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At 2, 1-11. Sal. 103, 1ab e 24ac. 29bc-30. 31 e 34. Gal 5, 16-25; Vg: Gv 15, 26-27; 16, 12-15;

Con la festa di Pentecoste si completa la celebrazione della Pasqua del Signore. Nei cinquanta giorni dalla Pasqua la liturgia ha guidato l’assemblea alla contemplazione della ricchezza del mistero pasquale distinguendo e sottolineando aspetti diversi della medesima realtà: la risurrezione di Gesù, la sua ascensione al cielo e intronizzazione alla destra del Padre come Signore universale e, con la Pentecoste, il dono dello Spirito santo, che plasma la comunità dei credenti e ne fa il popolo della nuova alleanza.

Questo aspetto del Mistero pasquale è collocato nel giorno di Pentecoste perché in esso Israele celebrava il dono della Legge sulla quale era stabilita l’Alleanza tra Dio e il popolo. Con il dono dello Spirito si realizza l’oracolo di Geremia (cf Ger 31,31-34), che aveva parlato di un tempo nel quale la Legge non sarebbe più stata incisa su tavole di pietra – una Legge che era stata infranta molte volte rendendo continuamente necessaria la sua rinnovazione mediante l’offerta di sacrifici – ma sarebbe stata effusa nei cuori; avrebbe cessato di essere una imposizione esterna per diventare una tensione interiore verso il Signore, conosciuto finalmente non più per sentito dire, ma per l’intima esperienza del suo amore misericordioso; e ogni uomo avrebbe risposto con un amore grato di figlio. Infatti il dono dello Spirito santo rende il discepolo capace di vivere da figlio di Dio, dandogli un’obbedienza amorosa e non più l’ossequio timoroso dello schiavo.

La liturgia di questa domenica propone due brevi tratti del Vangelo di Giovanni presi dal lungo discorso che Gesù rivolse ai suoi nel contesto della cena. Gesù si rivolge ai discepoli, ma guarda oltre e parla a una comunità smarrita in un mondo pagano e sottoposta, non di rado, alla persecuzione; con il dono dello Spirito essa diviene capace di affrontare e superare la prova della testimonianza in un tempo difficile.

Le comunità in genere erano piccole e formate, per lo più, da persone provenienti dal ceto umile. Si erano raccolte attorno all’annuncio degli apostoli, che avevano annunciato la morte e la risurrezione di Gesù, ne avevano comunicato gli insegnamenti mostrando come in lui si erano realizzate le profezie contenute nella Bibbia; a fondamento della fede stava la risurrezione dai morti: l’annuncio cristiano proponeva ciò che le donne avevano visto per prime, il giorno dopo la pasqua dei Giudei, e la testimonianza degli apostoli e di tutti coloro che avevano visto Gesù vivo dopo la sua crocifissione. Questo evento straordinario gettava una luce nuova sulla passione e sulla morte infamante in croce e tutto quello che Gesù aveva insegnato assumeva un valore assoluto e si poneva in contrasto con la sapienza affascinante del mondo pagano. Per quelli che non avevano conosciuto Gesù e non erano stati testimoni diretti di ciò che i Vangeli attestano e venivano alla fede per la predicazione di quelli che avevano raccolto la testimonianza degli Apostoli, era difficile capire nella sua multiformità e ricchezza il mistero pasquale, inoltre l’esperienza della marginalità e della persecuzione rendeva più acuti i dubbi.

L’annuncio del Vangelo apriva a una visione del mondo e della vita del tutto nuovo per coloro che appartenevano al mondo pagano. Chi veniva battezzato e si era rivestito di Cristo diventava figlio di Dio; cessavano perciò tutte le differenze che dividevano il mondo; S. Paolo, scrivendo ai Galati, dice: «Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal 3,27-29). Perciò in una società dalle divisioni e dalle differenze fortissime, lo schiavo veniva ad assumere la medesima dignità di figlio di Dio riconosciuta all’uomo libero. Il modo stesso di concepire e pensare Dio cambiava radicalmente: il dio capriccioso e dispotico conosciuto dai pagani, si frantumava dinanzi al Padre della misericordia.

Nei brani proposti alla meditazione, la parola di Gesù, nelle Chiese delle prime generazioni, si rivolgeva a comunità nelle quali lo Spirito santo era vivo e operante e si manifestava nella multiformità di carismi che marcavano fortemente la vita dei fedeli. Erano i doni dello Spirito elencati da Paolo al capitolo 12 della prima lettera ai Corinzi; si trattava di veri e propri ministeri al servizio della comunità; egli li enumera a partire dal ministero degli apostoli, la cui missione era impiantare e sostenere la Chiesa mediante l’annuncio della Parola; poi c’erano dei cristiani ai quali il Signore aveva fatto dono della profezia: erano quelli che nelle riunioni della comunità venivano afferrati dallo Spirito e pronunciavano oracoli, talvolta oscuri, sicché c’era bisogno di chi li interpretasse, e vi erano perciò quelli che, mossi dallo spirito, svolgevano questa funzione. I profeti sapevano vedere oltre l’immediato e indicavano a tutti i segni della presenza e dell’opera di Dio nella storia della comunità; il loro compito era molto importante, perché destava la speranza e orientava il cammino. C’erano poi quelli che sapevano spiegare la Scrittura: erano i maestri. E nel fervore di quella prima splendida stagione la comunità era confortata anche da miracoli e guarigioni che Dio operava per mezzo di alcuni ai quali aveva dato una fede così forte da operare prodigi. Infine c’era chi serviva la comunità nell’assistenza ai poveri e nel governo e quelli che sostenevano la preghiera comune lodando il Signore nella lingua degli angeli, cioè con un canto melodioso che sgorgava dal cuore.

Nella comunità del Signore talvolta si palesavano anche divisioni e discordie e anche conflitti, ma persisteva lo sforzo generoso per la comunione nella carità. Per mettere in chiaro che i carismi più rari non sono nulla se non illustrano l’amore con il quale Gesù ci ha redenti, S. Paolo, nella medesima lettera ai Corinti, scrive: «Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. (…) Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!». Ebbene la carità è l’amore che viene dall’alto e anima con la vita di Dio ognuno che ha creduto che Gesù è il Signore.

Questa è l’esperienza viva che rende comprensibile le parole di Gesù: “Lo spirito che procede dal Padre mi renderà testimonianza“. Infatti la multiforme ricchezza della comunità e l’amore reciproco è il segno della presenza dello Spirito del Signore. La fede si rafforza nella carità perché essa porta a sentire intimamente la verità di ciò che Gesù ha rivelato del Mistero di Dio.

La comunità viveva tra Pagani agli occhi dei quali la passione di Gesù appariva inaccettabile e la sua risurrezione incomprensibile. Quanto alla Parola, a molti – anche nella Comunità stessa – appariva inefficace, dal momento che niente sembrava cambiare. Perciò sorgevano tante domande alle quali si doveva trovare la risposta. Essa nasceva dalla preghiera comune, dalla comunione di coloro che erano venuti alla fede e trovava chiarezza nel ministero dei profeti e dei maestri, che parlavano assistiti dallo spirito di Dio. Essi aiutavano a cogliere la verità nascosta nelle pieghe della storia e la Chiesa poteva guardare davanti se con fiducia e proporre umilmente a tutti una nuova visione del mondo e un diverso stile di vita. La comunità comprendeva finalmente il senso di quello che era avvenuto a Gerusalemme e come l’estremo abbassamento di Gesù fosse in realtà la sua esaltazione come Signore universale. La Comunità scopriva che la sua missione di annunziare la morte del Signore e proclamare la sua risurrezione in attesa della sua venuta alla fine dei tempi concretamente prendeva forma anche nella persecuzione. E proprio allora ognuno sperimentava in modo fortissimo e singolare l’assistenza dello Spirito paraclito, cioè avvocato difensore davanti al giudizio del mondo: il cristiano scopriva di essere chiamato a vivere ognuno dei suoi giorni come una grande “liturgia” – cioè una memoria viva del Mistero di Cristo – dalla quale nasce la testimonianza e si alimenta la missione.

La comunità che ricorda e vive il Mistero del Signore venuto nella carne e ritornato al Cielo, dove siede alla destra del Padre, è abitata dal medesimo Spirito che confortò i primi che furono inviati nel mondo a dare la loro bella testimonianza e continua ad essere per il mondo luce che illumina e sale che dà sapore. I credenti non sono migliori di nessuno, ma sono figli e conoscono l’amore misericordioso di Dio e, dandone testimonianza, indicano con sicurezza la via della Vita.