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Gv 20,1-10

Tutti corrono in questo mattino di Pasqua: c’è fretta, concitazione, turbamento… C’è qualcosa di nuovo: «Correvano…», sconvolti per la notizia inattesa. A prima vista sembra la profanazione di una tomba: la pietra che la chiudeva è stata rovesciata e il cadavere che custodiva non c’è più. Tutti corrono angosciati, perché qualcuno ha «portato via il Signore dal sepolcro»! Ma, se di furto si tratta, è davvero un furto piuttosto strano: perché portare via un corpo sciogliendolo dalle bende e spogliandolo del lenzuolo che lo avvolgeva? Perché stare a ripiegare con cura il sudario che copriva il volto?

La notizia portata da Maria di Magdala procura un nuovo turbamento nell’animo dei discepoli, ancora profondamente scossi dalla morte drammatica del Maestro. È un nuovo e violento appello alla «conversione»! I discepoli «Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti». Bisogna cominciare col guardare, anzi: contemplare quello che si era rifiutato di vedere; bisogna tornare sui propri passi, ripercorrere la via della morte, fissare lo sguardo su quei luoghi, ora deserti, in cui si accalcava una massa urlante; bisogna guardare le tracce di un fallimento tre volte annunciato e mai compreso. Bisogna tornare alla Scrittura: attraverso di essa, Dio «che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti e che ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Ebr 1,1-2), porta a comprendere quanto è accaduto e ne svela il senso. Bisogna ricordare per comprendere ciò che sta davanti agli occhi; ricordare, cioè far rivivere nel cuore, quello che Gesù aveva detto quando era ancora tra loro (Lc 18,31-34). Dalla Parola dei Profeti e dalla parola di Gesù rinasce la speranza. Occorre passare dalla concitazione della corsa, dal tumulto dei pensieri, alla quiete della contemplazione.

Ancora affannati Pietro e il Discepolo che Gesù amava (figura senza nome del Discepolo di ogni tempo, che percorre la via del cuore per giungere al Signore) s’arrestano dinanzi all’ingresso del sepolcro aperto e vuoto; occorre far tacere i pensieri e le attese e contemplare col cuore aperto…

Il Discepolo che Gesù amava, giunse per primo, «Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette». Credette perché entrò e vide. Quanto aveva intravvisto dal di fuori non lo aveva ancora portato alla fede: fu necessario che entrasse perché le cose viste lo aprissero alla fede.

Quella di Pietro e dell’altro Discepolo è una vera esperienza spirituale. Il Vangelo non li menziona nel racconto della sepoltura del Signore. Pietro, che aveva preso le difese del Maestro e l’aveva seguito fino alla casa del Sommo Sacerdote, alla fine ed era fuggito giurando di non conoscerlo neppure. Il Discepolo che Gesù amava, invece, era entrato con lui e gli era rimasto accanto fino all’ultimo, in silenzio, raccogliendone il testamento, lasciandosi investire dallo Spirito e imprimendosi nella mente e nel cuore l’immagine del costato trafitto.

L’ingresso del sepolcro è molto basso: un’apertura piccola perché sia più facile da chiudere. Per vedere dentro quell’ambiente buio occorre chinarsi senza però impedire alla luce di illuminare l’interno; ed è necessario chinarsi ancora di più e farsi piccoli, per entrare. Perché per vedere, anzi per contemplare non si può restare a distanza, ma bisogna proprio entrare. Pietro deve accettare ciò che non era stato capace neppure di concepire, cioè che Gesù abbia voluto fare di sé il sacrificio a Dio gradito per l’Alleanza nuova e perenne mettendosi nelle mani degli uomini; Pietro deve entrare nella morte del Signore e contemplare da vicino quello che si era rifiutato di guardare di lontano: tutti quei segni di sconfitta … e di amore per gli amici! Se non guarda attentamente i «segni» di quella lotta titanica tra la Vita e la morte, non potrà scorgere i «segni» della vittoria della Vita.

Pietro entra per primo. Gesù non è lì. Perché la morte non lo ha potuto trattenere.

Poi entra l’altro Discepolo: vedono entrambi le stesse cose: «le bende per terra e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte». Pietro guarda, vede, il suo cuore rimane turbato e chiuso nel silenzio. Di lui non si dice altro. Dell’altro Discepolo, invece si dice che «vide e credette».

Colui che coglie i segni della vita e intuisce la risurrezione è il «discepolo che Gesù amava»; è il medesimo che era stato sotto la croce e aveva visto l’acqua e il sangue sgorgare dalla ferita del costato e ne aveva reso testimonianza per sostenere la fede di coloro che sarebbero venuti dopo. Così come egli era giunto per primo al sepolcro, allo stesso modo giunge per primo alla fede. Vi giunge vedendo i segni.

I «segni» sono un linguaggio. Le bende e il sudario ricordano Lazzaro restituito alla vita: Gesù aveva comandato ai servi di sciogliere i legami che lo tenevano stretto e di lasciarlo andare (cf Gv 11,43-44). Quel ricordo permette al discepolo di intuire quanto è accaduto: le bende per terra e il sudario riposto dicono al discepolo che Gesù è stato sciolto dalla morte ed è stato lasciato andare vivo e libero. Il grido col quale Gesù ha destato Lazzaro dalla morte si è dunque ripetuto: gli angeli hanno aperto il sepolcro di colui che vi giaceva da tre giorni e il Padre con potenza ha richiamato alla vita Gesù, il Figlio diletto in cui si compiace.

Il sudario ricorda il velo che Mosè, secondo il racconto dell’Esodo, poneva sul suo volto quando usciva dalla tenda del convegno (cf Es 34,33): con la resurrezione è tolto il velo e la gloria di Dio risplende sul volto di Cristo. Egli è il Grande Sacerdote che ha stabilito l’Alleanza definitiva, «infatti non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore, e non per offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui. (…) Ora invece una volta sola, alla pienezza dei tempi, è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso» (Ebr 9,24-25.26b).

Inoltre l’evangelista dice che quel sudario era «piegato in un luogo a parte». Si piega e si mette in un luogo riposto ciò che non serve più. La morte, richiamata dal sudario che copriva il volto, è ripiegata: è finita; è messa da parte; non occupa, né potrà più occupare un posto nella vita di Cristo e degli uomini divenuti suoi discepoli, perché egli è la primizia di coloro che sono morti e sono richiamati alla vita senza tramonto.

Ecco i dati essenziali di un’avventura spirituale che ogni credente è invitato a partecipare: anzitutto deve prestare orecchio a una notizia che giunge quando tutto sembra perduto: è una notizia che giunge distorta da un’interpretazione generata da un dolore paralizzante e sembra affermare una volta di più che quello che era accaduto non era un incubo terribile, ma la realtà amara di una sconfitta inattesa; sembra anzi voler aggiungere sventura a sventura, rinchiudendo in un’angoscia senza uscita.

La Notizia non basta: bisogna muoversi e andare a vedere coi propri occhi. Quindi chinare il capo per passare per la porta bassa e stretta ed entrare nella “morte” del Signore: è chinare il capo dinanzi alla realtà, con rispetto, senza conclusioni affrettate, ma con l’umiltà di chi cerca e attende che la realtà gli si sveli; è far tacere i sentimenti ingannevoli che impediscono di “ascoltare” la memoria, che rimanda alle Scritture, le quali affermano «che egli doveva risuscitare dai morti» e alle parole del Maestro. Quella tomba vuota, allora, è segno di una “buona” notizia: la porta che chiudeva ermeticamente la prigione della morte è stata scardinata e divelta e nessuno potrà più chiuderla. Perciò nessuno dovrà più temerla.