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Is 6,1-2.3-8; Sal 137; 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-11

 

Il cuore delle letture della quinta domenica del tempo ordinario è l’esperienza dell’incontro con il Signore.

Egli si fa riconoscere in due contesti molto diversi: Isaia lo incontra all’interno di un’azione liturgica molto solenne, che si svolge nel tempio; Pietro invece prende coscienza di questa prossimità nella quotidianità e nell’ordinario della sua vita, sulle rive del lago dove svolgeva il suo lavoro di pescatore.

In entrambe le esperienze, così diverse tra loro, c’è però una costante: il momento della grande vicinanza con il Signore coincide con la presa di coscienza della propria distanza profonda da lui e del proprio peccato.

La professione di fede di Isaia è accompagnata dal riconoscimento della propria impurità; allo stesso modo Pietro, nell’obbedienza alla Parola del Signore, si scopre peccatore.

Dio, dunque, vuole parlare a tutti e a ciascuno vuole farsi prossimo, perché il suo Vangelo e la sua salvezza sono per tutti gli uomini, nessuno escluso.

Per fare questo il Signore si rivela a ognuno in modo particolare; cioè si adatta alla nostra psicologia e personalità.

Usa un linguaggio speciale e unico con ciascuno di noi, perché possiamo riconoscerlo, e così vivere il suo vangelo e seguirlo.

Dio ha fiducia in noi e ci chiama a fare un salto di qualità nella nostra vita.

Le due modalità con cui il Signore si rivela a Isaia e a Pietro non si oppongono a vicenda, piuttosto sono complementari l’una dell’altra.

Il Signore ci chiede di prenderlo con noi nel quotidiano, di non essere solo spettatori del Vangelo, ma protagonisti di questo annuncio di salvezza attraverso la nostra testimonianza di fede.

L’incontro con il Signore non è consolatorio, ma esigente: a un cuore impigrito e triste il vangelo può sembrare un sacrificio.

Non dobbiamo temere e spaventarci di questo: semmai dobbiamo umilmente riconoscere la nostra fatica e affidarci a Dio, che conosce i nostri sentimenti e vuole aiutarci a trovare le risposte alle tante domande che ci agitano.

È stato così per Pietro: in un momento fallimentare della sua vita – non aver pescato nulla in quella notte – sente l’invito a gettare le reti di giorno, quando nessun pescatore esperto e saggio lo farebbe.

L’incontro con il Signore significa per Pietro una crisi, prendere coscienza della propria amarezza e della propria rassegnazione.

Davanti al fallimento siamo portati a credere di sapere già come vanno le cose e a pensare che tutto sia inutile e senza senso; oppure nasconderci la verità.

Il Signore non ci consola lasciandoci prigionieri del nostro male; ma ci esorta a “prendere il largo”, a sperare un futuro nuovo e diverso.

Il vangelo non ignora le nostre difficoltà; non ci condanna; non ci schiaccia sulla nostra storia, sulle nostre paure.

Prendere il largo”, ha molti significati. Ognuno sentendo questa parola diretta a sé, troverà il senso più adatto alla situazione che sta vivendo.

Oggi, a cosa mi sta invitando il Signore con questo annuncio?

Cosa significa per me, oggi, fare mia la risposta di Pietro: “Sulla tua Parola getterò le reti?

Dopo l’incontro con il Signore, sia Pietro che Isaia non operano più secondo le loro intenzioni, le loro convinzioni o esperienze; ma solo perché Dio glielo chiede.

Questo è l’ascolto a cui tutti siamo invitati: fidarci e obbedire alla Parola di Dio.

Pietro come Isaia non ascoltano solamente; essi mettono in pratica ciò che è stato loro rivelato.

La parola non è un consiglio, un’indicazione generica, una possibilità in più per poi non decidere mai. Il Vangelo è parola e vita.

Pietro si trova a fare quello che non avrebbe mai pensato: ma sulla parola del Signore getta di nuovo le reti nel mare.

Solo avendo il coraggio di fidarsi, trova tanti frutti, trova la novità che solo Dio può creare.

Di fronte alla gratuità del Signore, Pietro come Isaia sentono il bisogno di essere chiari con Lui, di dirgli la verità, che forse ciascuno nascondeva a se stesso: “sono un peccatore!”.

In questa confessione di fede, Pietro e Isaia fanno esperienza che Dio non allontana i peccatori. Anzi: è venuto proprio per loro!

Questa è stata anche l’esperienza di Paolo, divenuto apostolo non per merito, ma per puro dono.

Il profeta, il discepolo e l’apostolo non sono uomini migliori degli altri. Sono dei peccatori, cui il Signore continua a rivolgere la Parola, perché la loro vita non finisca nella disperazione ma abbia frutti abbondanti di redenzione.

Anche noi dobbiamo riconoscere che siamo poveri uomini “dalle labbra impure”, cui viene detto però: “Non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini”.

Non dobbiamo lasciarci vincere dalla paura, perché il peccato è vinto dall’amore e dal perdono del Signore crocifisso e risorto.

Dio di nuovo ci invia oggi ad annunciare la sua salvezza in ogni realtà, nel quotidiano della nostra esistenza!

Dopo questa parola di grazia che risuona nei nostri orecchi, la nostra vita deve cambiare; per trovare e trasmettere quel dono inaspettato che Dio prepara per ciascuno uomo.

MM