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Gs 5,9-12; Sal 33; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32

Nel mezzo della Quaresima risuona l’invito alla gioia.

Il motivo che deve muovere il nostro cuore è la certezza che possiamo sempre contare su Dio e sulla sua fedeltà.

La gioia nasce e si sperimenta in una relazione, in cui noi ci affidiamo completamente al Signore, riconosciuto presente nella nostra vita e nella nostra storia.

I testi proclamati annunciano ciascuno a proprio modo l’amore fedele e misericordioso di Dio che si manifesta per noi come perdono.

Il testo di Giosuè presenta la prima pasqua celebrata da Israele nella terra della promessa, donatagli da Dio.

Israele è presentato come il figlio di Dio che entra nella casa che il Signore ha preparato per lui dopo averlo fatto uscire dalla casa di schiavitù.

La Pasqua celebra non solo l’evento di liberazione ma anche la gioia di Dio per la salvezza del suo popolo.

Israele, tuttavia, una volta entrato nella terra vivrà come tentazione il rischio di sentirsi giusto, di accreditare a sé come autosufficienza il possesso del dono.

Questo avviene quando il popolo non sa più discernere nella propria vita e nella propria storia la misericordia divina che lo ha sollevato, lo ha tratto in salvo, lo ha accolto nella sua casa come un figlio amato.

Ai cristiani di Corinto, Paolo ricorda la riconciliazione che Cristo ha già attuata nel mistero pasquale della sua morte e risurrezione.

La comunità dovrà solo accogliere l’amore misericordioso che si manifesta come amore oblativo e salvifico.

Ma è il Vangelo che mette in luce il tema del perdono come amore fedele che accompagna il figlio della parabola, anche quando si è allontanato e ha disdegnato la vicinanza del Padre.

Questo racconto rivela a noi che lo ascoltiamo la difficoltà sempre presente di riconoscere e comprendere l’amore.

Il Signore ci sta dicendo che per noi non è affatto facile accogliere la misericordia, perché non siamo aperti alla dinamica del dono che è insita nel perdono.

La dinamica pasquale del passaggio dalla morte alla vita è presente in questa parabola come passaggio dalla negazione dell’amore al suo pieno riconoscimento.

In fondo, i due figli, seppure per vie diverse, faticano ad accettare con pace la loro condizione di figli e pertanto l’amore smisurato del padre.

Il peccato appare come misconoscimento dell’amore, cioè come ignoranza.

Entrambi i figli non accedono alla loro verità di relazione che è appunto la figliolanza.

Se uno ha il coraggio di fuggire dalla casa e dal Padre, l’altro vi rimane ma vivendo da schiavo e abitato dal risentimento.

La negazione della loro relazione di appartenenza alla casa e al Padre fa sì che i due figli non si sentano neppure fratelli, quindi appartenenti l’uno all’altro.

La negazione della figliolanza e della fratellanza è mancanza di libertà e quindi di amore.

Sia la fuga, sia il permanere per senso di dovere e di obbligo rivela il sentire l’appartenenza come soffocante prigionia.

La parabola sottolinea che l’elemento decisivo per il ritorno a casa del figlio minore non sarà tanto il pentimento per il suo gesto, quanto il “rientrare in se stesso”.

Quando smette di fuggire e prende contatto con se stesso questo uomo incontra la propria interiorità più profonda.

Non è ancora conversione, ma lettura realistica di se stesso, della sua vita e della sua storia.

Questo giovane prende coscienza della penosa situazione in cui è caduto per aver scelto di non appartenere più a nessuno.

Ciò che la parabola imputa al figlio minore non è tanto la dissolutezza morale o la prodigalità, ma l’insensatezza.

Il vocabolo greco usato da Luca indica proprio una vita che non ha senso, cioè folle e dissennata.

Noi ci aspetteremmo di riconoscere qui la sequenza ternaria classica: peccato – pentimento – conversione.

Invece la parabola mette in sequenza: una scelta di vita alienata, cui segue la presa di coscienza della propria misera realtà e quindi la decisione di tornare a casa per fuggire la fame.

Il figlio minore non è mosso da alcun pentimento, semmai lo guida una valutazione realistica di ciò che è più conveniente per lui.

Eppure già in questo ragionamento, non proprio corretto, agisce la grazia come presa di coscienza oggettiva del proprio stare male.

Il pentimento non appare qui come la condizione previa del perdono.

Il pentimento nascerà di fronte all’amore fedele, quando cioè il giovane potrà rileggere la propria vicenda alla luce dell’amore mai venuto meno del padre che egli ha simbolicamente ucciso chiedendogli anzitempo l’eredità.

Con questo racconto il Signore ci sta insegnando che è il perdono che suscita il pentimento e non il contrario.

All’amore del padre si oppone anche la logica del dovere che muove – anzi dovremmo dire che rende immobile – l’altro figlio.

Si può vivere una religione fatta di prestazioni che rende cattivo l’occhio e porta a negare il padre – che diviene un padrone – e quindi a disprezzare il fratello.

Entrambi i figli – che sono presenti in noi – cercano di sottrarsi all’unica cosa necessaria: riconoscere e assumere la loro filialità e la loro libertà.

 

MM