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Tel: 06 69 70 01 (centralino) - 06 69 91 653 (emergenze) - Anno Santo della Misericordia

Nm 6, 22-27; Sal. 66, 2-3. 5. 6 et 8; Gal 4, 4-7; Lc 2, 16-21.

In questo giorno si celebra la giornata per la pace. Il Santo Padre ha rivolto a tutta la Chiesa un messaggio dal titolo: «NON PIÚ SCHIAVI, MA FRATELLI».

Se ne consiglia vivamente la lettura, anche da sito ufficiale della Città del Vaticano:

< http://w2.vatican.va/content/francesco/it/messages/peace/documents/papa-francesco_20141208_messaggio-xlviii-giornata-mondiale-pace-2015.html>.

Nel giorno di capodanno la Chiesa propone alla comunità la contemplazione dell’immagine di Maria Madre di Dio. Qui lo fa con il testo nel quale Luca racconta ciò che si svela allo sguardo dei pastori giunti a Betlemme esortati dagli angeli: «Trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia».

I messaggeri di Dio fanno conoscere un evento che si è già compiuto e che nessuno avrebbe potuto immaginare: è nato nella città del re Davide un Salvatore: è il Cristo atteso, è il Signore.

Nelle parole dell’annuncio angelico è messa in evidenza la missione del Messia, discendente del re Davide, e gli viene anche riconosciuto il titolo che la comunità darà a Gesù dopo la pasqua: Signore.

L’annuncio è riservato ai pastori: gente che viveva in mezzo alle bestie e perciò la più disprezzata; erano ritenuti ingannatori e ladri, e spesso briganti. Il Vangelo riferisce che l’annuncio degli angeli li trovò che vegliavano il gregge … per timore che qualche predatore o ladro venisse a rubare il bestiame.

Questi personaggi ricordano da vicino i compagni del re Davide; quelli con i quali egli aveva compiuto le imprese più ardite, da guerriglieri, per liberare Israele dai suoi nemici; erano pastori come lui, randagi tra i monti; il deserto era la loro casa; erano rapidi negli spostamenti, maestri negli agguati, abilissimi nel nascondersi: dei guerriglieri insuperabili. Con loro Davide aveva vinto le sue battaglie e aveva conquistato il trono. Quelli ai quali è rivolto il messaggio degli angeli sono i discendenti di quegli uomini mezzo selvatici; gente ai margini, in attesa di chi gli restituisse la dignità. Quei pastori vanno a Betlemme, dove trovano il Cristo Signore in una stalla, avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. Essi che non avrebbero mai potuto entrare nel palazzo di un re, sono i benvenuti in una casa come le loro e possono rendere omaggio a colui che è nato per essere il re pastore vero del suo popolo, il Salvatore di Israele.

Il quadro è surreale. Si parla di regalità e lo spettacolo offerto a chi ascolta questo annuncio è quello della miseria e di un mondo di disprezzati; la scena è un tugurio. Tutto ricorda il teatro dei poveri, che si consolano inscenando storie di re. Si parla di salvezza e intanto i prepotenti continuano a regnare indisturbati. Il sogno è ciò che resta agli oppressi. Quello nessuno lo può levare, almeno fin che nel cuore rimane il desiderio di qualcosa di diverso e di buono. E i sogni, a quel punto possono diventare pericolosi.

In quella scena, dietro lo spesso velo di un “presepio” mieloso, si respira il desiderio imperioso di un riscatto, la gioia per un’attesa giunta al suo termine e per una vittoria certa, che sconvolgerà le sicurezze degli oppressori. Le sentinelle che vegliavano nella notte in quel bambino in fasce hanno visto l’alba di una storia nuova che sta sorgendo per i poveri; anzi i poveri, sulla cui condizione di impotenza ridono sarcastici gli empi sicuri della loro invincibilità, saranno il futuro e la speranza di un mondo nel quale non ci sarà più posto per i prepotenti e i tiranni.

La Madre di Dio ascolta e custodisce nel cuore le cose che vengono dette dal bambino e la meraviglia gioiosa negli occhi dei pastori. Qui essa, con Giuseppe, è associata a questi umili dei quali nessuno fa conto, ma che costituiscono quel piccolo resto di popolo autentico e non rassegnato dal quale Dio riparte per ricostruire l’umanità. Perché Dio riparte sempre da gente che desidera con tutto il cuore una redenzione. E non ha altro che il proprio desiderio per resistere alla fatica della vita. I desideri che tormentano il cuore sono grazia! Sono la parola che Dio rivolge agli umili, la luce che rischiara una vita angusta, sono l’alimento per il fuoco della giusta collera che rovescia le sorti degli uomini e dei popoli.

È necessario meditare a lungo le parole e i segni per capire la storia e per intuire quale ne sarà lo sviluppo.

Maria Madre del Signore e immagine perfetta della Chiesa conserva tutto nel cuore e lo medita; tutto è ancora confuso e incerto, ma è pieno di vita. È come la pasta che il fermento fa lievitare e sotto il gonfiore del panno che la custodisce si intuire un pane abbondante e buono.

La storia degli uomini è trainata dai grandi desideri, di cui spesso sono portatori i poveri e i diseredati. Guai a chi non desidera più nulla, perché vuol dire che è già vecchio e spende il suo tempo nell’inutile tentativo di arrestare la storia. E guai pure a chi si contenta del poco e a chi si lascia saziare di illusioni; guai a chi crede di poter fare grandi conquiste a poco prezzo: quello che vale, costa.

Il bambino che Maria mostra ai pastori è uno che, come loro, affronterà l’orsa e il leone che assalgono il gregge e non indietreggerà davanti a quelli che lo minacceranno. Sarà un principe della pace, ma non a tutti i costi; offrirà a tutti amicizia, ma non tacerà la verità: combatterà con la parola e con i segni e non temerà quelli che gli si faranno nemici e trameranno per farlo morire: egli è il Signore. La mitezza con la quale sopporterà il sopruso renderà più severo il giudizio verso quelli che avranno creduto di prendersi gioco di lui.

I pastori, gente rozza e decisa, che sa compensare con l’astuzia la debolezza alla quale è costretta, non si meravigliano che il Cristo e Signore sia così debole: chi ha imparato a vivere ai margini, dovendosi difendere ogni giorno da nuove minacce, sa bene che lo sguardo attento, la prudenza e il coraggio possono più delle armi dei potenti. Capiscono che quel bambino, crescendo con i poveri, imparerà l’arte di parlare ai cuori e quando i cuori di tutti saranno uniti nel desiderare un mondo diverso e nuovo i poveri non potrà più fermarli nessuno. Il vero ostacolo a un mondo diverso non è la povertà, ma la sazietà a buon mercato.

Oggi la Chiesa propone di misurarsi con la fede dei pastori, che prendono sul serio l’annuncio dell’angelo, si mettono in viaggio, benché sia notte e, giunti a Betlemme, si rallegrano per quel bambino che di speciale non ha niente, se non che la sua nascita dev’essere un evento davvero importante se per annunziarla non s’è aspettato che facesse giorno.

Di certo la fede non può essere ridotta alla ripetizione di cose riferite a Gesù, ai misteri elencati nel Credo della Chiesa. La fede è adesione alla persona di Gesù, condivisione dei suoi desideri, decisione a compromettersi assieme a lui nella sua impresa. La fede vissuta è disagio e malessere per tutto ciò che umilia l’uomo; è desiderio e spasimo; è impegno creativo; è voglia di incontrare chi viva il medesimo tormento; è vivere l’impresa che rende bella la vita. Il bambino annunciato ai pastori è il sogno di una notte, che dà luce al giorno … a ogni giorno della vita.

«I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro». Avevano qualcosa di importante da dire. Chi ha qualcosa che gli preme cerca sempre qualcuno al quale parlarne. Chi non desidera, non ama e resta da solo. La stagnazione della società (e della Chiesa) trova la sua ragione in quello che anni fa il card. Biffi sintetizzò in una frase rimasta celebre; egli parlò di una «società sazia e disperata». Resterà disperata finché sarà sazia. Non avrà niente di interessante da dire finché non avrà imparato a mettersi in cammino per vedere la Vita.