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At 2,14a.36-41; Sal 22,1-3a.3b-4.5.6; 1Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10: io sono la porta delle pecore

Il brano proposto è una parte del discorso di Gesù posto dall’Evangelista immediatamente dopo la guarigione del cieco nato.

L’uomo che era stato cieco aderisce a Gesù e affronta la polemica con i Giudei dando ad essi la sua testimonianza umile e coraggiosa; paradossalmente questa “persecuzione” diventa per lui l’occasione per conquistare la libertà dei figli di Dio; infatti alla fine viene cacciato della sinagoga: egli è il primo di coloro che Gesù «porta fuori» dal chiuso dell’ovile. Avendogli «aperto gli occhi»; colui che era cieco riconosce in Gesù il Messia e lo segue lasciando il tempio-ovile per andare a pascolare libero, guidato da Gesù buon pastore che fa riposare su pascoli erbosi e conduce ad acque tranquille (Cf Sal 23,2).

Gesù usa l’immagine dell’ovile, che qui è immaginato come un recinto nel quale vengono rinchiuse e custodite le pecore. L’esempio rimandava al Tempio di Gerusalemme, che si presentava, nel suo grandioso complesso sulla collina che dominava la città, come uno spazio cintato di portici e aperto sull’esterno da porte attraverso le quali transitavano i fedeli.

Il Tempio era la casa di Dio nella quale il popolo di Israele trovava rifugio sicuro come in una fortezza; ma esso era anche il luogo simbolo della Nazione: lì risiedeva il governo spirituale e si conservava il tesoro; dominato com’era da gruppi di potere, aveva finito per rappresentare un’Istituzione ermeticamente chiusa alla novità di Dio, manifestata dai Profeti.

Sul piano religioso, i Farisei e i maestri della legge – in particolare i rappresentanti dell’ala più dura dell’osservanza – erano stati i protagonisti della polemica scatenata contro l’uomo che era nato cieco. Questi stessi, mentre si opponevano a Gesù, sembravano più indulgenti verso certi “zelatori” che in realtà ingannano il popolo, inducendolo a percorrere vie che alla fine si riveleranno fatali, provocando la sanguinosa reazione romana e la dispersione del popolo. Va ricordato, in proposito, che intorno agli anni in cui Gesù vive e compie la sua missione, furono più d’uno coloro che, presentandosi come Messia, cercavano di scatenare rivolte popolari che avevano abitualmente l’obiettivo di impadronirsi del Tempio; negli Atti degli Apostoli, Gamaliele ricorda Teuda e Giuda il Galileo (cf At 5,36-42).

Costoro Gesù li assimila ai briganti, che di notte assaltano l’ovile per rubare, uccidere e distruggere. Il ladro non entra per la porta, ma scavalca il muro o apre una breccia, ma le pecore non lo conoscono e restavano confuse. Le pecore riconoscono invece la voce del pastore e lo seguono spontaneamente, quando egli apre la porta e le fa uscire libere al pascolo.

Gesù prende decisamente le distanze da chi «non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte». Al numero di quei «ladri e briganti» appartengono anche i giudei nemici di Gesù; essi, infatti, non meno di quegli agitatori che si presentavano come Messia, ed erano degli impostori, hanno voluto impadronirsi del Tempio, la casa di Dio e il recinto nel quale il popolo si raduna come un gregge, custodito da Dio come pastore.

Scribi e farisei hanno la pretesa di falsificare il suo insegnamento, confondendo i semplici, «ma le pecore non li hanno ascoltati». Se infatti gli agitatori del popolo, in nome della libertà della Nazione santa, incitano a una lotta che può apparire eroica, ma è fin dal principio stolta e destinata alla sconfitta, i maestri della legge e quanti che sono tenacemente attaccati alla tradizione – ma soprattutto ai loro privilegi – fanno ugualmente del male al popolo, perché lo costringono in una reale schiavitù, impedendogli di «vedere» e di «credere» che Gesù è da Dio; tanto è vero che prima minacciano, poi cacciano dalla sinagoga colui che era nato cieco e che ora «vede» e professa la sua fede in Gesù come uomo di Dio. Essi non ammettono una salvezza operata da Dio in mezzo al suo popolo al di fuori di quella derivante dal loro modo angusto di comprendere e interpretare le Scritture e concretamente operata dalle opere del culto. Per essi la salvezza è una conquista dell’uomo mediante l’osservanza della Legge, non il dono di un Dio buono e misericordioso da accogliere nella fede.

Egli invece – che è il buon pastore e per le pecore dà la vita perché le conosce una ad una e le mana – entra per la porta, cioè attraverso la via segnata da Dio nella Legge, purificata dagli appesantimenti accumulatisi nel tempo; egli è dunque il pastore e non un estraneo in cerca del proprio tornaconto o un fanatico sconsiderato. Usando questa immagine, Gesù riprende l’insegnamento di Ezechiele, che ha parole durissime per i “pastori di Israele”, i quali nutrono se stessi, piuttosto che prendersi cura del gregge (cf Ez 34). Il testo conclude con l’espressione: «Essi non capirono che cosa significava ciò che diceva».

Gesù aggiunge: «Io sono la porta delle pecore». L’immagine rimanda a una porta che si trovava nel muro nord del tempio; era chiamata così perché attraverso di essa venivano fatti passare gli animali destinati ai sacrifici. Per il discepolo è un richiamo alla croce come alla «porta stretta» della libertà e della vita; essa è un invito a partecipare alla Pasqua di morte e di risurrezione in comunione perfetta col Maestro.

Dunque sarà «salvo» solo chi vorrà accedere a Dio attraverso Gesù, rifiutando l’insegnamento sia dei violenti, sia di quei maestri che, anziché aprire gli occhi alla gente e far passare gli uomini dalla schiavitù alla libertà dei figli, badano a nutrire se stessi e a consolidare il proprio dominio sul popolo attraverso il loro sapere e soprattutto attraverso il controllo delle coscienze.

Quello della libertà è uno degli aspetti più critici nel rapporto tra Gesù e i dottori della Legge. Per essi l’osservanza esteriore teneva il primo posto, al punto da incidere pesantemente sulla libertà della persona. Gesù appare ai loro occhi come un uomo pericoloso perché attacca l’osservanza mediante un insegnamento che critica apertamente l’interpretazione della Legge proposta e insegnata dai maestri ufficiali. Egli è veramente uno che trae fuori dal recinto della tradizione chiusa le pecore che aderiscono al suo insegnamento e forma un nuovo gregge, che non sta al chiuso del recinto, ma pascola lungo sentieri nuovi, aperti da Gesù, il pastore grande delle pecore.

Gesù inaugura un diverso rapporto con Dio caratterizzato dall’obbedienza amorosa dei figli verso un Padre buono e provvido, non più basato su un’obbedienza servile, ma sulla libertà che nasce da una relazione filiale. L’uomo deve imparare ad amare e a compiere a volontà di Dio con lo spirito del Figlio e non per paura. Il Signore guarda al cuore più che al risultato, poiché conosce la fragilità del cuore umano.

Il dono dello Spirito Santo porterà l’uomo alla conoscenza piena della Verità, che è il Signore stesso, che si propone come Via e Vita. Allora l’uomo potrà gustare la libertà: sarà proiettato verso obiettivi grandi e sarà capace anche di dare la vita per gli amici, come ha fatto il Maestro, perché sarà guidato e sostenuto dall’amore; egli sarà guidato dal Maestro interiore e non obbligato da una Legge esterna, ancorché santa.