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Is 8,23b-9,3; Sal 26,1.4.13-14; 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23

Convertitevi  (Mt 4,12-23)

Dall’ombra una luce…

La cattura di Giovanni e la conseguente insicurezza per i suoi discepoli spinge Gesù a ritornare in Galilea. Lasciando Nazaret, Gesù sceglie di abitare a Cafarnao, la città posta all’incrocio tra le due grandi vie, duella del mare e quella che porta all’Egitto, un luogo di traffici, dove si può incontrare molta gente e la parola può diffondersi più rapidamente. Ma per questa ragione Cafarnao e la Galilea, confinante con la fenicia e la Siria, è più esposta al contatto con i popoli pagani, anzi proprio quella nella quale sono avvenute contaminazioni culturali e religiose; perciò la terra abitata dalle tribù di Zabulon e di Neftali è spesso disprezzata dai giudei. Ma il Vangelo questa regione diventa la terra dell’annuncio della buona notizia; in ciò Matteo vede a realizzazione dell’oracolo di Isaia. Gesù proclama la presenza di Dio in mezzo una società che porta i segni e le ferite delle diversità e delle infedeltà, ma è anche portatrice di profondi desideri ed è fatta di persone che attendono qualcosa di nuovo e di migliore. Gesù invita ognuno a cambiare il cuore e ad aprire gli occhi su un orizzonte nuovo in cui, assieme alla fatica, abita la libertà e la gioia. Perciò la presenza di Gesù è luce tra le tenebre: la novità della buona notizia risuona proprio dove non si sarebbe potuto immaginare. Infatti da parte di un giudeo osservante Gesù e il suo messaggio potevano essere facilmente confuso con una delle tante “novità” germoglianti in un contesto culturale e religioso agitato come era, appunto quello della Galilea.

 Il primo effetto dell’annuncio della buona notizia è la risposta dei primi discepoli.

L’annuncio si condensa in un invito a diventare discepoli: perché il Vangelo occorre “impararlo” da un Maestro con la pratica della vita: qui si tratta di imparare a vivere in modo diverso, a vedere e a sentire in modo nuovo. La chiamata delle due coppie di fratelli è narrata in maniera sobria; ha il sapore di un taglio netto. Vengono riferiti i nomi e il mestiere: «Simone, chiamato Pietro, e Andrea» e «Giacomo di Zebedèo e Giovanni»; il testo aggiunge che «erano pescatori» intenti al loro lavoro. Infine il Vangelo annota che essi seguirono Gesù «subito». I primi lasciando gli strumenti di lavoro, gli altri lasciando oltre a questi anche il padre.

Gesù chiede molto a coloro ai quali rivolge l’annuncio che subito si fa chiamata a seguirlo. Lasciare non significa un allentamento dei rapporti, ma uno stacco deciso e consapevole. Qui il Vangelo dice che quei primi discepoli lasciarono il padre, cioè la famiglia, e la barca, cioè il lavoro: si tratta di due elementi fondamentali per la formazione del senso della vita e della visione delle cose; due fattori culturali e religiosi, che coinvolgono tutto: la coscienza di sé e del proprio ruolo in un ambiente e anche il modo di “sentire” Dio e di vivere la dimensione religiosa. Come avvenne per Abramo, lasciare la terra e la casa comporta l’ingresso – spesso accompagnato dal disagio – in una “novità” che abbraccia tutto. Perciò il “lasciare il padre” come primo passo verso una fede matura è un reale abbandono della condizione di minorità per inoltrarsi nella terra delle decisioni personali e nella responsabilità piena di fronte alla vita.

Il lasciare riguarda anche il mestiere. Il lavoro spesso definisce la persona davanti alla società, al punto che una persona viene indicata col titolo che la qualifica per la sua abilità o per il mestiere che svolge, prima ancora che per le caratteristiche fisiche che la distinguono. Lasciando, col padre, anche la barca, i discepoli perdono la loro qualifica sociale: divengono come degli apolidi che possono trovare un ruolo e presentarsi alla società solamente come dei discepoli, degli scolari e apprendisti di un Maestro che lascia stupiti molti. Chi accetta l’invito a lasciare tutto, accetta il rischio di entrare a far parte del popolo degli uomini liberi. Ma li attende un cammino difficile, perché avendo lasciato gli antichi segni di orientamento non gli resta che la stella sorta in oriente per dirigere i loro passi lungo la via della pace, fino alla terra promessa, dove scorre latte e miele.

Gesù per primo, iniziando il suo ministero, aveva lasciato il suo villaggio e la sua famiglia di origine e, più tardi –quando i parenti cercarono di riportarlo a Nazaret ritenendolo fuori di sé (cf Mc 3,) – egli dichiarò che la sua nuova famiglia era composta da coloro che ascoltavano la Parola. Laddove è chiaro che la Parola è quella che Dio rivolge ai Profeti e l’ascoltare significa vivere la Parola udita.

A chi si mette a seguire il Signore è chiesto di attraversare le solitudini della “novità” di Dio.

L’adesione al Vangelo, dunque, non comporta solamente l’assunzione di un culto, ma è una scelta di campo in cui il Signore è l’unica certezza. Questo è per molti versi un atto contro culturale potenzialmente rivoluzionario.

Contrariamente all’uso del tempo, quando erano i discepoli a scegliere il maestro, come sarebbe per qualcuno che sceglie che scuola frequentare, è Gesù che sceglie i discepoli. La chiamata del Signore è ferma e offre subito l’obiettivo: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini». Una frase che quei primi discepoli potevano comprendere in modo immediato partendo dalla loro esperienza pratica e che si potrebbe forse rendere così: come raccogliete tanti pesci nella rete, così radunerete attorno a voi tante persone; del resto era quello che faceva Gesù quando parlava alla folla. Egli era un rabbi che dava un insegnamento consistente nell’offrire la sapienza della Bibbia, letta come la può leggere un profeta, cioè uno pieno dello Spirito di Dio. Qui appare chiaro che è Gesù a costruire attorno a sé una comunità dimostrando che in tal modo egli intende realizzare un progetto. Egli vuole preparare delle persone come «pescatori di uomini».

C’è un’immagine che può aiutare a cogliere un altro aspetto dell’espressione usata da Gesù. Nel battesimo (normalmente degli adulti) praticato dalla Chiesa primitiva il Catecumeno veniva immerso nella vasca battesimale quindi “pescato” e tratto alla vita, come da un grembo: questo ricordava il trarre i pesci dal mare. Dunque, diventare «pescatori di uomini» rimanda alla missione di trarre a vita nuova mediante l’annuncio della fede e il battesimo.

Colui che segue un maestro e si mette alla sua scuola ne impara la sapienza per riproporla a sua volta. Qui non si tratterà ― come spesso accadeva per i molti rabbi che del tempo di Gesù ― di apprendere una sapienza accademica, piena di sottigliezze, con l’acribia che potevano rendere famoso un dottore della Legge; Gesù proponeva la Parola e ognuno ne sentiva vibrare lo Spirito: attraverso la Scrittura egli insegnava a trovare il cuore di Dio e questo suscitava l’interesse delle persone, anche le più semplici, le quali, nell’insegnamento di Gesù, non avvertivano più solamente le esigenze esterne della fedeltà all’Alleanza, ma soprattutto la forza di salvezza di cui essa era portatrice e la premura di Dio verso il suo popolo. Ma non solo questo.

Gesù con l’insegnamento offriva anche la condivisione della sua vita, che era fatta di uno stile e di scelte precise, che rappresentavano per molti una novità conturbante, come nel caso delle libertà che egli si prende nel giorno di sabato.

Gesù è anche un Maestro potente in opere: la sua parola è sostenuta dalla potenza dei miracoli, che dimostrano che in lui agisce la forza di Dio, come si legge nella Bibbia a proposito dei Profeti.

Con Gesù entra nel mondo la Buona Notizia, che però esige conversione dai modi di pensare e dalle attese miracolistiche presenti in coloro che gemevano in una condizione di ingiustizia. Il Signore non viene dall’alto a rovesciare la storia, ma viene piuttosto a soffiare lo Spirito nelle narici del suo popolo rendendolo vivo e capace di combattere al suo fianco. La buona notizia del Regno che è vicino ― cioè che Dio è in mezzo al suo popolo ― si può comprendere meglio pensando a quando i sacerdoti portavano l’Arca dell’Alleanza sul campo di battaglia; il popolo ne era rincuorato e combatteva con più ardore, fino alla vittoria. Non è garantita la vita di chi combatte, ma la vittoria del popolo fedele al suo Dio. Con Gesù risuona l’annuncio che Dio non viene a sbaragliare i nemici, ma a condividere la sorte del suo popolo, mostrando alla fine di essere più forte della morte. Coloro che aderiranno a lui con la fede e vivranno secondo i suoi comandamenti saranno anch’essi più forti della morte che i nemici potranno infliggere loro.

La grande “guarigione” dell’uomo e dei popoli è operata dal fuoco della speranza riaccesa nei cuori. Essa sarà il frutto di un distacco da tutto ciò che è ormai passato per aprirsi a quello che è nuovo: «Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?», dice il Signore (Is 43,19). Per accogliere il nuovo occorre la disponibilità a disfarsi del vecchio. Per trovare la vita che tanto si desidera occorre saper lasciare quella che si possiede (cf Mt 16,25).

Il sapore della Buona Notizia può gustarlo veramente chi ha fame davvero.

PDL

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