Selezionare una pagina
Tel: 06 69 70 01 (centralino) - 06 69 91 653 (emergenze) - Anno Santo della Misericordia

At 4, 8-12. Sal. 117, 1 e 8-9. 21-23. 26 e 28cd e 29. 1Gv 3, 1-2. Gv 10, 11-18.

Il brano proposto alla meditazione della Comunità in questa quarta domenica dopo Pasqua è solo una parte del lungo discorso sul buon pastore, che si trova nel cap. 10 del Vangelo di Giovanni.

Esso a sua volta si colloca dopo l’episodio della guarigione del cieco nato (cap. 9). Là si era sviluppata una polemica aspra tra colui che era nato cieco e i Giudei, i quali insistevano affermando che Gesù era un peccatore. In quel testo appare la contrapposizione fra la comunità di Gesù, alla quale il dono dello Spirito aveva aperto gli occhi alla comprensione delle Scritture, così da riconoscere nel mistero pasquale il compimento delle promesse in Gesù, e i Giudei, che rifiutavano di credere. Questo aveva prodotto una divisione insanabile.

Con questo discorso, nel quale Gesù paragona se stesso a un pastore che porta al pascolo il gregge, egli sigla la rottura definitiva con l’antico Israele. L’immagine è molto netta: attraverso Gesù e il suo insegnamento, coloro che hanno aderito a lui trovano la via della libertà; quanti seguono il Signore si sono incamminati in un esodo che li affranca dalla schiavitù di una legge ridotta a tradizioni e a usi umani; essi sono un popolo nuovo, che ha imparato a lodare Dio in spirito e verità. Ma questo suppone una visione diversa di Dio, che non ritiene l’uomo degno del suo amore a motivo della virtù e dell’osservanza scrupolosa delle leggi e dei precetti, ma a motivo del suo abbandono fiducioso alla misericordia di Colui che ama senza misura.

Infatti coloro che avevano aderito al Vangelo comprendevano la Parola di Dio a partire dall’insegnamento di Gesù e giungevano a riconoscere nel suo fallimento e nella morte infamante sulla croce il compimento degli oracoli dei Profeti. Costoro erano paragonabili a pecore uscite dal gregge di Israele, scelte una ad una e chiamate per nome dal Signore; essi non si riconoscevano più nella massima Istituzione di Israele, cioè nel Tempio, paragonabile a un ovile sicuro, che con la legge e le tradizioni simboleggiate dai recinti del Tempio, difendeva il popolo dalla contaminazione dei costumi pagani. I discepoli di Gesù erano avviati con decisione verso pascoli di libertà e a un culto reso a Dio non più con olocausti e sacrifici cruenti, ma in spirito e verità; non sulla collina di Sion, ma in un cuore animato dall’amore sincero per il Signore e per il prossimo. Gesù si presenta come il «buon pastore» a confronto con il «mercenario», quello che nel passo precedente era l’«estraneo» (10,5); egli è colui al quale le pecore appartengono e le difende con la vita, non uno pagato perché le pascoli e pronto alla fuga se si presenta un pericolo.

Il buon pastore è l’immagine stessa di Dio che ama le sue creature e le porta al pascolo (cf Sal 23). Al «buon pastore» le pecore stanno a cuore, perché rappresentano il suo “tesoro”; al «mercenario» invece «non gli importa delle pecore» ed è pronto ad abbandonarle per salvare se stesso. Gesù è il pastore secondo il cuore di Dio e per le sue pecore è disposto a dare la vita. Qui è evidente il richiamo al profeta Ezechiele (cf Ez 34) e la polemica con i capi di Israele, paragonati a dei mercenari, che invece sfruttano il gregge a proprio vantaggio.

Il pericolo è costantemente presente nella vita dei pastori, esso è rappresentato da ladri e animali predatori. Il pastore, dunque, accetta il pericolo come parte della sua vita, che mette a rischio ogni volta che porta il gregge al pascolo: egli è disposto anche a soccombere nella lotta per la difesa del gregge. Per i discepoli di Gesù separatisi dal gregge di Israele il pericolo poteva essere rappresentato dal “mondo”, che vorrebbe deviarli dalla fedeltà a Dio; Gesù li rassicura qualificandosi come un pastore che ama le sue pecore e non le abbandona a chi vorrebbe farne scempio traviandolo. Ma come credere se Gesù stesso appariva come una vittima del “mondo”?

I primi che ascoltavano questo annuncio avevano ancora negli occhi l’immagine del Calvario e della fine ingloriosa di Gesù. Rispondendo a chi vorrebbe trarne argomento contro di lui, Gesù attesta che la vita non gli è stata tolta, ma lui stesso l’ha offerta spontaneamente per le pecore, secondo quanto il Padre gli aveva comandato. Infatti egli ha «il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo», cioè ha quel potere sulla vita, che è proprio solo di Dio. Una lettura del Mistero pasquale ben diversa da quella che in esso vedeva il fallimento di un visionario.

È un concetto importante, infatti il testo riporta per ben cinque volte l’espressione offrire la vita. Dunque nella fede della Chiesa la morte in croce non è soltanto l’esecuzione di una condanna iniqua, ma è un’offerta, un vero sacrificio gradito a Dio, cioè l’atto di culto nel quale a Dio si offre il meglio del creato; la sua distruzione sull’altare non ha il suo fulcro nel dolore della morte violenta, ma la sua trasformazione in fumo perché possa salire al cielo in cui Dio ha la sua dimora. Gesù afferma che ciò che è avvenuto per mano degli uomini in realtà è il compimento della sua libera volontà: è lui che ha voluto manifestare il suo amore di Figlio al Padre offrendosi e abbandonandosi a lui. Ed egli porta con sé in questa offerta trasformante tutto ciò che è suo, dunque tutti coloro che, aderendo a lui con la fede, sono diventati uno con lui. Il gregge dei discepoli di Gesù è una cosa sola con lui, perciò il Pastore buono è pronto a dare la vita.

Dicendo: «Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me», Gesù esprime una relazione profonda, quella che penetra nella singolarità irripetibile di ognuno e consente di chiamarlo per nome con l’accento che solo un padre, una madre o un amico possono avere: è la conoscenza che il Creatore ha delle sue creature, le quali conoscono a loro volta il Signore perché nel sacrifico della croce hanno visto con i loro occhi l’amore che egli ha per ognuno. Gesù aggiunge: le conosco «come il Padre conosce me e io conosco il Padre»; egli ama ciascuno di coloro che hanno creduto alla sua parola con lo stesso cuore con il quale ama il Padre: la tensione che lo muove verso le creature è la stessa che fa vibrare la Trinità e l’amore con il quale circonda coloro che hanno creduto in lui è l’Amore vivo di Dio, il suo Santo Spirito effuso in abbondanza nei cuori. Perciò al gregge del Signore non è più possibile restare al chiuso della Legge e delle tradizioni degli antichi; ha bisogno piuttosto di pascolare nei liberi e ricchi pascoli della carità senza misura, che con Gesù sa spingersi fino a dare la vita per gli amici. Questa è la meta verso la quale cammina il popolo dei credenti, che compie il suo esodo attraverso la storia nutrendosi del pane dal cielo, cioè della parola di Dio viva ed eterna, che è lo stesso Signore della vita.

Si potrebbe osservare che la cura amorosa e assidua dichiarata da Gesù per il suo gregge sembra dolorosamente smentita dalla storia. È cronaca dei nostri giorni la persecuzione e l’esodo delle comunità cristiane dalle terre abitate per due millenni e la distruzione delle memorie della fede più antiche e preziose. L’uccisione efferata di agnelli e di pecore del Signore può far pensare che egli sia fuggito come il mercenario, che abbandona le pecore perché di esse non gli importa.

È la grande tentazione nascosta nelle pieghe della storia e sorprende chi ha dimenticato che il Signore ha messo in guardia chi ha creduto in lui avvertendo che il discepolo è chiamato a condividere la sorte del Maestro. La brutalità con cui il principe di questo mondo fa scempio del gregge del Signore – ma lo scempio non è meno mostruoso là dove non appare perché il sangue non scorre e le rovine non lacerano l’orizzonte – non è la cronaca di una sconfitta, ma l’avanguardia di un mondo trasformato in «lode della gloria», perché le anime dei giusti sono nelle mani di Dio e intercedono perché il regno venga presto e finalmente si compia la volontà del Santo come in cielo, così sulla terra. I martiri non sono degli abbandonati da Dio, non sono degli sconfitti. Essi sono andati ad occupare il posto che il Signore era andato a preparare e ora siedono sui troni per giudicare la terra. In questa orgia del male l’amore fedele di Dio resterà saldo e sarà salvezza ancora e sempre. Il motto di un antico Ordine religioso suona così: «Stat crux dum volvitur orbis» (la croce sta salda mentre il mondo gira): la certezza è che tutti coloro che avranno vissuto la loro sconfitta come abbandono e offerta al Padre avranno salvato la loro vita e alla fine si ergeranno viventi con lui sulla polvere del mondo.

La liturgia dei giorni della Pasqua ha proposto con insistenza i racconti dei molteplici e inattesi incontri del Risorto con coloro che lo avevano pianto. Sono tutte persone che avevano assaggiato l’amaro della sconfitta; gente svuotata dalla delusione; il loro cuore era così distante dal pensare alle parole che egli aveva detto, cioè che sarebbe risuscitato dai morti, da essere incapace di riconoscerlo. Il Signore si manifesta alla fede nel momento in cui l’uomo ha speso tutte le sue risorse. La visione del risorto è come una luce che si accende e la realtà appare diversa e nuova, la speranza rinasce e tutto risorge pieno di vita. È quello che è accaduto ai discepoli di Emmaus, i quali, aprendosi a una comprensione diversa delle Scritture, capiscono che quanto era accaduto a Gesù, doveva accadere e deve continuare ad accadere nel suo corpo che è la Chiesa, perché l’amore di Dio continui ad essere manifestato agli uomini. Chi, smarrito, si era sentito abbandonato, nella sua desolazione scopre che il Pastore buono delle pecore lo è venuto a cercare nella sua angoscia per continuare l’esodo verso la Patria.