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Sir 3,3-7. 14-17a; Sal 127,1-2.3.4-5; Col 3,12-21; Mt 2,13-15.19-23

 

Sembra piuttosto strano oggi parlare della “santa famiglia”; abituati come siamo alla destrutturazione o scomposizione della famiglia, a “inventare” la famiglia, a concepirla come una possibilità tra tante altre a noi offerte nel supermercato della vita e della libertà umana, pare quasi impossibile parlare di una famiglia, e tanto più “santa”, attribuendo quindi implicitamente ad essa un valore normativo. Tanto più che si tratta di una famiglia ben strana, come tutti sappiamo, almeno a uno sguardo puramente umano.

La prima lettura è un commento a noto “quarto comandamento”, onora il padre e la madre. Onorare significa riconoscerne il peso, il giusto peso: viola il comandamento non solo chi dà poco peso ai genitori, ad esempio mettendoli o quasi abbandonandoli in una casa di cura, ma anche, semplicemente, vedendoli come un bancomat al quale attingere, confondendo il padre con il suo portafoglio e facendo della famiglia una semplice impresa fornitrice di servizi, dalla gita all’estero al master prestigioso. Viola il comandamento anche chi attribuisce loro troppo peso, e li lascia padroni della sua vita, dimenticando di essere un adulto, e facendo del padre (o, più frequentemente, della madre) un padrone, o una padrona. Questi due ultimi esempi sono precisamente i due fratelli di Lc 15, il “figliol prodigo” e suo fratello.

Il rapporto tra genitori e figli, infatti, può essere sfalsato da prospettive fuorvianti: il figlio può diventare l’oggetto della proiezione dei desideri dei genitori (mio figlio deve avere tutto quel che non ho avuto io: ma sei sicuro che lui voglia quel che è mancato a te?), oppure ciò di cui i genitori vivono. Le mamme-chiocce, che come una gallina tengono sotto le loro ali protettive il pargolo ben oltre l’età canonica, ne sono un esempio; ma che cosa ci trovi in quella? Ma ti meriti di meglio; ma non vedi di chi ti sei innamorato? In realtà, sono forme di gelosia, cioè di possessività.

Infatti il comandamento non impone solo ai figli di onorare, nel senso qui tratteggiato, i genitori, ma anche ai genitori di essere veri genitori: non padri-assenti, o padri-padroni (per dire due tipologie piuttosto diffuse), che o mancano completamente il loro ruolo lasciando fare ai figli quel che vogliono oppure, al contrario, caricandoli di botte per un niente, e nemmeno madri-vampire o madri mielosamente asfissianti. “Voi padri non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino”, dice la seconda lettura. Il padre è, antropologicamente, il principio normativo, il divieto, che è essenziale per imparare a introiettare il limite, varcato il quale ci si distrugge, cioè per imparare a indirizzare la propria libertà. Come il padre insegna al figlio di non mettere le dita nella presa di corrente, così per il resto. Ma non si vive solo di divieti, bensì delle ragioni del divieto, e queste costituiscono propriamente l’educazione; e, accanto al “no”, c’è un’azione positiva di incoraggiamento, di accompagnamento, di vicinanza quotidiana, che i genitori non possono delegare a nessuno.

Può sembrare strano l’uso dei verbi che fa san Paolo: la donna deve essere sottomessa al marito. Altrove, e precisamente in Ef 5, 21-33, dà il senso di questa sottomissione, e del ruolo del marito; i mariti amano le mogli come Cristo ama la Chiesa, cioè svenandosi per lei, rinunciando a tutto ciò che poteva rivendicare come suo. E la sottomissione si rivela così reciproca: l’antico concetto del fine del matrimonio come mutuo aiuto non è un retaggio del passato, ma una verità reale. Ci si sposa anche per aiutarsi gli uni gli altri, nella giovinezza e nella vecchiaia, nella buona e nella cattiva sorte.

E dall’esperienza dei nostri vecchi sappiamo che il matrimonio è una scuola quotidiana di pazienza e di reciproco aiuto, che sono gli spiccioli, per così dire, della carità, che possono dunque maturare solamente radicandosi ogni giorno nella Parola e nello Spirito del Signore. In altri termini, non nasciamo con una capacità innata di essere padri o madri, o sposi; il fatto che lo possiamo fisicamente essere non ci deve trarre in inganno. Come tutte le cose, anche questa si impara, di fronte alle reali possibilità di esserlo “di meno”, in modo approssimato o addirittura stravolto.