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At 13,14.43-52; Sal 99; Ap 7,9.14-17; Gv 10,27-30

 

La quarta domenica di Pasqua presenta la figura di Gesù pastore buono e bello delle pecore.

Colui che dona alla sua comunità la vita eterna è il Risorto che è passato attraverso la morte.

La vita eterna non è il premio per le rinunce che abbiamo fatto, ma la comunione con l’Eterno che già nell’oggi si realizza e si costruisce.

Gesù è il vero pastore in quanto Agnello immolato ma vittorioso, che è capace di restituirci all’abbraccio del Padre, a una comunione di eternità.

Non solo guida le sue pecore, ma le nutre con la Parola e l’offerta di sé.

Il vangelo descrive quali devono essere gli atteggiamenti spirituali delle pecore: ascolto, conoscenza e sequela.

Questi tre aspetti, che debbono essere posseduti dal gregge, si sintetizzano in una unica dimensione: la comunione con il Pastore che è allo stesso tempo Signore e servo.

Una comunione che impariamo dal Pastore stesso: Gesù può custodire e non perdere nulla di ciò che gli è stato affidato, perché cura la relazione di amore con il Padre, con l’Eterno.

Questa stessa relazione deve abitare il cuore di ogni credente.

La nostra esperienza di peccatori è piuttosto quella di perdere i doni ricevuti, di perdere l’amore, di perdere l’altro perché nell’egoismo non si può custodire nulla.

Se usciamo dalla relazione con il Signore e ci chiudiamo ripiegandoci su noi stessi, smarriamo il senso pieno e autentico della nostra vita.

Se non custodiamo la relazione con Dio e con i fratelli disperdiamo.

Il vangelo ci stupisce: noi pensiamo che il contrario di perdere sia guadagnare.

In realtà ci viene ricordato che all’opposto si trova la realtà del rimanere.

Chi rimane nell’amore del Signore, chi lascia che la sua Parola abiti in lui, porta frutto, cioè pienezza di vita come il tralcio che rimane unito alla vite.

La consolazione che ci viene dal contemplare l’immagine del buon Pastore è che nessuno può rapirci dalla mano del Padre.

Paolo ai Romani parla di questa esperienza: niente può separarci dall’amore di Cristo per noi.

Non c’è avversità, neppure la morte che ha questo potere se noi rimaniamo credenti.

Essere credenti significa custodire la comunione con l’Eterno che ci accoglie nella sua vita: la vita eterna.

Rimanendo saldi nell’amore facciamo esperienza del dono di una vita piena, sensata che viene da Dio e dalla comunione con lui.

Questa pagina del vangelo di Giovanni mostra chiaramente che il carattere di “Pastore” di Gesù consiste nella relazione con il Padre e con le sue pecore.

Essere pastore così come essere gregge non dice una funzione, un ruolo; si tratta piuttosto di un titolo relazionale.

C’è un pastore perché ci sono delle pecore da guidare e nutrire; allo stesso tempo c’è un gregge perché esiste un pastore che lo raduna e lo conduce.

Al cuore della vita della Chiesa c’è dunque una relazione personale: nostra con il Signore e del Signore con noi.

Al centro della dimensione spirituale del nostro essere Chiesa c’è una fede nutrita dalla preghiera e dalla conoscenza dell’amore di Dio per noi, che ci apre alla carità verso gli altri.

Ascolto, conoscenza, sequela hanno come fondamento e come principio questa duplice relazione, attenta al cuore di Dio e al cuore dell’uomo.

Per esprimere appieno questa comunione Giovanni focalizza un gioco delle mani tra il Padre e il Figlio.

La mano di Gesù e la mano di Dio si identificano.

La mano è in Giovanni simbolo dell’amore dato e ricevuto: la mano aperta del Padre per donare tutto al Figlio diventa la mano aperta del Figlio che tutto riceve dal Padre e tutto dona.

Per questo, il Crocifisso-Risorto mostra prima di tutto le sue mani con il segno dei chiodi e a Tommaso dubbioso chiede di stendere la sua mano, perché la apra e si addentri nel mistero dell’amore trinitario espresso dal cuore trafitto.

Il buon Pastore è colui che apre la sua mano; lascia che sia confitta dai chiodi della passione, le spalanca nel donare il suo saluto di pace, perché le nostre mani si aprano alla meraviglia dell’amore espresso nel perdono.

Le mani di Cristo non si chiudono a pugno, ma rimangono aperte come segno di misericordia.

Questo è il modo del Pastore buono e bello per custodire le sue pecore: comunione, apertura, misericordia, amore donativo.

Chi entra in questo mistero apre il proprio cuore alla gioia, al rendimento di grazie e alla celebrazione della misericordia.

È quanto esprime il libro dell’Apocalisse, aprendoci alla speranza.

Tutta l’umanità entrerà nella lode e nella celebrazione dell’amore di Dio per tutte le sue creature.

Le tribolazioni, le prove, le persecuzioni, la morte che oggi attraversiamo, si spalancano sulla promessa di Dio che nulla potrà strapparci dalla sua mano.

Appartenere all’Eterno significa partecipare del dono dell’eternità: essere sempre con lui nel suo presente eterno.

Un abbraccio che non avrà più fine, una contemplazione che crescerà di amore in amore.

L’Agnello-Pastore nel tempo eterno della liturgia guida una comunità rinnovata dal perdono, rivestita dell’abito bianco ricevuto il giorno del Battesimo e che porta nelle mani il segno della sua vittoria: la palma della testimonianza dell’amore, la vittoria della vita sulla morte.

 

MM