Selezionare una pagina
Tel: 06 69 70 01 (centralino) - 06 69 91 653 (emergenze) - Anno Santo della Misericordia

1Sam 16,1b.6-7.10-13°; Sal 22,1-3°.3b-4.5.6; Ef 5,8-14; Gv 9,1-38

L’episodio narrato da Giovanni avviene a Gerusalemme, di sabato. Un uomo cieco dalla nascita chiede l’elemosina a Gesù e ai discepoli i quali, dando per scontato che la cecità sia stata causata dal peccato, chiedono a Gesù se esso sia da imputare al soggetto nato cieco o ai suoi genitori. Il problema è serio; chi infatti non si chiede di chi sia la responsabilità del male che lo affligge? E chi può rimuovere la causa del male? Se esso è la conseguenza di una colpa, non vi è che il perdono e in ciò la religione ha un ruolo fondamentale.

La risposta di Gesù supera la domanda: «è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio». Sembra pertanto che la condizione di quell’uomo cieco non sia la conseguenza del peccato, ma di una situazione di cui non è colpevole né lui né i suoi genitori. Egli è nato e vive in una cecità di cui quella fisica è solamente il simbolo esterno; essa è dovuta … a una religione che vede Dio e le cose attraverso il filtro fitto di una Legge – espressione della volontà di Dio – compresa secondo la lettera e non secondo lo Spirito. La “cecità” costringe quell’uomo all’immobilità: non vede dove andare, non ha una prospettiva; la “cecità” lo costringe a mendicare per vivere: non ha alcuna autonomia. Gesù aprirà gli occhi di quest’uomo attraverso dei “segni” che rimandano al Battesimo; essi non saranno semplicemente una sorta di rito, ma un’esperienza profonda di libertà, che porteranno quell’uomo ad aderire a Gesù prima ancora di poterlo vedere con i propri occhi e questo aprirà il suo cuore e la sua mente alla vera conoscenza: egli vedrà da uomo libero e saprà opporsi con intelligenza, con fermezza e semplicità ai farisei, che volevano tenerlo schiavo della lettera della Legge in nome di Dio.

Gesù è venuto a portare il suo gregge fuori dal recinto verso una terra di libertà (cf Gv 10); questo è il compito lasciato in eredità alla Chiesa. Si comprende perciò il richiamo di Gesù sulla necessità di continuare a compiere «le opere» di Dio. Tale opera consiste nel far passare ogni uomo dalla tenebra alla luce, dalla schiavitù alla libertà, dalla paura per un Dio-padrone alla gioia per la scoperta di un Dio-Padre. Questo avviene attraverso il Battesimo, che è veramente una nuova creazione, e con l’istruzione sulle cose insegnate da Gesù ricevuta in seno alla Comunità: è qui che si può fare quell’esperienza di accoglienza piena di carità che apre a una visione diversa di Dio e della sua volontà espressa in quella “Legge” nuova rappresentata dalla persona stessa di Gesù, che ama fino a dare la vita per gli amici.

***

Gesù prima forma del fango con polvere e saliva: è un gesto simbolico che ricorda la creazione, cfr Gn 2,7; poi invia il cieco nato a lavarsi alla piscina di Siloe, dove, attraverso il canale scavato dal re Ezechia, affluisce l’acqua che sgorga dalla sorgente di Ghihon. Siloe è dunque un bacino d’acqua di sorgente: è come un grembo pieno di vita – basta pensare a cosa significa una sorgente in un deserto – ed è immagine e richiamo immediato a colui che dà l’acqua viva sgorgante del suo petto trafitto dalla lancia (cf Gv 19,34), a somiglianza della fonte scaturita dalla roccia percossa da Mosè nel deserto. Dunque il gesto che ricorda la creazione e l’abluzione nella piscina sono posti in relazione tra loro e si completano: Gesù opera una nuova creazione mediante l’immersione nell’acqua battesimale.

Il protagonista è come un bambino che non sa parlare: non ha chiesto nulla, lascia fare e di fida. Sta davanti a Gesù, non lo vede e non sa chi è; ode le voci di coloro che stanno attorno, sente la mano di Gesù che gli tocca gli occhi, percepisce sulle palpebre il fango umido che gli è stato spalmato; ode la voce che gli ordina di scendere a Siloe e di lavarsi gli occhi e va, incerto come può essere il passo di un cieco.

Ed eccolo di ritorno, rinato, con passo franco, accompagnato da chi lo aveva conosciuto come il cieco che chiedeva l’elemosina, come l’uomo che non sapeva altro se non invocare la generosità e la compassione dei passanti e ora il suo lamento si è mutato in danza: egli racconta pieno di meraviglia le meraviglie del Signore. Gesù è entrato d’improvviso nella sua vita come voce e come carezza. Colui che era stato cieco ancora non ha visto Gesù e non sa nulla di lui, ma può dare testimonianza di ciò che ha stupito lui e quelli che lo conoscevano: «Quell’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: Va’ a Sìloe e lavati! Io sono andato e, dopo essermi lavato, ho acquistato la vista». Quell’uomo «non sa» chi sia Gesù né di dove sia, ma sa che gli ha cambiato la vita. L’uomo che era cieco ora ci vede: per la prima volta ha conosciuto la vera libertà. L’esperienza gli dice che c’è di mezzo la forza di Dio, che agisce nei profeti.

Dovrà dare molte volte questa testimonianza, perché molte volte sarà interrogato e con una violenza ogni volta maggiore: i farisei sentenzieranno che Gesù non può venire da Dio né agire in suo nome perché trasgredisce la Legge del sabato, che impone di non curare alcuno. Ciò che sta davanti a loro sfugge agli schemi nei quali pretendono di costringere perfino Dio; ma l’evidenza si impone e si apre una disputa fra gli stessi farisei: da una parte la visione preconcetta della santità, dall’altra l’evidenza dei fatti.

A coloro che vogliono risolvere la questione sospettando un inganno: «[è uno che] gli assomiglia», colui che era stato cieco risponde con un’affermazione che nel Vangelo di Giovanni si ritrova sulla bocca di Gesù e richiama il nome santo di Dio, dice: «Sono io!»; l’evangelista sembra voler sottolineare che la libertà ritrovata è il segno di una comunione e di una somiglianza reale col Figlio.

I genitori vengono interrogati come dei colpevoli; sono soffocati dalla paura e temono le conseguenze di ciò che è accaduto al loro figlio. Il testo di Giovanni rivela una situazione presente nella comunità primitiva: chi aderiva a Cristo veniva escluso dalla Sinagoga, il che significava l’impossibilità di contare sulla solidarietà del corpo sociale. L’adesione a Cristo esige una scelta di campo, che molto spesso costa le garanzie e i privilegi acquisiti. Ora colui che era nato cieco è solo con la certezza impressa nella sua carne: l’intervento di Gesù gli ha cambiato la vita: egli è stato inondato da colui che è luce del mondo e ora può “vedere” veramente; ha gustato la libertà e l’autonomia dei figli e il suo cuore conosce una gioia che viene dall’alto. Quest’uomo ha incontrato «il Profeta», cioè colui che conosce i segreti di Dio e li rivela agli uomini: il Profeta gli ha aperto gli occhi toccandolo, parlandogli e facendogli conoscere la misericordia di Colui che non vuole l’uomo sottomesso come un servo, ma gli dà la libertà dei figli e degli amici. A questo punto la «religione» di coloro che trovano la sicurezza nella lettera appare falsa, ideologica e strumento di potere. Colui che è giunto alla libertà di Cristo non lo si può più contenere, perché non ha più paura di nulla. A chi gli presenta gli argomenti teorici di una Legge costretta dalle interpretazioni anguste degli uomini, egli risponde con l’evidenza dell’esperienza pratica.

È ora tutto un rincorrersi del verbo “sapere” – “non sapere”: alla sapienza-insipienza dei Giudei risponde il non sapere sapiente dell’uomo che era cieco. Alle conclusioni saccenti di che condanna si oppone l’inoppugnabile esperienza di chi “sa che vede” e lo dice con franchezza. Gesù rivela il Mistero della sua origine solo a coloro che aderiscono a lui: mentre i Giudei «non sanno», i discepoli «sanno». Al «sapere» dottrinale degli uomini di «fede», si oppone il «non sapere» di colui che “sa” l’esperienza che sta vivendo. Dai frutti si riconosce l’albero: Gesù è veramente il liberatore dell’uomo: lo fa rinascere nuova creatura, gli apre gli occhi perché, libero dagli inganni, non viva più da servo, ma da figlio di Dio.

Colui che era nato cieco ancora non ha visto Gesù, ma ne ha sperimentato la forza liberatrice; perciò lo difende con coraggio, anzi passa addirittura al contrattacco, mettendo in evidenza la sciocca opposizione di chi si ostina a non riconoscere l’evidenza. La reazione degli ostinati si esprimerà nella cacciata dalla sinagoga: colui al quale è stata data la vista viene cacciato, come Gesù, che fu crocifisso fuori della Città: per un uomo libero non c’è posto in una comunità di schiavi.

Il brano termina con un dialogo breve ed intensissimo; sono di fronte due personaggi entrambi cacciati fuori. Colui che era stato cieco non ha più nessuno, se non Gesù solo. Il suo cuore è aperto, così come i suoi occhi: è pronto ad aderire all’annuncio inatteso: colui che gli ha dato la vista e lo ha reso libero è il Messia. Gesù nella debolezza della condizione umana appare «trasfigurato» allo sguardo di fede di quest’uomo guarito e anche lui si prostra come già i discepoli sul Tabor (cf Mc 9,2-10). Chi volge lo sguardo a colui che è stato trafitto e si lascia trafiggere il cuore ne avrà gli occhi guariti dalla cecità e potrà vedere in lui l’amore fedele di Dio. La legge che condanna il peccatore perde la sua forza e il peccatore può accostarsi al Trono della Grazia. Il peccatore non è più immobilizzato dalla sua condizione a mendicare un perdono in cambio della sua sottomissione alla Legge. È la stessa Misericordia che gli viene incontro abbattendo tutte le barriere. Dio gli si fa conoscere nel buio della sua condizione, il suo tocco gli riplasma il cuore; l’acqua viva lo rigenera lavandogli di dosso il peso e la fatica di una vita lontana dall’amore.

Incontra Gesù chi incontra la libertà. E chi ha sperimentato la libertà di Cristo non accetterà più di essere schiavo