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Omelia – Giovedì Santo 2017

di P. Arturo Marcelino Sosa Abascal S.I.
Preposito Generale della Compagnia di Gesù

Cari fratelli e sorelle,

Poche settimane fa sono andato con alcuni Consiglieri Generali della Compagnia di Gesù a visitare la città di Ambikapur, Madia Pradesh, nell’India. Ci hanno ricevuto con la lavanda dei piedi, lo stesso gesto di accoglienza fraterna fatto da Gesù ai suoi discepoli all’inizio della celebrazione della cena pasquale.

Infatti, Gesù fa questo gesto come padrone di casa che riceve gioioso quelli che accettano il suo invito. Leggiamo nella Lettera agli Ebrei (3,1-6):

Perciò, fratelli santi, voi che siete partecipi di una vocazione celeste, prestate attenzione a Gesù, l’apostolo e sommo sacerdote della fede che noi professiamo, il quale è degno di fede per colui che l’ha costituito tale, come lo fu anche Mosè in tutta la sua casa. Ma, in confronto a Mosè, egli è stato giudicato degno di una gloria tanto maggiore quanto l’onore del costruttore della casa supera quello della casa stessa. Ogni casa infatti viene costruita da qualcuno; ma colui che ha costruito tutto è Dio. In verità Mosè fu degno di fede in tutta la sua casa come servitore, per dare testimonianza di ciò che doveva essere annunciato più tardi. Cristo, invece, lo fu come figlio, posto sopra la sua casa. E la sua casa siamo noi, se conserviamo la libertà e la speranza di cui ci vantiamo.

Gesù è padrone della casa di Dio, non quella fisica dove hanno celebrato la Pasqua, data in prestito da qualche suo amico o amica, ma quella del popolo che Dio si è costruito come casa sua, per abitarvi in mezzo, come ci ricorda il prologo del IV Vangelo (1,14): E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.

Col gesto di lavare i piedi Gesù ci dice: “Benvenuti!” nella casa dove regna la fraternità, fondata sulla fede nel Padre che l’ha costruita con i vincoli della misericordia e della verità, che ci fanno liberi e testimoni della speranza. Come Pietro, noi fatichiamo a capire questo gesto del Dio-con-noi, del Dio che si fa così vicino a noi da sembrare che abbia perso la sua maestà divina. Non c’è dubbio quanto Pietro sia desideroso di essere con Dio, ma, come nei nostri confronti, Gesù lo deve scuotere per aiutarlo a capire in quale modo partecipiamo veramente della sua vita e possiamo imparare ad agire come lui.

Sappiamo bene come il IV Vangelo racconta con grande solennità questo gesto di Gesù che lava i piedi, uno dopo all’altro, a ciascuno dei suoi discepoli, con i quali ha voluto celebrare la Pasqua mentre la sua vita è totalmente a rischio e lui è deciso a consegnarla secondo la volontà del Padre.

Questa cena pasquale è modello e inizio della Eucaristia che la Chiesa celebra in memoria sua. L’Eucaristia è il tavolo della casa costruita da Dio per noi, attorno al quale si riunisce il popolo per ascoltare la sua parola e nutrirsi del corpo e il sangue del Signore consegnato affinché noi abbiamo vita abbondante.

Accettare questo invito, essere ricevuti da Gesù con la lavanda dei piedi, e nutrirsi alla sua mensa ha delle conseguenze importanti nella nostra vita. Significa convertirsi per mettere la speranza solo in Dio. Cioè, diventare uomini e donne di fede e quindi servitori della missione del Signore che ci accoglie nella sua casa. Anche a noi viene rivolta la domanda che Gesù fa ai suoi discepoli: Capite quello che ho fatto per voi? Cerchiamo di rispondere che veramente abbiamo capito questo segno. Cosa vuol dire nella nostra vita che Gesù mi abbia lavato i piedi e preparato un posto alla sua mensa?

Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi. (Gv 13,14-15).

Vuol dire, in primo luogo, che accettiamo Gesù come Maestro e Signore, come l’unica immagine di Dio, come colui che rende presente in mezzo a noi il vero volto del Dio che nessuno aveva mai visto prima (Gv 1,18). Vuol dire, inoltre, la nostra disposizione a convertirci in esseri umani liberi, cioè a raggiungere quella libertà interiore che ci permette di fare come Gesù, metterci al servizio degli altri per fare quello che speriamo sia la vita del regno della giustizia, della pace e dell’amore.

Il messaggio di oggi per ciascuno di noi è l’invito a rispondere di cuore e con i fatti a che cosa voglia dire lavare i piedi gli uni agli altri. Cosa vuol dire essere collaboratori della missione di Gesù, il Cristo, quando migliaia di bambini, donne e uomini di tutte età bussano alle porte delle nostre società perché hanno dovuto fuggire dalle loro case, dai loro villaggi e paesi a causa della guerra, della persecuzione religiosa o politica, della povertà che nega i diritti ad una vita degna, la casa per abitare e l’educazione di qualità?

Ringraziamo il Signore per l’invito a far parte della sua casa, del suo popolo e a sederci alla sua mensa. Contempliamo il suo esempio per far nascere in noi il desiderio di fare come lui. Chiediamo la sua luce per sapere che cosa fare per essere come lui e la sua grazia per farlo veramente.