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At 10, 34a. 37-43. sal. 117, 1-2. 16ab-17. 22-23. Col 3, 1-4; opp. 1Cor 5, 6b-8. Gv 20, 1-9; opp. Mc 16, 1-7

Nel giorno in cui proclama la risurrezione del Signore, la Chiesa propone alla meditazione dei credenti il testo che parla delle tre donne, «Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome», che il primo giorno della settimana – cioè l’attuale domenica – vanno tristi al sepolcro con l’intenzione di completare i riti della sepoltura impediti dalla fretta due giorni prima. Esse vogliono «imbalsamare Gesù»; per questo avevano comprato «oli aromatici» e avevano atteso che passasse la pasqua dei giudei: «Passato il sabato», dice il testo. I nomi delle donne sono annotati con precisione come per rimandare ai diretti testimoni di un evento straordinario. Esse conservano un amore tenace; hanno seguito Gesù lungo la via del Calvario e sono rimaste fino alla fine; hanno osservato attentamente dove veniva posto il corpo del Signore e ora vogliono combattere la loro lotta contro la corruzione della morte mediante i riti con i quali si onorano i morti. Per esse si tratta dell’ultimo atto di pietà verso un Maestro che hanno amato con coraggio, non abbandonandolo mai; furono le sole infatti a seguirlo nel lugubre corteo che portava al Calvario e a restare con la Madre ai piedi della croce. La profonda compassione che le spinge a quell’ultimo omaggio alle spoglie di uno che agli occhi di tutti era apparso come un malfattore abbandonato da Dio si intreccia con il dramma della morte che ha rapito per sempre una persona amata. Gli oli aromatici sono le povere armi delle donne contro la potenza della morte che distrugge e annienta. Il quadro è pervaso da un amore sincero e premuroso per il Signore, ma non c’è speranza: rimane la memoria viva degli insegnamenti del Maestro e, in chi vi aveva fissato lo sguardo, dei tratti del suo volto amato, ma tutte i desideri, le speranze … l’impegno generoso col quale le donne, come gli Apostoli, avevano giocato la loro vita devono spegnersi dinanzi a una tomba.

«Dicevano tra loro: Chi ci rotolerà via il masso dall’ingresso del sepolcro?».

C’è di mezzo una pietra che chiude il sepolcro e le separa dal corpo del Signore. Ma la pietra più pesante è il dolore che le schiaccia e le imprigiona; è fatto non solo della mancanza di una persona cara, ma dell’infamia consumata contro un uomo buono e giusto e della delusione per la fine di una promettente avventura. Con Gesù sono morte tante speranze e sono morti anche tutti loro, discepole e discepoli. è difficile ricominciare quando, avendo impegnato tutte le speranze, ci si ritrova sconfitti. Tante vite sono state rinchiuse assieme al corpo di Gesù dentro una tomba protetta da una pietra pesante quanto una montagna: chi rotolerà il masso…? La domanda che le donne si pongono mentre vanno al sepolcro denuncia la loro impotenza e quella di chi, lungo la storia, ha vissuto l’esperienza del fallimento e della vergogna. Quante volte capita a chi si mette a seguire il Signore di ritrovarsi deluso e con le ossa rotte, dopo anni di sforzo generoso quanto apparentemente inutile, a ungere le proprie ferite col lamento che si fa sui morti! Quanti se ne stanno solitari a tormentare le loro piaghe, perché rendendolo più acuto, il dolore diviene, ai loro occhi, più nobile e virtù il disprezzo per chi ne fu la causa! A S. Paolo toccò molte volte di uscire sconfitto e fu dura; poi scoprì che il vanto del discepolo è la croce del Signore, perché ciò che agli occhi degli uomini appare debole e stolto è fortezza e sapienza di Dio e concluse: «Quando sono debole è allora che sono forte».

Una sorpresa sconvolgente attendeva le donne arrivando al sepolcro: «Videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande». Al dolore si aggiunge l’angoscia: il primo pensiero è che il corpo del Signore sia stato trafugato. Entrano nel sepolcro come in una casa violata. E in quella casa della morte scoprono la vita: «Videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca». È uno sconosciuto vestito del colore della vittoria. Ma, dice Marco, «ebbero paura» e non riconobbero il segno. È un tumulto di sentimenti nel quale risuona, serena, una notizia sconvolgente e incomprensibile che lascia il cuore sospeso: «Il Crocifisso non è qui, è risorto».

L’evidenza di una tomba vuota trova d’improvviso una ragione che supera l’esperienza. Una luce dall’alto come il lampo sorprende un dolore straziante lasciandolo senza respiro per un attimo infinito in cui svanisce ogni certezza e il cuore, teso allo spasimo, è svuotato dallo svelamento dell’incredibile: colui che giaceva nella morte è stato rialzato dalla potenza di Dio, il nuovo Adamo è stato risvegliato alla vita dal Padre che ha chiamato dai morti il Figlio dell’uomo e lo ha fatto sedere alla sua destra, «perché non era possibile che la morte lo tenesse in suo potere» (At 2,24). È la Scrittura, la Parola di Dio, la luce che illumina la morte del Signore e la sua tomba vuota e porta con sé quell’incredibile notizia: «… è risorto»! e il messaggio per i discepoli dispersi: «vi precede in Galilea».

Non tra i morti, ma tra i vivi, non in un cimitero, ma in Galilea …

 

È accaduto qualcosa che ha cambiato la storia di quelle discepole fedeli. Per esse nulla sarà più uguale a prima. E sarà così per chiunque, davanti a una tomba vuota, nel più profondo di un dolore o in qualunque situazione in cui non potrà più nascondere a se stesso il proprio limite sarà raggiunto dalla Buona Notizia. Nel mondo è risuonato l’annuncio di un fatto inaudito, di cui però ognuno può fare in qualche modo l’esperienza; c’è infatti un luogo in cui si può incontrare il Signore: è la Galilea delle genti, dove tutto era incominciato. Bisogna tornare all’inizio, percorrere le profondità dell’anima e ricominciare a ricordare con affetto e a ri-comprendere umilmente tutto. Bisogna rimettersi a leggere con umiltà la storia della propria vita per scoprirvi in filigrana la storia del Signore che non si dà pace fin che non trova la pecora smarrita; bisogna restare saldi a contemplare l’epilogo sconvolgente della passione e morte del Maestro e scoprire che una scintilla di quella passione è presente in ogni vita e in ogni fallimento. La Galilea, che non è un luogo sacro della tradizione dei Padri, ma piuttosto la terra della vita quotidiana, dove si mescolano razze e culture, pace e conflitto, delusioni e speranze, là dove si succedono incessantemente la morte e la vita. La Galilea è ogni piccola, povera vita: è là si può incontrare il Signore.

Ed ecco la conclusione: le donne, «uscite» dal sepolcro… L’immagine ha una straordinaria forza suggestiva. Le donne erano entrate nel sepolcro, che è l’immagine stessa della morte del Signore; i sentimenti che le avevano portano a cercare il corpo del Signore erano quei medesimi che le avevano sostenute nel cammino dietro di lui lungo la via del calvario, fino a partecipare intimamente della sua morte: le donne lo avevano seguito fino in fondo ed entrando nel sepolcro portavano a compimento – per così dire – la sequela del Maestro. È a quel punto che si trovarono davanti alla novità sconvolgente annunziata loro dall’angelo. La sequela fedele del Signore fino al sepolcro fu il luogo spirituale nel quale il loro cuore si dischiuse alla Buona Notizia e poterono sentire intimamente che la morte di Gesù era stata per la vita; proprio la profonda angoscia che vissero fu la condizione nella quale poterono udire le parole inattese che annunciavano Gesù vivo. Le donne furono le sole a seguire Gesù fino in fondo. Con attese ancora immature – volevano imbalsamare il corpo – ma con cuore sincero e coraggioso. La risurrezione del Signore è la Notizia che può essere udita soltanto dal cuore di chi ha sperimentato la morte. Non c’è resurrezione, infatti, senza una morte. Ma ci vorrà tempo, tanto tempo e la luce dello Spirito santo per credere.

Poi «fuggirono via perché erano piene di timore e di spavento»: le donne sono afferrate dal turbamento per un’esperienza inattesa e inimmaginabile; è risuonata una notizia che somiglia al delirio che annuncia la follia. «E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura». L’incontro inatteso col Mistero mette paura perché sfugge alla capacità umana: il mistero non l’afferri, ti avvolge e ti conquista.

 

Il mondo e la cultura in cui oggi risuona l’annuncio della risurrezione del Signore sono profondamente diversi da quelli nei quali fu annunziato per molti secoli il Vangelo. Oggi molti non si pongono la questione di Dio e tanto meno della risurrezione, che ritengono semmai una leggenda. Tutto è costretto in una visione angusta nella quale l’urgenza assoluta è la qualità della vita quotidiana e la garanzia della sicurezza dal dolore e dal disagio. Paolo e quanti venivano dal mondo giudaico trovavano la garanzia della risurrezione del Signore nella Scrittura: essa recava la testimonianza di Dio stesso riguardo a Gesù, che fu grande in parole e opere. E’ vero: chi voleva restare rinchiuso nella “tradizione degli antichi”, che poi era molto spesso solamente un insieme di interpretazioni di scuole, rifiutava Gesù e quanto veniva affermato di lui, ma la Chiesa rileggeva la Bibbia alla maniera di Gesù, che si ricollegava ai Profeti, e alla luce dello Spirito santo.

Gli angeli alla tomba vuota hanno detto dove cercare il Signore vivente: la Galilea. Valeva per i discepoli di allora e continua a valere per i discepoli di ogni tempo. È una proposta di vita. La Galilea è la vita quotidiana illuminata dal Vangelo. Chi prova a vivere come ha vissuto Gesù, chi si fida della sua sapienza e ne ripete le scelte, viene condotto dallo Spirito all’intima certezza della risurrezione di Gesù dai morti. La risurrezione è una certezza solamente per chi la gusta, per chi sente di vivere una vita diversa che viene da Dio. La fede non è in primo luogo il porsi di fronte ad una dichiarazione dogmatica della Chiesa per dare o negare un’adesione intellettuale, è piuttosto avviarsi con umiltà lungo una vita diversa nella quale la potenza di Dio può dischiudere lo sguardo sull’invisibile fino al punto da ri-conoscere il Signore vivo nella vita quotidiana.