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At 2,1-11; Sal 103,1ab et 24ac.29bc-30.31 et 34; 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23 (31)

La Chiesa scandisce nel tempo dell’anno liturgico la multiforme ricchezza del Mistero pasquale. In particolare, nella Pentecoste, la festa nella quale Israele lodava Dio per il dono della Legge, ha voluto celebrare il dono dello Spirito Santo. In questo modo si intende sottolineare l’adempimento della profezia di Geremia attraverso il quale il Signore aveva detto: «… io farò un nuovo patto con la casa d’Israele e con la casa di Giuda; non come il patto che feci con i loro padri il giorno che li presi per mano per condurli fuori dal paese d’Egitto: patto che essi violarono, sebbene io fossi loro signore», dice il Signore; ma questo è il patto che farò con la casa d’Israele, dopo quei giorni», dice il Signore: io metterò la mia legge nell’intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò loro Dio, ed essi saranno mio popolo. Nessuno istruirà più il suo compagno o il proprio fratello, dicendo: “Conoscete il Signore!”, poiché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore, Poiché io perdonerò la loro iniquità, non mi ricorderò del loro peccato» (Ger 31,31-34). Con il dono dello Spirito, dunque, il dono della Legge antica viene portato a perfezione: sarà il Maestro interiore a portare alla piena conoscenza del Signore e del suo desiderio che l’uomo viva da figlio e non da servo; la “Legge viva” infusa nei cuori suggerisce la preghiera filiale e dà la capacità di vivere come il Figlio mettendo in pratica la Parola.

…disse: «Pace a voi!».

Il Vangelo ci porta alla sera del giorno di Pasqua. Tra i discepoli domina lo sgomento; non bastava ciò che era accaduto il giorno della parasceve: ad infittire il mistero e ad accrescere la paura si era aggiunto il sepolcro aperto e vuoto. A quegli sconfitti non rimane neppure la consolazione di avere militato per una buona causa. Il Maestro è stato messo a morte in maniera infamante; il gruppo dei suoi seguaci è stato scompaginato e quelli che gli furono più vicini – gli Apostoli – sono lacerati dal dubbio di essere stati abbagliati da uno che Dio stesso aveva sconfessato e percosso con la morte di croce, se è vero che colui che pende dal legno è un maledetto (cf Dt 21,23). I motivi di desolazione si assommano: l’orrore per un epilogo così rapido, tragico e – per essi – inatteso, il lutto per la morte di un amico, il fallimento e la rabbia per l’«inganno» nel quale sono caduti, poi il timore per la stessa vita: infatti se hanno trattato così il Maestro, che ne sarà dei discepoli?

Dunque le porte sbarrate, più che l’effimera difesa di gente intimorita, sono soprattutto il simbolo delle chiusure interiori generate dalla paura di ciò che potrebbe ancora accadere (le porte erano chiuse «per timore dei Giudei», che avevano messo a morte il Maestro); alla fine sono l’estremo inutile tentativo di fuggire dalla realtà.

Gesù prende l’iniziativa, si presenta in mezzo ai suoi e conforta il loro timore col dono della «pace». È una pace non come la può augurare e dare il mondo, ma qualcosa che viene dall’alto e penetra nei cuori come acqua nella terra riarsa. La parola di Dio è efficace e produce ciò che significa: agli apostoli che temevano per la loro vita, Gesù fa dono della Vita piena. È un incontro del tutto inaspettato; nessuno infatti aveva compreso il senso vero delle parole che Gesù aveva detto, che cioè sarebbe risorto il terzo giorno. In quella pace i cuori trovano ristoro e rinasce la speranza.

…mostrò loro le mani e il costato

La pace portata da Gesù è accompagnata dalla visione: «Detto questo, mostrò loro le mani e il costato», cioè i segni di quella passione che li aveva lasciati inorriditi e sgomenti.

L’arte medioevale ha prodotto capolavori straordinari per illustrare questa immagine evangelica. Nel timpano della Cattedrale di Parigi, Cristo è seduto sul trono del giudice; il suo corpo è coperto solamente da un panno che ricorda a un tempo l’asciugatoio di cui si era cinto per lavare i piedi ai discepoli e il sudario nel quale era stato avvolto; le sue mani sono alzate nel segno che a un tempo ricorda la resa e il gesto di benedizione con il quale il sacerdote invoca e trasmette lo Spirito.

I discepoli non avevano resistito alla Passione del Maestro: la vista di quelle piaghe li aveva fatti fuggire e indotti a nascondersi. Ora esse sono il segno per riconoscere il Maestro, che Dio ha costituito Signore; sono segno di vittoria: le mani aperte rincuorano coloro che temevano la sua ira. Ed ecco, la paura si muta in gioia: è la resurrezione dei discepoli: «gioirono al vedere il Signore»!

Gesù disse loro di nuovo: Pace a voi! Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo; Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi.23a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi.

Il Vangelo di Giovanni, raccontando la morte del Signore, dice che Gesù, «reclinato il capo, emise lo Spirito». L’espressione è volutamente ambigua: significa a un tempo che diede l’ultimo respiro, ma significa pure che nel momento stesso in cui, con la morte, porta a compimento la sua missione (le sue ultime parole erano state: «tutto è compiuto»), essa viene ripresa e continuata dallo Spirito Santo. Qui viene ripreso e spiegato ciò che era avvenuto al Calvario: Gesù risorto raggiunge gli Apostoli e, alitando su di loro, un gesto che rimanda al passo ricordato della morte del Signore come pure al soffio di Dio che dà vita ad Adamo, disse «Ricevete lo Spirito Santo»: adesso sono loro che devono continuare la missione. Sono investiti dallo Spirito Santo, che apre loro gli occhi e li porta alla conoscenza tutta intera della verità: il Dio dei Padri è come ne aveva parlato Gesù: è buono e misericordioso, non è avido di sacrifici, ma un Padre che libera dalla schiavitù della paura; il Maestro che hanno seguito non è come era apparso a molti, cioè uno percosso da Dio e umiliato, ma il Servo fedele al quale Dio ha dato la regalità su tutte le cose (cf Is 52,13-53,12). Ed essi non sono degli illusi. Ora il cammino può riprendere con nuovo vigore.

Dunque il dono della pace – cioè il dono della vita pasquale –, che è una cosa sola con il dono dello Spirito santo, conferisce la missione. La pace che inonda il cuore dei discepoli è ben di più che la tranquillità e la quiete: è fervore, è compassione per gli uomini, è zelo per le cose di Dio… è la vita stessa di Gesù, è la forza che, uscita da lui, ha operato prodigi, rinnovando, come in una nuova creazione, coloro che venivano a lui per essere guariti. Lo Spirito santo li ha inondati di vita e li fa uscire dal luogo in cui si erano rinchiusi per riprendere il cammino in cerca degli uomini; per continuare la missione di Gesù, cioè riconciliare gli uomini con Dio offrendo il perdono dei peccati. Gesù invia a portare la Buona Notizia di quello che è accaduto a Gerusalemme: Gesù è il Cristo atteso e Dio stesso ne ha dato testimonianza resuscitandolo dai morti; quel medesimo Dio e Signore non è adirato con gli uomini, ma è ansioso di comunicare loro la sua stessa Vita mediante la fede e il perdono dei peccati. Attraverso gli Apostoli continua il mistero per il quale il Figlio è venuto il mezzo agli uomini: riconciliare gli uomini con Dio non più mediante le opere richieste dalla Legge, cioè l’osservanza e i sacrifici di animali immolati, ma per mezzo della fede, che cambia il cuore.

Perciò la pace vera è la piena comunione con Dio e viene dalla bontà e misericordia di Colui che ci ha visitati dall’alto come sole che sorge: egli è venuto a illuminare coloro che stavano nelle tenebre e nell’ombra della morte e a dirigere i passi degli uomini di buona volontà sulla via della vita (cf Lc 1,78-79).

Il perdono dei peccati è l’esercizio del potere regale di Cristo: soltanto il Re può fare grazia al reo condonandogli ciò che aveva meritato per i suoi delitti.

Qui la novità si esplicita in un aspetto che ha sempre costituito il cuore della religione di Israele; una volta all’anno, nel giorno della espiazione, il Sommo Sacerdote entrava nel Santuario col sangue della vittima sacrificata e aspergeva il trono di Dio sull’arca, per ottenere il perdono per i peccati di tutto il popolo.

Gesù annuncia che il tempo dei sacrifici è finito, perché egli stesso ha compreso e vissuto la morte che gli è stata inflitta come il sacrificio definitivo nel quale Dio stesso ha stabilito una alleanza nuova e perenne con il popolo radunato nella sequela del suo Figlio. Ora il perdono dei peccati, senza il quale non c’è la giustificazione o santificazione (nessuno è degno di stare alla presenza di Dio se Dio stesso non lo rende degno di sé), non avviene più per mezzo delle opere, e – tra esse – gli atti del culto come i sacrifici di animali, ma per mezzo della fede, cioè dell’adesione esistenziale a Cristo, che porta a venire incorporati al Figlio così da diventare veramente parte di lui e suo corpo. È ciò che avviene nel Battesimo, che segna il punto culminante del cammino di fede del catecumeno. Chi ha aderito a Cristo è associato a lui nell’eterna comunione che egli vive col Padre e, fin che dura la condizione umana, in quell’abbandono nelle sue mani che Gesù ha vissuto concretamente consegnandosi alla storia e nelle mani degli uomini. Questa perfetta comunione con Cristo – e non le “opere della carne”, benché eccellenti – rende l’uomo degno di stare alla presenza di Dio!

Qui Gesù parla esplicitamente di un perdono di Dio affidato agli Apostoli, perché lo amministrino a favore di coloro che si erano perduti: quanti dopo il Battesimo erano tornati al peccato ma, ravveduti, tornano a Dio riprendendo a seguire Gesù e a vivere la sua parola, gli Apostoli e – dopo di essi – i Ministri della Chiesa, li riammetteranno nella pienezza della comunione con Dio e con il Corpo santo del Signore, che è la Comunità.

Allora è Dio che continua a cercare l’uomo e a incontrarlo ogni momento – e non una sola volta all’anno, come invece avveniva nel tempo antico nel grande giorno dell’espiazione – perché Cristo è fonte perenne di grazia.

Quello degli Apostoli e poi dei Ministri della Chiesa è un ministero veramente efficace, perché mentre annuncia al peccatore pentito il perdono del Signore, il Presbitero versa misticamente il sangue e l’acqua sgorgati dal costato di Cristo crocifisso sull’uomo peccatore assimilandolo, agli occhi del Padre, al Figlio innocente che, fattosi peccato, è stato straziato nella passione ed immolato sulla croce. Sicché colui che già era divenuto corpo di Cristo nel Battesimo, col perdono dei peccati è assimilato a Cristo crocifisso, che il Padre guarda con amore e fa risorgere dal sepolcro.

Il «potere» regale ricevuto dal Padre, Gesù lo trasmette agli Apostoli. I cieli nuovi e la terra nuova cominciano col perdono, che restituisce a Dio ciò che è suo e lo fa rientrare nella corrente della Vita. Se col peccato trionfa la morte e la paura che essa induce, col perdono dei peccati la morte perde ogni potere e la Vita che nessuno può rapire prende posto nel cuore degli uomini.

Il perdono dei peccati con la novità di vita che esso produce nell’azione di Gesù era sottolineato dai miracoli: la guarigione delle malattie, la resurrezione dei morti erano «segni» di ciò che avveniva negli uomini per opera dello Spirito. Ora ciò che era significato continua nel mondo per l’azione della Comunità di Gesù animata dallo Spirito santo.