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Ger 1,4-5.17-19 Sal 70 1Cor 12,31-13,13 Lc 4,21-30

 

Il vangelo ci colloca di nuovo nella sinagoga di Nazareth, dove Gesù sta inaugurando il suo ministero apostolico.

Dopo aver letto la profezia di Isaia, che annunciava l’anno giubilare definitivo, in cui la terra, dono del Padre, sarebbe stata ridistribuita a tutti i fratelli, Gesù ha fissi su di sé gli occhi di coloro che erano in attesa della salvezza.

A questo punto succede qualcosa di sorprendente: il figlio di Giuseppe non si limita a commentare il testo del profeta, ma si presenta come compimento della parola di grazia, come colui che porta in sé la benedizione di Dio e realizza la promessa di redenzione.

Gesù afferma chiaramente che l’oggi eterno di Dio, contemporaneo a ogni uomo, è il tempo propizio della salvezza.

Non solo Israele, ma tutta l’umanità può ascoltare e accogliere questa Parola che porta libertà ai prigionieri, che guarisce dalla cecità, che consola i cuori affranti, che promulga l’anno gradito al Signore.

È Dio che si fa vicino a ciascun uomo, che nell’ascolto è chiamato alla comunione piena con lui e con i fratelli.

Di fronte a questo annuncio non possiamo rimanere neutrali.

La parola di Gesù è portatrice di un giudizio e chiede a noi di prendere posizione.

Il sogno di Dio inizia oggi e non in un incerto domani. Oggi dobbiamo aprirci con tutto il cuore a questo dono di grazia e accoglierlo con gioia.

Il vangelo, però, ci riferisce che la reazione alle parole di Gesù non è stata l’accoglienza, ma il rifiuto.

Siamo di fronte a uno scandalo insuperabile che avrà come frutto la croce.

Lo scandalo dei nazaretani è stato accorgersi che Dio non li salva nella modalità che loro avrebbero voluto.

Certamente Dio vuole l’uomo salvo perché lo ama; ma per salvarlo assume la sua stessa carne e fragilità.

Dov’è quel Dio forte in battaglia, che stermina i nemici con braccio potente, che schiaccia la testa dei malfattori di cui parlano le Scritture?

L’uomo ha bisogno di un dio così, totalmente altro da sé; non di un Dio che si è fatto come noi; anzi uno di noi come il figlio di Giuseppe!

Questo scandalo si manifesta nella domanda: “Perché Dio permette il male, perché non interviene con la sua potenza, perché non mette ordine e non punisce chi opera con ingiustizia?

A queste domande di senso, Gesù risponde affermando che oggi si è compiuta la salvezza, che oggi Dio opera per il bene dell’umanità; anche là dove questo agire rimane nascosto e apparentemente improduttivo.

A Dio non basta dare la sua salvezza: dà se stesso come salvatore, unendosi alle sue creature.

Dio opera con amore e per questo la sua salvezza è efficace e può cambiare la vita degli uomini.

Il Signore sa che neppure il sacrificarsi per gli altri serve a niente, se non c’è l’amore!

Il sacrificio della croce è salvifico non perché Dio ha offerto la sua vita; ma perché in questo dono ci ha rivelato che il nostro bene era il suo bene.

Questo è l’amore: gioire del bene dell’altro, non cercare il proprio interesse ma quello del fratello, condividendo quello che è suo; in altre parole: vivere di dono.

Nella sinagoga di Nazareth, nel luogo della Parola, Gesù sta dicendo che il Padre non benedice la nostra vita così com’è: ma ci chiede di cambiare, di entrare nei criteri della carità, di non restare prigionieri dei nostri vecchi giudizi, solo perché li consideriamo veramente nostri!

Dio è grande e onnipotente non perché impone la sua alterità, ma perché si piega su di noi e per amore ci rende grandi ai suoi occhi, rispettando la nostra alterità!

Questo mistero di amore non è stato immediatamente compreso dagli abitanti di Nazareth; così come onestamente dobbiamo ammettere non è immediatamente comprensibile a noi.

Possiamo accettarlo nella fede solo se teniamo i nostri occhi meravigliati fissi su Gesù, compimento perfetto della parola di amore del Padre.

Se i nostri occhi, invece, li chiudiamo su ciò che pretendiamo di conoscere di Dio, allora non ci lasceremo coinvolgere nel suo dono.

Luca con ironia contrappone la pienezza di Spirito Santo, di cui è rivestito Gesù, alla pienezza di ira che fa ribollire il cuore degli abitanti di Nazareth.

Gesù, come i profeti, non viene rifiutato dagli estranei, dai pagani, ma proprio dai suoi. Non si è familiari di Gesù per davvero se non lo si ascolta, se non gli si permette di fare verità nel nostro cuore; se non si pongono i suoi criteri alla base delle nostre scelte.

Possiamo essere conoscenti di Gesù, ma non suoi amici!

Possiamo essere dei frequentatori, ma non dei discepoli!

Non si è familiari di Gesù per diritto, per natura o per consuetudine; neppure per il battesimo se non lo si vive concretamente, cioè accettando un Dio che ci ama fino a condividere con noi la nostra umanità per redimerla e per cambiare la nostra vita!

I nazaretani hanno spinto Gesù fuori della loro città, fuori della loro vita.

Questo può essere anche il nostro rischio!

Se veniamo a messa ogni domenica, facciamo la comunione, osserviamo i tempi di preghiera, ma non abbiamo in noi la carità e non ci lasciamo scuotere il cuore dalla Parola che ascoltiamo, a nulla serve la nostra religiosità.

Infatti senza l’amore non cambiamo noi e non aiutiamo gli altri a cambiare.

Gesù ci chiede di entrare adesso nell’oggi della salvezza, aprendo i nostri orecchi all’ascolto della sua Parola, fissando il nostro sguardo su di Lui, condividendo tra noi il dono del suo Corpo e del suo Sangue; lasciando che questa offerta di amore operi la nostra unità con lui e tra di noi, che ci trasformi interiormente.

 

MM