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Ml 3,1-4; Sal 23,7.8.9.10; Eb 2,14-18; Lc 2,22-40

Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti…

Il fatto

Luca è molto attento a mostrare come ai poveri è annunziata la buona Notizia e come essi sanno riconoscerla e l’accolgono. Quando Gesù nacque, a Betlemme – il villaggio natale di Davide – furono i pastori: nella notte gli angeli annunciarono a loro per primi che è nato un Salvatore. A Gerusalemme – la città conquistata dal re Davide per farne la sua capitale –Simeone e Anna vedono il bambino, lo riconoscono come luce di Israele, fanno festa per lui e annunciano a tutti la gioia per l’arrivo dello Sposo. In entrambi i casi si tratta di incontri di gente umile unita nella gioia per una vita che sboccia.

La scena che il Vangelo offre alla contemplazione avviene nel tempio di Gerusalemme e si consuma nel breve spazio di un incontro all’apparenza casuale; Simeone e Anna sono dei «piccoli» che rappresentano l’Israele fedele; sono vecchi dagli occhi spenti, ma sanno vedere col cuore e riconoscono in quel bambino il segno della fedeltà di Dio.

Dice il testo che Simeone era andato al Tempio mosso dallo Spirito: la storia di chi cerca Dio è guidata dallo Spirito santo. E di Anna racconta che stava nel tempio notte e giorno in una veglia fiduciosa. L’incontro dura un momento poi tutto riprende il sentiero umile della vita quotidiana: Gesù ritorna nel silenzio fin quando non sarà il tempo della manifestazione. Intanto i «piccoli» sono confortati mentre dura la fatica: la salvezza è giunta e presto se ne godranno i frutti.

I personaggi

Simeone viene presentato dal Vangelo come il modello del pio israelita: «uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d’Israele»; il suo nome significa, stando al libro della Genesi (Gen 29,33), «Dio ha ascoltato la preghiera di concedere un figlio», (questa è l’esclamazione di Lia, moglie di Giacobbe, quando le nasce il bambino al quale impone questo nome). Simeone, dunque, ha già nel nome il presagio di ciò che gli toccherà: vedere il «conforto d’Israele». Luca ne parla come di un profeta; dice infatti che si era recato al Tempio «mosso dallo Spirito», dunque con un preciso compito da svolgere, come avviene per gli uomini di Dio, coloro dai cui occhi cade il velo e vedono che rimane nascosto a tutti; egli dovrà riconoscere il Salvatore – così come più tardi Giovanni il battista – e dovrà proclamarne la missione: egli è «salvezza… luce… gloria»; egli è nato «per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori». Questa profezia viene a completare per Maria il messaggio dell’angelo, che del Bambino concepito nel suo seno aveva detto: «Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine … Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio» (Lc 1,31-35). Nelle parole di Simeone vi è anche il giudizio al quale nessuno potrà sottrarsi: di salvezza per Israele e di sventura per i nemici suoi e cesserà ogni inganno: infatti saranno svelati i pensieri dei cuori.

Anna è la figura di Israele vedova del suo Signore, instancabile nella veglia nella sua casa in attesa del ritorno dello Sposo; il suo nome significa “Dio fa grazia” o “grazia, benedizione di Dio”; è la «figlia di Fanuèle», un nome che indica colui che vede Dio faccia a faccia (cf Gen 32,31-32). Anna ha 84 anni (=12×7), un numero che sembra indicare le dodici tribù moltiplicato per sette, il numero della perfezione; essa, dunque è la figura del vecchio Israele, la cui vedovanza è giunta finalmente al termine. Anna attendeva il ritorno dello Sposo tra digiuni e preghiere, espressione del lutto e del desiderio struggente che la guida. Lei dunque riconosce lo Sposo che viene a prendere possesso della sua casa ed esulta, poi la sua gioia si espande e si fa buona notizia per tutti.

Simeone e Anna – i “piccoli” e i “poveri” – desideravano ardentemente la venuta del Signore, perciò sanno riconoscerlo quando appare. Chi – nonostante tutto –conserva la speranza, sa vedere anche al buio. Chi non immagina né desidera cose troppo grandi, ma sa apprezzare quelle umili non si scandalizza della debolezza e povertà del Signore (non si scandalizza della croce!), ma gli fa festa.

Maria e Giuseppe qui appaiono come le figure del popolo nuovo, chiamato a custodire con umiltà il Mistero di cui sono portatori. La Comunità di Gesù condividerà la sua missione e stupirà dinanzi alla sua gloria, che sarà esaltata nella contraddizione e nella croce. I portatori della “Gloria” dovranno portare anche la croce, dietro a Gesù; quanti dovranno proclamare la Parola udita dal Maestro ne avranno per primi l’anima trafitta, così come saranno trafitti dal rifiuto di chi la rigetterà. Davanti al mistero della morte e della risurrezione, coloro che gli si affideranno troveranno la vita e quanti lo respingeranno resteranno confusi.

Attraverso il testo

Quella narrata dal Vangelo è una storia quotidiana: una giovane coppia va al tempio per adempiere la Legge; incrocia un vecchio che, rivolto al bambino, gli fa complimenti che sembrano nascere dal nome che porta: «Gesù» infatti significa “il Signore salva”; ma sono complimenti che hanno il sapore e il tono della profezia. Essi esprimono il desiderio di generazioni di “piccoli” che attendono il compimento delle promesse di Dio. Gesù è solo un bambino di quaranta giorni, eppure è presentato come il sovrano, il re della gloria che viene a prendere possesso della sua dimora (cf Sal 24/23). Egli saprà dove condurre il suo popolo: sarà luce nelle tenebre e chi lo seguirà troverà una dimora; dinanzi alla potenza della sua parola si infrangeranno i disegni degli iniqui e dei furbi.

Il vecchio Simeone in quel bambino intuisce la potenza di Dio, che entra nel mondo in punta di piedi, come i figli degli umili. Il dono di Dio al mondo è il suo Figlio, fatto così piccolo e così debole da suscitare la tenerezza di un vecchio. Simeone sa vedere l’invisibile in ciò che appare: quel bambino sarà la salvezza o la perdizione di molti. I vecchi piangono senza vergogna quando hanno il cuore pieno di gioia; i vecchi sono dei bambini grandi, che hanno ritrovato la libertà e il coraggio di essere veri. Simeone e Anna sanno riconoscere Dio che viene a riscattare il suo popolo facendosi piccolo, povero, obbediente alla Legge, la quale vuole sia sacro al Signore ogni primogenito. Gesù, sacro al Signore, ne compirà il disegno, che è vita e salvezza. Ma sarà anche contraddizione e guerra: chi non vorrà edificare su quella pietra, in essa inciamperà.

Questa Buona Notizia è per tutti, ma ne gioiranno soltanto gli onesti e gli umiliati. I poveri confidano nel figlio che portano tra le braccia e sperano che sarà lui l’artefice del loro riscatto: un figlio è un sogno fatto carne. Dio ha voluto farsi figlio degli uomini perché la loro speranza non resti un’illusione. I vecchi – oggi essi rappresentano più che mai la categoria degli emarginati – che ripetono le mille volte le storie antiche sicché nessuno li sta più a sentire, essi che per tutta la vita hanno atteso che sorgesse un giorno diverso, guardano con tenerezza a quel nuovo germoglio di speranza e il loro parlare ha il calore gioioso e inquietante della profezia. Le speranze e i desideri dei poveri e degli ultimi sono gravidi di Profezia; essi sanno riconoscere Colui che fin da quando erano bambini ha condotto per mano i loro sogni. La Comunità cristiana deve imparare ad ascoltare i “Profeti” se vuole sentire rinascere la speranza. Sono i poveri e gli ultimi a riconoscere la strada e a indicare con certezza la rotta: a loro è dato di riconoscere il Signore.

PDL

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