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Gen 15, 1-6; 21, 1-3; Sal. 104, 1b-2. 3-4. 5-6. 8-9; Eb 11, 8. 11-12. 17-19; Lc 2, 22-40

Simeone viene presentato dal Vangelo come il modello del pio israelita: «uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d’Israele»; il suo nome significa, stando al libro della Genesi (Gen 29,33), «Dio ha ascoltato la preghiera di concedere un figlio», (questa è infatti l’esclamazione di Lia, moglie di Giacobbe, quando le nasce il bambino al quale impone questo nome). Simeone, dunque, già nel suo nome prefigura ciò che sta per avvenire, cioè la gioia di vedere il «conforto d’Israele». Luca lo presenta nel Tempio, dove è andato, mosso dallo Spirito di Dio, come avviene per i profeti, dunque con un preciso compito da svolgere. Simeone, incontrando il Bambino, ne profetizza la missione: egli è «salvezza… luce… gloria» di Israele; egli è nato «per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori». Questa profezia viene a completare per Maria il messaggio dell’angelo, il quale, del Bambino concepito nel suo seno, aveva detto: «Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine … Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio» (Lc 1,31-35). Simeone profetizza un giudizio al quale nessuno potrà sottrarsi: di salvezza per Israele e di sventura per i nemici suoi. Cesserà ogni possibilità di inganno: infatti saranno svelati i pensieri dei cuori.  

Quella narrata dal Vangelo è una storia di vita quotidiana: una giovane coppia va al Tempio per adempiere la Legge; incrocia un vecchio che, rivolto al bambino, gli fa complimenti che sembrano nascere dal nome stesso che egli porta: «Gesù», esso infatti significa “il Signore salva”; ma sono complimenti che hanno il sapore e il tono della profezia. Essi esprimono il desiderio di generazioni di “piccoli” che attendono il compimento delle promesse di Dio. Gesù è solo un bambino di quaranta giorni, eppure è presentato come il sovrano, il re della gloria che viene a prendere possesso della sua dimora (cf Sal 24/23). Egli saprà dove condurre il suo popolo: sarà luce nelle tenebre e chi lo seguirà troverà una dimora; dinanzi alla potenza della sua parola si infrangeranno i disegni iniqui di chi pretende di fare della Legge lo schermo dei propri interessi.

Il vecchio Simeone in quel bambino intuisce la potenza di Dio, che entra nel mondo in punta di piedi, come i figli degli umili. Il dono di Dio al mondo è il suo Figlio, fatto così piccolo e così debole da suscitare la tenerezza di un vecchio. Simeone sa vedere ciò che sfugge a tutti: proprio quel bambino sarà la salvezza o la perdizione di molti. Egli non si lascia condizionare dalle apparenze, ma, da uomo di fede, sa riconoscere Dio che viene a riscattare il suo popolo facendosi piccolo, povero, obbediente alla Legge, la quale vuole sia sacro al Signore ogni maschio primogenito. Gesù, sacro al Signore, ne compirà il disegno, che è sempre vita e salvezza. Perciò chi aderirà a Gesù sarà salvo e chi invece lo rifiuterà sarà condannato.

C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

Anna (= “Dio fa grazia” o “grazia, benedizione di Dio”) viene presentata come «figlia di Fanuèle», un nome che indica colui che vede Dio faccia a faccia (cf Gen 32,31-32); è vedova e qui viene presentata come l’immagine di Israele sposa-vedova del suo Signore. Ha 84 anni (=12×7), un numero che sembra indicare le dodici tribù, la cui vedovanza è giunta finalmente al termine, perché è giunto lo Sposo. Essa ne attendeva il ritorno stando nel tempio, la casa di Dio, tra digiuni e preghiere, che esprimono il lutto e l’attesa. Lei dunque riconosce lo Sposo che viene a prendere possesso della sua casa e se ne rallegra, poi la sua gioia si espande e annunzia a tutti la buona notizia. Solo chi ne desidera ardentemente la venuta sa riconoscere il Signore al suo giungere. Lo desidera chi ha conservato la speranza. Sa riconoscere il Signore chi non desidera cose troppo grandi, ma sa apprezzare quelle umili; allora quando il Signore viene non si scandalizza della sua debolezza e povertà, né del suo “bisogno” degli uomini, ma lo accoglie facendogli festa.  

Luca fin dall’inizio mostra come ai poveri è annunziata la buona Notizia e come essi l’accolgono. Sono i pastori, ai quali gli angeli annunciano nella notte che a Betlemme è nato un Salvatore e sono ora Simeone e Anna, due vecchi, due giusti, due vite che lentamente si spengono, ma in cui in cui non si è spenta l’attesa del Messia. È solo un inizio, che si consuma nel breve tempo di un incontro, all’apparenza casuale, ma è un segno dato ai «piccoli», che rappresentano l’Israele fedele; poi tutto subito riprende il sentiero della vita feriale: Gesù ritorna nell’anonimato, dove resterà fin quando non sarà il tempo della manifestazione. Intanto ai «piccoli» è stato dato il segno che alimenta la speranza: la salvezza è giunta.

Ai piccoli di ogni tempo è dato solamente un segno, visibile nella fede. Verrà per ognuno il compimento del Mistero pasquale, allora gli occhi si dischiuderanno alla visione (Fanuele=vedere Dio faccia a faccia). Intanto però chi ha incontrato Dio e lo ha riconosciuto presente nella storia ha trovato una buona ragione per vivere e per inventare una storia diversa.