibilità che ci sono state offerte senza dare frutti!

Dio viene a cercare i frutti: ha fame di amore.

Ha dunque ragione il padrone che ritiene giusto tagliare quell’albero che si impadronisce senza dare.

Ma a nostro favore intercede il vignaiolo che grida al Padrone: “Lascialo!”; è l’implorazione carica di affetto di Colui che è venuto a chiamare i peccatori a convertirsi.

Concede un anno di grazia, di paziente attesa, di lavoro nelle nostre radici, nel profondo di noi stessi, perché possiamo dare frutti e darli con abbondanza.

MM