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Mi 5,1-4a; Sal 79,2ac e 3b. 15-16. 18-19; Eb 10,5-10; Lc 1,39-45

 

Le letture di oggi ci indicano che Dio sceglie ciò che è piccolo, povero, che non si impone, come dimora per manifestare la sua presenza in mezzo a noi.

La prima lettura è tratta dalla profezia di Michea, un umile contadino del sud della Palestina che protesta a favore dei poveri sfruttati da padroni esigenti e rovinati dalla dominazione assira.

Il profeta con parole violente e con immagini semplici, denuncia gli abusi e le ingiustizie che insidiano la fede nell’unico Dio e l’unione fraterna del popolo di elezione.

A partire da questo orizzonte squallido e oscuro, sia moralmente che politicamente, si apre uno spiraglio di luce e di speranza: esso scaturisce da Betlemme, la città del re Davide.

A questo tema si ricollega il brano di oggi.

Da una modesta famiglia di campagna, nella più piccola delle borgate di Giuda, deve nascere un nuovo capo, il nuovo Davide, e il profeta ne canta la gloria.

È una bella illustrazione di come Dio sceglie lo sprovveduto ed il debole per confondere i potenti e i forti della terra.

La lettera agli Ebrei, sottolinea il radicale mutamento religioso introdotto da Cristo.

Come altre religioni antiche, anche il giudaismo pensava di espellere il male purificando la nazione con sacrifici rituali.

Questi però operano solo una purificazione illusoria e sono ripudiati da Dio.

La perfezione del sacrificio di Cristo annulla tutti i sacrifici antichi.

La validità del sacrificio di Cristo non è nella sua uccisione da parte degli uomini – ciò non è gradito a Dio-, ma nella sua volontà di sigillare fino alla morte la sua libera decisione presa al suo entrare nel mondo.

Gesù ha donato se stesso portando così l’amore al suo culmine e questo è il vero sacrificio sorgente di vita: perché è l’amore l’essenza del sacrificio!

Al sacrificio e all’offerta dell’antica alleanza Gesù sostituisce il corpo, cioè la sua realtà personale di uomo e Dio, che diverrà la realtà della Chiesa, corpo mistico di Cristo, unito a lui e al suo sacrificio come le membra al capo.

E anche il vangelo ci parla del corpo.

I riferimenti al corpo della partoriente, ai corpi delle due donne incinte che si incontrano, al corpo ecclesiale che Dio prepara per il Cristo, indicano che il corpo è il luogo spirituale e il sacramento della presenza di Dio tra gli uomini.

Il mistero dell’incarnazione non è riducibile all’evento puntuale della nascita di Gesù.

Come ogni uomo Gesù è portato nel seno di una donna, abita per nove mesi nel grembo di Maria e tale grembo è sua casa, suo cibo, sua vita.

Il venire al mondo è anzitutto l’esserci nel corpo di un altro: per Gesù – come per ogni uomo – il corpo di una donna è il suo primo mondo.

Ma il testo evangelico è anzitutto celebrazione dell’accoglienza: Elisabetta riconosce in Maria colei che ha accolto la parola di Dio credendo al suo compimento.

Maria canta Dio come Colui che l’ha accolta nella sua piccolezza, rivolgendole uno sguardo di amore e di elezione.

Nella visitazione, Maria ed Elisabetta si accolgono reciprocamente riconoscendo ciascuna l’azione che Dio ha compiuto nell’altra: la sterile è rimasta incinta e la vergine ha concepito per opera dello Spirito santo.

E dietro all’anziana Elisabetta resa feconda vi è anche l’accoglienza delle preghiere di Zaccaria, suo marito, da parte di Dio.

Il mistero della fecondità è allora un mistero di accoglienza.

La vita che Maria ha accolto nel proprio grembo diviene inabitazione di Cristo in lei.

Questo mistero di maternità nella carne ha una valenza spirituale.

La preparazione della via del Signore si declina come preparazione del proprio corpo e del proprio cuore all’inabitazione del Signore, grazie all’ascolto della parola di Dio.

Maria è figura del credente che genera in sé il Cristo grazie all’ascolto della parola.

Gesù stesso affermerà che sua madre e i suoi fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica.

Maria appare anche figura di colei che, nel suo viaggio verso Elisabetta, porta il Cristo perché lo ha in sé, è parte di sé: e come ogni donna incinta vede riplasmato il proprio corpo dalla presenza di una creatura nel proprio ventre.

Così la presenza di Cristo riplasma e ri-forma la chiesa che se ne fa testimone.

Noi, dunque, siamo sacramento e narrazione nella nostra vita, nella nostra carne, della presenza di Cristo nel mondo.

Chiediamo allora al Signore di essere luogo degno di accoglienza della sua Parola.

Lasciamo che lo Spirito ci plasmi a immagine di quella parola eterna che è risuonata nel silenzio per dare vita a ogni cosa.

Riconosciamoci come Chiesa: come comunità di credenti che si nutre della Parola fatta carne, una Parola che intride le nostre carni perché Cristo possa essere presente in questo mondo ed essere per tutti segno di amore, di misericordia e di salvezza.

La venuta del Signore non ci trovi impreparati!

 

Mm

 

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COMMENTO ALL’IMMAGINE

di Rogier Van der Weyden (1400 – 1464)

Rogier Van der Weyden, Visitazione (ol/tv, 1445c – Leipzig, Museum der Bildenden Künste)

 

Una casa castello – che per le vetrate e il rosone richiama immediatamente una cattedrale – di grandi dimensioni, tipica di persone di condizione agiata, campeggia sullo sfondo di un cielo sereno in cui gli uccelli volano allegri in stormi in cima alla torre e ricordano per la loro posizione la costellazione del carro: nel quadro si respira la compostezza trepida della primavera. Il portone di accesso alla casa è socchiuso e una persona di spalle si intrattiene con un cane. Il terreno attorno è ben coltivato, i prati sono contenuti da staccionate e gli alberi svettano ben curati. Sotto la collina su cui sorge la casa castello si nota una peschiera con dei cigni; ai bordi si vedono due figure intente al lavoro. Più in là una strada sinuosa fiancheggiata da un frutteto con filari di alberi tutti uguali. Poi la strada che porta alla città (Gerusalemme), un’ombra appena accennata sul fondo, continua fra campi coltivati e alcune case si affacciano su di essa.

In primo piano le due figure di Maria e di Elisabetta. Maria sta ancora salendo l’erta che porta alla casa della cugina, mentre Elisabetta le è corsa incontro in tutta fretta, vedendola arrivare (perciò la porta di casa è rimasta aperta). Le due donne sono di differente età: una è ancora fanciulla, Maria, mentre Elisabetta è già una donna matura. Maria porta i capelli sciolti, segno che non è ancora sposata, mentre Elisabetta ha il capo coperto, come era l’uso medioevale per le donne sposate. Maria porta l’abito della regina: una tunica e un manto azzurri (è il colore del cielo e ricorda che Maria è stata tutta “coperta” dallo Spirito Santo) foderati di ermellino, una cintura d’oro le cinge i fianchi che accennano appena alla maternità incipiente, con la destra solleva la sopravveste e lascia vedere la veste di damasco di velluto rosso sangue (il colore dell’umanità) bordata d’oro e il pendaglio della cintura fatto d’oro e di gemme. Con la sinistra Maria tocca lievemente il ventre di Elisabetta, ormai cresciuto al punto che l’abito, sul fianco, ha le stringhe allargate; Elisabetta, a sua volta, accarezza con la sinistra il grembo di Maria, mentre ha la destra tesa in un abbraccio. Entrambe gioiscono della “danza” di gioia delle creature che portano in grembo: Giovanni già esulta davanti all’Arca del Signore che sta per entrare nella sua casa. Maria ha il volto composto in una serenità sovrana e uno sguardo gioioso rivolto alla cugina, che appare più alta di lei, come a sottolineare anche in ciò la forte differenza di età. Elisabetta indossa un’ampia sopravveste rosso vivo orlata di ermellino, che sul fianco è aperta, a indicare la maternità ormai matura; la postura di Elisabetta è lievemente chinata e innaturale: le gambe sono piegate sulle ginocchia, un accenno alla riverenza che le dame facevano alla regina.

È l’incontro delle due madri: la madre del più grande fra i nati di donna va incontro alla Madre di Dio.

In primo piano a destra, contenuto da una siepe di vimini intrecciati, che fa pensare all’hortus conclusus – tradizionale titolo e immagine di Maria – o a una cesta, è contenuto il messaggio della rappresentazione, affidato all’erbario. Vi si nota, tra l’altro, la presenza delle piante e dei fiori che alludono all’umiltà e al nascondimento, come le dolci fragole di bosco, le primule e le margherite. Ai simboli rappresentati da ciascuna delle piante in primo piano si devono aggiungere quelli richiamati dagli alberi e dagli arbusti presenti nell scena.

Le labbra di Elisabetta sono appena socchiuse ad accennare il saluto col quale accoglie Maria: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore».

La scena è densa di accenni e di sentimenti di donne che intuiscono l’una nell’altra il segreto non appena della maternità, ma degli affetti che essa genera; vi è la gratitudine e la gioia, il rispetto e la tenerezza per il dono della vita che è sbocciata e cresce nel loro grembo.