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Gen 15, 1-6; 21, 1-3. Sal. 104, 1b-2. 3-4. 5-6. 8-9.  Eb 11, 8. 11-12. 17-19.  lc 2, 22-40 (oppure breve 22. 39-40).

Oppure letture dell’anno A: Sir 3, 3-7. 14-17a (gr. 2-6. 12-14). Sal. 127, 1-2. 3. 4-5. Col 3, 12-21. Mt 2, 13-15. 19-23.

Il Natale del Signore non può restare solo una sensazione, fosse pure religiosa e intensa: deve poter crescere.

Il mondo, duro, involgarito, privo di cuore, accetta facilmente un Natale ridotto a un sentimentalismo vuoto, perché non vuole essere inquietato e cambiato.

Il Natale, però, è una vicenda tutta umana e concreta; è una lotta tra la luce che irrompe nel mondo e le tenebre che cercano di soffocarla.

È l’incontro tra la trascendenza di Dio e la nostra umanità.

È il paradosso di chi desidera essere amato, ma non accoglie colui che lo ama davvero.

Il Natale è un inizio, è il principio che viene verso di noi e chiede una scelta concreta: fargli spazio perché dimori in noi e così farci figli di Dio.

È un’accoglienza che può cambiare il nostro cuore.

Convertendo noi, potrà cambiare anche questo mondo abituato alla violenza e alla guerra.

Un mondo che non sa più commuoversi, che non vuole assumersi responsabilità, che crede poco alle vie della pace, che delude la vocazione comune di tutti gli uomini a partecipare alla vita intima di Dio.

Il Natale deve dare spazio al volto umano di Dio contemplato nel bambino di Betlemme.

Il mistero del Dio-con-noi deve illuminare il pessimismo che disprezza qualsiasi inizio, che sconsiglia di credere in un futuro diverso, di spendersi per qualcosa che sembra non convenire, di cui non si è già certi.

Tuttavia, Gesù nasce in un mondo così; Dio non ha paura degli uomini e si affida.

La certezza di Dio è che l’uomo prima o poi si accorgerà di essere amato e ricambierà questo amore, volendo entrare in comunione con lui.

Proprio questa comunione libera dalla paura, perché l’amore fa essere e scaccia la paura della morte.

Sappiamo bene come senza amore l’uomo muore! Senza carità è un essere sterile!

La salvezza viene dall’ascolto della Parola definitiva e ultima di Dio che è Cristo Signore.

Solo lui può cambiarci.

E cambiamo solo quando accogliamo di essere amati e ci riconosciamo capaci di amare, cioè di cambiare il mondo, di ridare speranza a chi è disperato, a chi non si riconosce amato.

Il Natale è l’inizio di una nuova famiglia.

Se accogliamo di essere amati e ci accorgiamo di saper amare diventeremo familiari di Dio, cioè la sua santa Famiglia.

Una famiglia composta di santi, di uomini cioè che si sono rivestiti di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza, che si sono perdonati a vicenda perché hanno accolto il per-dono di Dio e sono divenuti essi stessi perdono.

Il mondo di oggi ha bisogno di perdono; cioè di uomini e donne che sanno donare e diffondere l’amore di Dio, che sanno custodire il suo sogno di salvezza.

Intorno al bambino, al Figlio che ci è nato, si ritrova una famiglia.

Chinarsi su di lui, amare la sua debolezza, ci rende meno schiavi di noi stessi e più figli, cioè più fratelli fra noi.

Fin dall’inizio il Bambino di Betlemme raduna attorno a sé degli uomini, legati tra loro non dal sangue, ma dall’ascolto della Buona Notizia: oggi è nato per voi un salvatore… oggi l’umanità è amata da Dio e quindi esiste in questo amore.

Anche quel bambino ha bisogno di una famiglia.

Essere familiari con lui ci rende familiari tra noi, perché l’amore unisce; perché l’amore, se accolto, sana le ferite dell’orgoglio e della solitudine.

Non si è familiari di Dio per diritto o per eredità, ma unicamente per puro dono.

Questo hanno imparato Maria e Giuseppe dopo un’affannosa e angosciata ricerca.

Non si è familiari del Signore con facilità o una volta per tutte: si può smarrire il legame con lui, cioè non essere più capaci di riconoscerlo.

Chi fa parte allora della Santa famiglia?

Coloro che aprono a Cristo la porta del proprio cuore, che si riconoscono peccatori e dunque bisognosi di essere amati e per-donati.

Coloro che ascoltano la buona notizia che il Salvatore è già in mezzo ad essi.

Coloro che hanno il coraggio di mettersi in cammino senza indugio per andare a venerare la debolezza di un bambino, il cui volto squarcia l’opacità del mondo per farvi zampillare la luce della risurrezione.

Anche noi, come Giuseppe e Maria dobbiamo custodire Gesù; custodire cioè il desiderio di salvezza di Dio per noi e per l’intera umanità.

Anche noi dobbiamo vegliare sulle relazioni che intessiamo, prima di tutto all’interno delle nostre famiglie e quindi nell’unica famiglia umana a cui ciascuno di noi appartiene.

Il mistero del Natale ristabilisce la giusta relazione con Dio e con i fratelli: siamo chiamati in un solo corpo, cioè siamo chiamati a essere familiari di Dio.

Questo mistero di amore è alla base di ogni eucaristia: ogni volta che ci nutriamo del corpo e del sangue di Cristo siamo uniti in un solo corpo dallo Spirito.

Questo è già un germe di risurrezione, un germe di speranza che fiorisce dal piccolo bimbo che giace nella mangiatoia, cioè da un Dio che sceglie di svuotarsi perché noi possiamo esistere nel suo amore.

Al termine di questo anno, poniamoci nell’atteggiamento della gratitudine per la fedeltà del Signore e chiediamo di imparare da Gesù a essere sempre presso il Padre, per abitare anche noi dove abita l’amore e la vera vita.

MM