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preghiera di alleanza

La via dell’alleanza

 

Preghiera di alleanza

 

Accolgo il Signore e gli chiedo la sua luce. Poi gli parlo della mia giornata «come un amico parla a un amico»:

 

Al cuore dell’alleanza: «Grazie»

ricordo la speranza, la gioia, l’amore, la pace ricevute o donate, ma anche le pene e le ferite. È là che posso scoprire il Signore al mio fianco, come un amico. Per mezzo dei segni, degli incontri, degli avvenimenti, egli mi chiama alla gioia. Io lo ringrazio per tutto quello che mi ha fatto sentire più vivo.

 

Un’alleanza sfigurata: «Perdono»

La mia giornata è fatta anche di momenti nei quali mi sono allontanato dal Signore e dagli altri ripiegandomi su me stesso, per mancanza di amore, per egoismo. Per gelosia… ho potuto ferire delle persone. Nella confidenza depongo tutto questo davanti al Signore il cui amore è più grande del mio peccato e ne domando perdono.

 

Verso un’alleanza più forte: «Se vuoi»

Infine, mi volgo risolutamente verso il domani. Offro ciò che sarà l’avvenire ed esprimo i miei desideri più profondi. Affido al Signore le persone che incontrerò, il mio lavoro. Le diverse situazioni che mi troverò a vivere. E gli domando il suo aiuto.

 

Termino la preghiera con il «Padre Nostro».

 

Ispirato agli Esercizi Spirituali di S. Ignazio di Loyola, la preghiera d’alleanza trova il suo spazio naturale alla fine della giornata, dedicandole 5 o 10 minuti.

 

www.gesuiti.it

 

 

 

preghiera di alleanza

 

ABBI A CUORE IL SIGNORE/1

 

Carissimo, Pax X.ti

 

ho pensato scrivere alcuni insegnamenti che possano servirti per il tuo progresso spirituale, così come aiutarono il mio. Fin qui tu hai sperimentato la gioia di essere del Signore. Hai visto pure che è semplice, benché non facile: basta evitare, per quanto sta in te, di aprire la porta a ciò che procura turbamento. Sarebbe, sennò, come destare un leone addormentato: se si fa tanto che si svegli, poi sarà difficile tenergli testa.

L’altro versante da coltivare assiduamente è quello che ha di mira l’avere in cuore gli stessi sentimenti di Gesù nostro Signore. Accade infatti che, nonostante l’impegno, talvolta la natura o le circostanze mettano a prova la nostra fedeltà. Ebbene, in quel caso potrà venirci in soccorso la forza che conserviamo in cuore, cioè la carità. Essa è la vita che Dio stesso ha posto in noi ed è la fonte alla quale potremo attingere nel momento della prova. Pertanto possiamo stare sicuri; infatti se le nostre forze sono esigue, perché dipendono dalla nostra natura, spesso non abbastanza educata e matura, la carità invece è la forza di Dio in noi, è comunione ai suoi sentimenti. E come avviene che un nemico non ardisca attaccare la casa di un uomo debole quando in essa è ospitato un amico potente, giacché quand’anche con poco sforzo potesse abbattere la casa, avrebbe poi da sfidare le ire dell’ospite forte, allo stesso modo, quando un cristiano custodisce nel suo cuore la carità, che è Dio stesso, non ha nulla da temere dai suoi nemici: infatti ha chi lo difende da qualunque attacco.

Vi è, infine, il Maestro interiore, che per via di ispirazioni conduce sulle vie della perfezione. Lo Spirito Santo è stato effuso su di noi non meno di quanto lo fu su Maria e gli Apostoli. Ma la sua forza irresistibile ordinariamente richiede un cuore aperto, disponibile, attento ad ogni suo alito. Le sue ispirazioni, infatti, sono come la brezza leggera (cf 1Re 19,12), non si impongono, ma suggeriscono lievemente, come potrebbe fare una madre attenta che, con lo sguardo, un cenno o una parola appena sussurrata, invitano a fare ciò che al Padre è gradito. È lo Spirito che guida sulle vie di Dio, poiché lui solo le conosce. Sappilo dunque ascoltare ed egli ti porterà sulle cime più alte.

 

Sui pensieri

 

Contro le tentazioni a ben poco valgono le mortificazioni e le penitenze e neppure le lunghe preghiere, se Dio non abita stabilmente nel cuore. Infatti tu stesso avrai sperimentato ciò che molti maestri spirituali insegnano, che cioè le tentazioni hanno il loro inizio nei pensieri. Essi sono generalmente generati da immagini nelle quali lo sguardo si è imbattuto, anche senza malizia, oppure sono il frutto dei moti spontanei di una natura non del tutto orientata al bene. Possono inoltre essere il riemergere di esperienze impresse nella memoria e nelle membra. Tutto questo assume una forza particolare e anzi un fare violento, specie quando le condizioni in cui ci si viene a trovare risultano per noi sfavorevoli, come può essere ogni volta che siamo sorpresi dalla fatica fisica o spirituale, dal fallimento di un progetto, dalla delusione di qualche attesa.

 

Dai pensieri noiosi ci si difende facendo attenzione a non dare alcuno spazio alle situazioni esterne che possono suscitarli, poi distogliendo l’attenzione al loro primo apparire, infine combattendo, anche mortificando con moderazione il corpo, se essi sono tanto insistenti da imporsi all’attenzione; infatti ognuno sa che anche il più paralizzante dei pensieri subito scompare all’apparire di un piccolo dolore quale, ad esempio, una puntura di spillo. Anzi, l’idea stessa di un disagio che sta per presentarsi fa dileguare i pensieri peregrini.

 

Se poi i pensieri sono suscitati dal guazzabuglio della memoria, essa dovrà essere mondata consegnando alla Chiesa tutto ciò che custodisce, mediante il racconto sincero, umile e sobrio di ogni cosa al confessore, se è il caso, o al direttore spirituale ― se non sono la stessa persona ―. Egli, da uomo esperto, saprà indicare per quale via uscire vincitori.

 

Sappi però che di solito l’aiuto di gran lunga più efficace ti verrà dal condurre una vita equilibrata, evitando con cura ogni eccesso, anche quelli suggeriti dalla generosità, come potrebbe essere il darsi troppo al lavoro o alle opere di carità in modo che non resti più tempo per te e per la preghiera. Infatti, se pure all’inizio il cuore potrà riuscire consolato, ben presto, sopraffatto dalla stanchezza e, non di rado, rilassato dalla consolazione, sarà facile preda di tentazioni improvvise che tenderanno ad umiliarlo proprio là dove si era creduto saldo.

 

Con molta umiltà pertanto, per quanto dipende da te, sii disponibile a cercare innanzi tutto Dio e quello che ti aiuta a gustare la comunione con lui; che se poi ti trovassi in situazioni nelle quali tu non puoi nulla, con la stessa umiltà chiedi aiuto alla Chiesa, confidando le tue difficoltà alla persona spirituale che accompagna il tuo cammino.

 

Ma molto più di qualunque pratica ti gioverà il coltivare nel tuo cuore gli stessi sentimenti di nostro Signore; egli era misericordioso verso tutti e pieno di pietà con quanti ricorrevano a lui. Spendeva le notti in preghiera e faceva della volontà del Padre il suo pane. Comprendi dunque che un cuore desideroso di contemplare il volto di Dio e tutto teso a scrutarne i pensieri, un cuore che non ha più una volontà propria, ma gode nel fare sua la volontà di Dio, ben difficilmente potrà essere espugnato da pensieri secondo la carne.

 

Dopo quello che fin qui ti ho esposto, hai di che esaminare il tuo cuore e istruirlo su come difendersi da ogni attacco. Tuttavia, allo scopo di illustrare ulteriormente in che modo il maligno porti i suoi assalti, richiamerò brevemente l’insegnamento dei Padri e poi di molti santi monaci e anime dedite alla ricerca della perfezione. Essi, dunque, volendo indicare le radici da cui nascono i disordini che avviluppano l’anima trascinandola dove non vorrebbe andare, elencano otto forze che agiscono nell’uomo e che, se non guidate, possono portare molto danno.

 

All’inizio, le tre forze più prepotenti e alle quali è più difficile imporre una disciplina sono la gola, la sensualità e la brama di possesso. Prese in se stesse queste forze sono al servizio della vita; infatti l’appetito del cibo serve al nutrimento, quello sessuale spinge l’uomo alla relazione e a scegliere tra tutti la persona alla quale affidare in modo particolare la propria vita. Infine, l’ansia di possedere spinge ad acquisire i mezzi con i quali provvedere alle necessità presenti e dare sicurezza al futuro. Quando però l’ansia di soddisfare queste pulsioni si fa così forte da imporsi alla volontà, allora la libertà è in pericolo. E di questa libertà dobbiamo essere custodi attenti, infatti ci è stata conquistata da Gesù nostro Signore mediante il sacrificio della croce.

 

Con grande frutto si terranno a freno i pensieri, impedendo loro di fermentare nell’anima, sì da generare disegni che si impongano al desiderio e giungano infine a consumarsi nelle azioni. L’esperienza comune, poi, insegna a tenersi a opportuna distanza da tutto ciò che può accendere la concupiscenza; questo significa tenere a freno gli sguardi e non soffermarsi su quello che dà gusto ai sensi, perché quanto più si è pesanti, tanto maggiore è la fatica nel salire il monte della perfezione.

 

Veniamo ora alle altre radici del male, quelle rappresentate ad un tempo dalle pulsioni istintive e dal macchinare della mente. I maestri spirituali le chiamano invidia, ira, accidia. Come si intuisce, esse sono legate tra di loro.

L’invidia si accende ogni qual volta si vede che altri hanno qualcosa di desiderabile e che non si possiede, o quando il cuore si orienta verso un affetto che non è immediatamente nella nostra disponibilità. Quella mancanza viene allora sentita come una sorta di ingiustizia, come una ferita mortale e tutto in noi insorge e si coalizza nella ricerca del soddisfacimento del desiderio. Questa forza formidabile si chiama ira e rende capaci di superare ostacoli impensabili, pur di raggiungere i propri scopi.

Ma anche lo sforzo più poderoso può andare incontro all’insuccesso. Quando questo succede, l’ira, frustrata, ritorna su colui nel quale si era generata, teso com’era al raggiungimento del fine e, con la stessa violenza con la quale aveva cercato il successo, essa tormenta chi non è riuscito nell’impresa, al punto che l’odio e il disprezzo di sé possono produrre ferite laceranti e talvolta inguaribili.

Considera infine la vanagloria e la superbia. Della prima è propria la millanteria, la ricerca di apparire ad ogni costo; il vanaglorioso è superficiale, prigioniero del suo senso dell’onore. Della superbia invece è propria la convinzione di essere eccellente sopra ogni altro, la tracotanza nel pretendere l’ossequio altrui, il giudizio, il disprezzo e l’intolleranza verso qualunque rilievo possa essere mosso.

 

 

 

 

preghiera di alleanza

 

 

 

ABBI A CUORE IL SIGNORE/2

La conversione è opera della grazia

 

Averne il desiderio è una grazia assai grande. Ma quali sono i mezzi perché essa si compia?

Anzitutto è opera di Dio. Infatti l’uomo convertito è un uomo ri-creato in Cristo per opera dello Spirito Santo. Poi è anche opera dell’uomo che si sforza di vivere conformemente al desiderio che ha nel suo cuore. Ma bisogna ricordare a questo punto che la conversione non è, né può essere, semplicemente essere diversi, seppure migliori, per le molte virtù. Essa è piuttosto il frutto di un amore sincero per il Signore, che si è fatto uno di noi e, benché innocente, ha sopportato l’ingiusta passione e la morte. Chi ha nobiltà di animo, pertanto, non resterà indifferente dinanzi a ciò che appare così manifestamente disonorevole per l’umanità, cioè il non avere riconosciuto «il Santo e il Giusto» (cf At 3,14), infliggendogli la morte come a un malfattore; ogni spirito generoso si sentirà a lui solidale e, mosso dall’affetto, sarà inquieto per il desiderio di riparare in qualche modo a tanta ingiustizia. In lui nascerà un’intima partecipazione alle pene alle quali è stato sottoposto il Signore, come accade a chi non può sopportare l’indegno spettacolo del giusto umiliato. Se poi mediterà che tutto ciò il Figlio di Dio ha voluto sopportarlo per la nostra salvezza, sarà inquieto fin quando non avrà trovato che cosa fare per lui, che per noi ha dato la vita. Poi si determinerà senza titubanze a non volere per sé nulla che sia stato rifiutato al Signore, anzi non vorrà altra sorte che quella del suo Maestro, perché questo si conviene a un animo onesto e buono. Se poi mi domandi come possa nascere questo amore per lui, subito ti risponderò che esso è il frutto della frequentazione del Signore, specialmente della sua passione. Il meditare la passione del Signore ha potuto e può cambiare i cuori assai più della lettura di molti libri.

Non pensare perciò che la conversione alla quale il Vangelo ci richiama continuamente sia opera tua. Di certo non deve mancare il tuo contributo, ma ricorda che essa è opera della grazia; è Dio, infatti, che agisce e a te chiede di essere come la creta nelle mani del vasaio.

Se poi vuoi sapere che cosa significhi essere docile e come questa disponibilità si deve esprimere, ti rispondo che essa consiste nell’abbandono alla Provvidenza di Dio, prendendo ogni cosa dalla sua mano e credendo fermamente che tutto quello che tocca il tuo cuore è come un cesello col quale il Signore incide in te l’immagine del suo Figlio.

Potresti chiedermi ancora in che modo il Signore agisca per ottenere il suo scopo; ebbene, egli opera introducendoti, mediante le esperienze della vita, nel mistero della morte e resurrezione di Gesù.

A questo proposito, ricordo che tu chiedevi, tempo fa, come sia mai possibile guarire dai difetti che talvolta portano anche ad azioni disordinate. Ti rispondevo allora che il solo modo per non soggiacere alle cattive inclinazioni è morire. I morti non hanno inclinazioni di sorta e sono liberi da ogni disordine. Ebbene, se vuoi essere libero, procura di accogliere la morte con la quale il Signore, nella sua paterna bontà, vince le tue passioni e ti fa rinascere creatura nuova. Ciò che è avvenuto nel tuo battesimo, infatti, si realizza nella vita attraverso la passione e la croce che incontri ad ogni passo. L’umiliazione e la sconfitta, l’ingiustizia sopportata con pazienza, la persecuzione ― ve n’è di sottili e non meno pesanti di quelle cruente ― che guasta i tuoi progetti, ti mette in cattiva luce presso gli amici… Tutto questo ti porta a un progressivo abbassamento, distacca il tuo cuore da ciò che prima lo teneva legato a sé e ti trovi più povero e libero. E quando il cuore è libero da ciò che lo accendeva di passione non cade più così facilmente nei tranelli della tentazione.

 

La croce, dunque ― lo hai certamente compreso ― è il dono più prezioso che il Signore possa farti, anche se d’istinto ognuno ne rifugge. Se dunque l’accoglierai e lascerai fare a Dio ponendo in lui ogni tua fiducia, farai l’esperienza della risurrezione, poiché egli non permette che il suo fedele veda la corruzione (cf Sal 16,10). Dio infatti proprio mediante la croce porta a compimento il suo disegno, quello, cioè di rendere perfetta in ogni creatura l’immagine del suo Figlio, il più bello tra i figli degli uomini, e quest’opera si compie mediante l’assimilazione a Gesù, crocifisso e risorto.

 

Bisogna tuttavia riconoscere che la conversione tocca differenti aspetti, ciascuno dei quali merita una particolare attenzione. Ho detto che essa si manifesta nell’abbandono di tutto ciò che è disordinato. Ma bisogna sottolineare, prima ancora, che essa è soprattutto un atto di fede in Dio, riconosciuto buono e misericordioso, al quale si può affidare tutta la propria vita, senza alcun timore. Se il tuo cuore non vacillerà e crederà fermamente che il Signore si carica di tutti i pesi che lo schiacciano, impedendogli il cammino verso la libertà, riprenderà speranza e vigore e si deciderà con gioia al santo viaggio (cf Sal 84,6).

 

Enumerando perciò i diversi aspetti della conversione e ricordando che, per essere autentica, ciascuno di essi deve contare sugli altri, porremo al primo posto la fede in Dio Padre buono, il quale «ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato» (Gv 3,16-18). Essa dà la capacità di guardare a se stessi e riconoscere il proprio peccato, secondo quanto dice il medesimo Giovanni nella sua lettera: «Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa. Se diciamo che non abbiamo peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi» (1Gv 1,8-10). Chi dunque riconosce di essersi smarrito e di non essere capace di ritrovare la via, attende con viva speranza il Figlio, che va dietro alla pecora che si era perduta finché non la ritrova e, ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento e la riporta all’ovile (cf Lc 15,4-5). Avendo poi sperimentato quanto è buono il Signore, si metterà a seguirlo, nutrendosi della sua parola e posando il capo sul suo petto. Infine, contemplando come l’amore ha portato il suo Maestro e Signore a sacrificare per lui la sua vita, non potrà resistere al desiderio di dimostrargli la propria gratitudine essendo degno di lui, anzi sentirà intimamente il bisogno di imitarlo in tutto. È solo l’amore, infatti, che cambia il cuore; ogni altra conversione, che sia per paura del castigo o solo per amore della virtù, facilmente sfocia nella ribellione e nella superbia.

Vi sono anime che conservano nella loro umanità dei difetti di cui talvolta neppure si accorgono, senza tuttavia che essi impediscano loro di essere sinceramente umili e grandi nella carità.

Vi sono di quelli che conoscendo quei difetti che li espongono al biasimo e vergognandosene con ragione, chiedono con insistenza a Dio che li guarisca da quei mali, che essi riconoscono disdicevoli a uomini di Dio. Ma Dio sembra sordo alla loro preghiera, lasciandoli in un profondo turbamento, umiliati come sono per il loro temperamento scostante. In verità il Signore ascolta la loro supplica, non però come essi vorrebbero. Si racconta, infatti, di santi che conservarono fino alla fine la loro indole aspra, come S. Girolamo, e altri, invece, ammirati per la loro mitezza. Benché tanto diversi, in tutti vi è la santità, che è la carità di Dio nel loro cuore.

In molti il Signore non cambia i modi esteriori, se non pochissimo e solo con pena e duro esercizio. Poiché quello che conta è l’amore per lui e per il prossimo, il quale non sempre sa ammantarsi delle forme che lo rendono più attraente.

Vi furono uomini che misero a dura prova la pazienza di quanti vissero loro accanto; essi infatti erano di vasto ingegno, di volontà ribelle e caparbia unita a un carattere impetuoso e non poco dispotico, né sapevano temperare la loro incontenibile forza con la bonomia che si conviene a chi deve governare i fratelli. Eppure di quei difetti che rendevano difficile la loro compagnia il Signore seppe servirsi per grandi imprese, perché egli sa ricondurre tutto ai suoi disegni; quegli uomini ne pativano per primi e se ne rammaricavano battendosi il petto, ma, avendo un cuore buono ed essendo forti, il Signore ha lasciato loro da portare il peso di se stessi, affinché non montassero in superbia per i molti doni che possedevano e per il successo delle loro fatiche; ad ognuno infatti conviene caricarsi della propria croce e seguire così il re della gloria.

 

 

preghiera di alleanza

 

 

 

ABBI A CUORE IL SIGNORE/3

L’orazione

 

Gesù passava la notte in orazione e la mattina, non trovandolo, i discepoli si mettevano alla sua ricerca, trovandolo, alla fine, nella solitudine. Similmente la nostra santa regola ci invita a destarci dal sonno per vegliare oranti finché non giunga l’aurora. È l’amore che guida l’orazione e la alimenta. Quando l’amore si spegne o il Signore sembra lontano, allora la preghiera si fa più faticosa, ma proprio allora essa e più necessaria.

Il Signore, conoscendo la povertà del nostro cuore, è venuto in nostro soccorso ponendo sulle nostre labbra la preghiera che già ispirò agli antichi e nella quale ognuno può trovare il riflesso dei suoi stessi sentimenti. Che se poi per qualche ragione il suo cuore non volesse accompagnarlo e se ne sentisse estraneo del tutto, ebbene sia contento di dare voce all’umanità,  la quale non conosce il Signore della gloria o, conoscendolo, non sa come aprirgli il cuore.

L’orazione porta alla conoscenza di Dio. Infatti, come un discepolo desideroso di apprendere la sapienza, ti poni a sedere ai piedi del maestro e ascolti dalle sue labbra le parole che rivolge al tuo cuore: sono quelle che egli ha udito dal Padre e che consegna a te, perché, ha detto, non vi chiamo più servi, ma amici, infatti vi ho detto tutto ciò che ho udito dal Padre mio (cf Gv 15,15). Accogliendo il suo insegnamento, tu conosci il suo cuore: è un tesoro da conservare nel tuo e possederlo è ben più importante che comprenderlo; la sapienza, infatti, chi la potrà mai possedere? Divenuto, infine, amico di Dio, potrai trattare con lui di ogni cosa; anzi, dovrai farlo partecipe di tutto ciò che hai a cuore, affidando a lui i tuoi pensieri, i desideri e ogni tuo progetto, disponibile anche a mutarlo se egli ti facesse intendere che per quanto il tuo sia bello e generoso egli ne ha in serbo per te uno più grande ancora. E, da amico, potrai intercedere per coloro che ti si sono raccomandati; questa è tanta parte dell’orazione del monaco, infatti sono molti che vengono al Monastero, spesso al termine di un cammino lungo e faticoso e depongono le loro elemosine e, ben più, le loro angustie, sull’arca del Signore, affidando a noi il compito di vegliare in loro vece davanti al volto di Dio, perché sia mosso a pietà e ascolti la preghiera. Abbi caro, perciò, tu che non sei migliore dei tuoi fratelli, di essere stato scelto per stare continuamente in loro luogo al cospetto di Dio e intercedere per tutti.

 

 

 

preghiera di alleanza

 

 

 

ABBI A CUORE IL SIGNORE/4

«La lotta interiore»

 

Ma il cammino è difficile e dura la lotta; se il Signore non ci sostiene è vana ogni nostra fatica e anche il coraggio viene meno. Dice l’Apostolo e confessa: «14Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato. 15Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. 16Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; 17quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. 18Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; 19infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. 20Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. 21Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. 22Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, 23ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. 24Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? 25Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! Io dunque, con la mente, servo la legge di Dio, con la carne invece la legge del peccato» (Rm 7,14-25).

 

Oh, quanto sono illuminanti le parole del beato Paolo! Chi, infatti, non ha sperimentato in se stesso quanto sia faticoso e, spesso, deludente il cammino verso la perfezione. Con quanta frequenza anche coloro che si sono dati senza riserve alla ricerca della virtù hanno dovuto misurare la loro debolezza e riprendere con pazienza la salita del monte, per essere scivolati all’inizio del cammino, dopo averne percorso un buon tratto. Certo la conversione di tutto l’uomo non è cosa di un giorno. Anche se la mente e il cuore hanno accolto la Parola, la carne oppone resistenza ed inclina a seguire le proprie leggi, mettendo a dura prova la capacità della mente; e il cuore, che si trova come in mezzo, conteso tra ciò che sa essere giusto e ciò che lo alletta, quando accade che la carne ha la meglio sullo spirito, non sa dire, non sempre almeno, se propendeva per l’una o per l’altro, aggiungendo così il turbamento per la colpa al dolore per la sconfitta. Quanto giustamente, perciò, il beato Paolo insegna che la salvezza è data per la fede. Chi presumesse di meritare la salvezza mediante le opere si ingannerebbe e ben presto dovrebbe riconoscere che anche il bene che ha compiuto, essendo stato in ogni cosa ossequiente alla legge, non ha comunque levato alla sua carne quella legge che la inclina a compiere ciò che è disordinato: potrebbe anche giungere a legare strettamente la propria carne fino a impedirle di muoversi, ma non potrebbe certo vietarle di desiderare il male che, in quel modo, non può compiere. Essa, la carne, rimane perennemente in agguato, pronta a riprendersi il potere che aveva. E le leggi che la governano sono quelle stesse dettate dalla natura: sono le esigenze che essa ha in sé e che denunciano i suoi propri limiti; sono così imperiose che, quando vengono contenute, si appellano allo stesso Creatore reclamando il loro diritto ad essere obbedite nella misura del loro appetito, senza punto curarsi delle altre leggi, ben più nobili, che urgono all’intelligenza. Così la fame: l’uomo virtuoso potrà educarla e potrà giungere anche alla più grande indifferenza riguardo al gusto del cibo, ma non potrà eliminare da sé la legge che gli impone di nutrirsi, perché ne va della sua stessa vita; e anche se potrà proibire a se stesso di mangiare, fino anche a morire, non potrà mutare la legge della sua carne che esige che egli si nutra. Allo stesso modo per la sensualità. Se pure l’uomo, a differenza degli animali, è reso responsabile dei propri istinti, non potrà tuttavia restare insensibile a quello che può sollecitarli. Questo istinto in particolare è talmente prepotente da imporsi con arroganza anche alle canizie più venerande. Sa aspettare paziente, sa dissimulare la sua furia, è sinuoso e seducente; sembra sconfitto perché è rimasto a lungo nascosto e quieto; la sicurezza allora rende incauti e non si rifugge più da quello che un tempo appariva pericoloso; così la brace, che non s’è mai spenta, s’attizza e d’un tratto il fuoco divampa e si estende e riduce in un istante in cenere una casa bella e adorna edificata con anni di fatica. E quello che abbiamo detto fin qui si può ripetere per ogni altra passione che affligge la natura umana.

Che farà dunque, giunto a quel punto, colui che vuole combattere e vincere la battaglia del Signore? Egli potrà trovare conforto in ciò che l’Apostolo dice raccontando di sé: «7Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. 8A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. 9Ed egli mi ha detto: Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. 10Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.» (2Cor,12,7-10).

Noi ammiriamo le virtù, e non senza fondamento, giacché esse plasmano gli uomini secondo la sapienza di Dio; perciò, volendo essere perfetti e pensando che acquistando le virtù come si farebbe con preziosi ornamenti, potremmo andare fieri di noi stessi e presentarci a Dio con l’abito che si conviene per comparire dinanzi a una così grande maestà. Quand’anche l’uomo vi riuscisse, come si racconta di taluni grandi spiriti dei tempi antichi, tuttavia non sarebbe senza qualche difetto e in molti casi senza quella soavità che è il segno degli animi liberi. Ma soprattutto, se le virtù fossero il frutto dello sforzo umano, sarebbero anch’esse, ahimé, opera della carne, come l’Apostolo rimprovera a coloro che credevano di meritare la salvezza con le loro opere (cf Rm 3,20). Il beato Paolo, dopo avere incontrato nostro Signore Gesù Cristo mentre andava a Damasco mosso dallo zelo per la legge, esclama: «Se qualcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: 5circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; 6quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge». E immediatamente aggiunge: «7Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. 8Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo 9e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede» (Fil 3,4-9).

La perfezione da ricercare con ogni mezzo, dunque, è diversa. Certamente essa non esclude le virtù, ma, come spiega l’Apostolo, esse sono opera dello Spirito (cf Gal 5,22), e zampillano come da una fonte nel cuore grato di coloro che hanno conosciuto la grandezza dell’amore di Dio per l’uomo peccatore. E di quelle virtù la prima e la più importante è la misericordia. Gesù la chiede a tutti, anche e soprattutto a coloro che, nonostante gli sforzi, non possono dominare la loro stessa carne; perciò chi sperimenta l’umiliazione della propria debolezza, ha in essa un costante richiamo a perdonare i fratelli che vede cadere.

Quanto poi questo sia vero, è attestato da quel testo che dice: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero» (Mt 11,28). Quelli che sono detti «affaticati e oppressi», sono coloro che i farisei e gli scribi disprezzavano perché non osservavano la legge, e più di tutti erano i pubblicani e le prostitute, i quali erano peccatori non solo per la loro condotta, ma per la loro condizione. Essi non potevano ardire di presentarsi al Signore perché, secondo la Legge antica, erano un abominio ai suoi occhi. A costoro Gesù dice di andare a lui, mostrando chiaramente che egli è venuto per i malati e non per i sani (cf Mc 12,17) e che il suo andare di città in città e di villaggio in villaggio, percorrendo le montagne e le valli, altro non era se non andare alla ricerca della pecora che si era smarrita (cf Lc 15,4-7).

Se poi vuoi ancora una dimostrazione di come Dio ami i peccatori, medita quel passo del fariseo e del pubblicano (cf Lc 18,9-14), nel quale Gesù dice che questi «tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato». E che cosa diceva il pubblicano, in ginocchio sulla soglia del tempio? Leggi: «si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore». Solo questo Dio vuole: che ognuno riconosca di essere un peccatore e si affidi a lui, credendo fermamente alla sua infinita misericordia, come è scritto: «Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi» (Sal 51,19). Non sei ancora convinto? Guarda allora Zaccheo il pubblicano (cf Lc 19,1-10); egli neppure andava al tempio a pregare, ben conoscendo la propria condizione, ma avendo saputo che Gesù passava, salì su un sicomoro, perché era basso di statura. Che cosa significa che era basso di statura, se non che egli era e si sentiva il più basso di tutti a causa del suo peccato? Salì dunque su un albero, perché voleva vedere Gesù, come quei greci che avevano posto la domanda a Filippo (cf Gv 12,21). Egli non voleva altro che poter lambire con lo sguardo colui che altri stringeva da ogni parte, timoroso anche solo di avvicinarsi, sapendo che quel Santo avrebbe potuto condannarlo davanti a tutti e con giusta ragione. Quale meraviglia dunque che Gesù abbia levato gli occhi verso di lui, come un servo umile al volto del suo padrone (ciò non ti meravigli, pensando come, da vero servo, Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli, come dice Giovanni, cf Gv 13,1-5), e gli abbia detto: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Per quella benevolenza inattesa, il cuore di Zaccheo si cambiò da pietra in carne, come dice il profeta Ezechiele: «io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (Ez 36,25-26), e per quel cuore nuovo si dispose alle opere di giustizia: «Ecco, Signore, ― disse ― io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Qual è dunque la differenza tra le opere del fariseo e l’opera di questo peccatore? Che il fariseo, dicendo: «Signore ti ringrazio… etc», voleva esprimere a Dio la sua gratitudine per avere compiuto quelle opere con le quali credeva di guadagnarsi la salvezza, mentre Zaccheo il pubblicano compiva quelle stesso opere ex abundantia cordis, infatti l’amore di Dio è diffusivum sui; e Gesù lo conferma dicendo: «la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo», e perché ciò fosse chiaro a tutti dice ancora: «Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Non ti basta ancora? Leggi ciò che Gesù dice nella parabola dei due figli (cf Lc 15,11-32): il più giovane aveva preteso che il Padre gli desse la sua parte di eredità poi se n’era andato spendendo tutto con le prostitute; spinto dalla necessità decise allora di tornare, pensando tra sé di chiedere al Padre di metterlo tra i servi. Ma il Padre, che attendeva con ansia il suo ritorno, che cosa fece? Considerando più la gioia di riavere un figlio che era morto che non la sincerità del pentimento, comandò che si facesse festa e grande festa. E lo stesso fece con l’altro: gli uscì incontro come aveva fatto col primo, mostrando che a Dio sta a cuore la salvezza di tutti i suoi figli, più ancora dell’onore che avrebbe diritto di pretendere da essi. Cosa significa che il Padre uscì incontro, anzi corse incontro, se non che Dio è ansioso che i suoi figli siano con lui nella sua casa e, per muoverli ad abbandonare la vita disordinata, prima fa sperimentare loro le difficoltà e anche il peso umiliante del peccato, poi rimorde loro la coscienza, sì che comprendano che il Padre è ricco di bontà e che nella sua casa tutti hanno pane in abbondanza, mentre lontano da lui si muore di fame e gli amici della festa, nella miseria, divengono degli sconosciuti. Giustamente il beato Giacomo esorta dicendo: «Non andate fuori strada, fratelli miei carissimi; ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce, nel quale non c’è variazione né ombra di cambiamento» (Gc 1,16-17); e Giovanni: «Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa» (1Gv 1,9).

Ora tu hai compreso che la salvezza viene solo dal Signore. Hai compreso pure che essa, prima di mostrarsi nelle opere della virtù, si mostra in un cuore che sa riconoscere di non potere nulla da solo; per questo il santo re Davide, che fu grande nella riconoscenza così come lo era stato nel peccato, canta: «Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non respingermi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito. Rendimi la gioia di essere salvato, sostieni in me un animo generoso» (Sal 51,12-14). Se dunque per la tua debolezza devi subire gli attacchi della tentazione, combatti usando le armi della misericordia: non giudicare né disprezzare nessuno come inferiore a te, ma sii a tutti devoto, come l’ultimo e il servo di tutti. Infatti, dice la Scrittura, «Il giudizio appartiene a Dio» (Dt 1,17); ricorda infine il monito del Signore: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato» (Lc 6,37).

Tu dici che questo è difficile e anzi impossibile. Quante volte infatti i propositi più sinceri sono stati seguiti dall’insuccesso, anche se non è mancata la preghiera e se non si possono negare stagioni di frutti abbondanti. Ti rispondo dicendo che certamente l’abbandono in Dio non è da intendere come un lasciarsi andare. È piuttosto un impegno a seguire il Signore dovunque egli vada, prendendo lui per guida e maestro, scegliendo di vivere i suoi comandamenti, anche quando ai nostri occhi si offrono alternative dall’apparenza più allettante.

Gesù dice: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama» (Gv 14,21); l’amore per il Signore, dunque, non si manifesta a parole, ma con le opere. Ma si potrebbe anche dire che facendo le opere che egli comanda, si impara a conoscerlo di più, attraverso l’esperienza, e perciò ad amarlo di più. L’amore poi rende simili e, man mano, più animati dalla sua stessa carità.

Il beato apostolo Paolo dice: «Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto, è ormai libero dal peccato» (Rm 6,6-7). Egli allude al battesimo nel quale si è compiuto in noi misteriosamente il passaggio dalla morte alla vita, mediante il sacrificio che Gesù Cristo consumò sulla croce. Quando sei stato immerso nel fonte, infatti, tu sei stato sprofondato nella morte del Signore e quando ne sei stato tratto, come da un grembo, tu sei risorto con lui, creatura nuova. Per il sacramento, sei stato santificato e non sei più tu che vivi, ma Cristo vive in te, dice infatti l’Apostolo: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Perché allora ― tu dici ― devo continuare a lottare contro l’uomo vecchio? Ti rispondo subito; pensa a Cristo, il quale, pur non avendo nulla in comune col peccato, tuttavia fu duramente tentato e vinse. Tu sei rinato nuova creatura, ma in ogni momento è necessario che tu scelga la vita nuova di cui sei stato rivestito. Concretamente ciò avviene quando tu accogli ciò che ti si presenta dalla mano di Dio; allora anche la prova diventerà un’occasione di fedeltà. E anche se, nella lotta, resterai colpito e cadrai, sarà solo per un momento, perché subito ti rialzerai e riprenderai a combattere. Questa è la condizione dell’uomo: da servi siamo stati resi figli e tuttavia continuiamo a guardare alle cose del mondo non come chi può dominarle, solo che lo vogliamo e con la virtù dello Spirito, ma come chi ne è dominato; siamo stati resi signori di tutto, eppure continuiamo a bramare come chi non possiede nulla.

Ascolta l’Apostolo: «13Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. 14Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso». Più avanti dice ancora: «camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; 17la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste», e poi «se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge» e conclude «quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. 25Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito» (Gal 5,13-25). Che cosa significa «hanno crocifisso la loro carne»? Significa che, avendo riconosciuto e smascherato i tradimenti della carne, resistono alle sue pretese riducendola all’impotenza mediante i chiodi della carità. Lasciati dunque guidare dallo Spirito. Anzitutto da’ gloria a Dio perché ti ha scelto senza tuo merito e, non guardando alla tua miseria, ti ha eletto come figlio; di qui nasca nel tuo cuore gratitudine verso Dio e la misericordia verso i fratelli; la misericordia poi va sempre insieme all’umiltà e l’umiltà è la virtù del servo fedele, che stando sempre col suo Signore lo imita anche in ogni cosa.

 

A colui che è sinceramente rivolto al Signore e desideroso di piacergli in tutto, la tentazione talvolta si presenta in questo modo: mentre nella mente restano chiari i propositi e le certezze sulle quali essi furono concepiti, dal cuore sembra scomparso ogni sensibile affetto per il Signore. E siccome la forza di un proposito è proporzionata all’affetto per ciò che mediante quel proposito si voleva ottenere, si comprende che, oscurandosi l’affetto, ben poco resta del proposito, benché sincero. Perciò la tentazione può insinuarsi apparendo del tutto naturale e anzi buona affatto. Del resto non è quello che il tentatore fece con Eva? Prima la portò a sospettare dell’amore di Dio, poi le mostrò la bellezza del frutto, che subito le apparve desiderabile. Se viene meno l’amore per il Signore, tutto il resto sembra migliore e più desiderabile di lui.

È così che nel cuore comincia a ribollire la tensione, mentre la mente resta come paralizzata. Da una parte essa continua a ripetere il suo no al male, ma quasi senza efficacia poiché, come accade nei sogni, la volontà rimane senza effetto; dall’altra il fascino arrogante del male si avanza senza trovare una valida resistenza, perché la carne, come un animale tratto dalla foresta e ridotto all’obbedienza soltanto a prezzo di grandi sforzi, torna d’istinto a ciò che ha dovuto abbandonare, non appena sente rinascere in sé l’istinto che pareva domato e sconfitto. In quel momento alla tentazione basta ben poco per prevalere: una disattenzione, la debolezza che inclina a una piccola concessione con la quale si illude di far cessare quell’assedio; la secchezza dello spirito che, pur vedendo la bellezza della virtù, non ne sente più il fascino.

Come uscirne vincitori? Si racconta di Teseo che, dovendo combattere contro l’idra, fu avvertito di non fissarla mai negli occhi, perché ne sarebbe rimasto paralizzato. È appunto ciò che accade quando, volendo contrastare la tentazione, si comincia a combattere contro di essa, dimenticando che nella nostra propria fortezza essa ha degli alleati pronti a tradirci per passare dalla sua parte e vincerci: i nostri sensi, infatti, non sono mai degli alleati fidati, perché essi sono inclini al piacere e a quello, appunto, li sollecita la passione. Perciò conviene non guardare mai in faccia alla tentazione: quando essa si insinua, distrai l’attenzione badando ad altro, specialmente a cosa che in altri momenti ebbe la capacità di destare il tuo più nobile interesse, oppure applicati a lavori di qualche fatica, o fermati in una sana conversazione con qualche anziano.

Ti è noto, infatti, che la tentazione procede mediante la suggestione, la quale, prima di tutto, fa credere che è solo questione di tempo, ma cederai. Come avviene quando un grande esercito cinge d’assedio una città: i maggiorenti e tutto il popolo, guardando dagli spalti, calcolano che cosa sia meglio fare; i saggi, confidando nelle mura e nel valore delle truppe, inclinano a resistere, mentre più spesso il popolo, preso da spavento, vorrebbe scendere a patti, ritenendo, erroneamente, che quanto minore sarà la resistenza, tanto più potrà contare sulla clemenza del nemico. Non pensa che, quand’anche in tal modo ottenesse di pagare un tributo più modesto, perderebbe comunque la propria libertà. In quei momenti avranno grande peso le alleanze che furono stabilite e la fiducia nel soccorso che gliene verrà. A fare la differenza sarà la robustezza della virtù della speranza. Chi si è abituato a frequentare quell’insuperabile alleato che è lo Spirito Santo, non sarà atterrito dalla visione della propria inadeguatezza, ma alla sfida del nemico risponderà: «Io so in chi ho posto la mia fiducia» (cf 2Tim 1,12). Quanto più forte sarà la frequentazione del Signore, tanto più grande sarà l’amore per lui e la fiducia riposta nella sua mano.

Apprendi perciò dall’esempio: se nella tentazione, per la quale senti inadeguate le tue forze, tu ricorderai chi è colui che combatte al tuo fianco, sentirai le forze moltiplicate e ritroverai la sicurezza che sembrava averti lasciato. Ascolta ciò che dice il beato Paolo: «Deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e  si è assiso alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo» (Ebr 12,1-3).

 

 

preghiera di alleanza

 

 

 

ABBI A CUORE IL SIGNORE/5

L’umiltà rende forte anche il debole

 

Dunque la nostra natura dovrà rassegnarsi alla sconfitta, dinanzi alla tentazione? Ascolta. La natura dell’uomo è tale per cui solo con un lungo e faticoso esercizio apprende a dominarsi. E anche quando lo sforzo sembra premiato dal successo conviene essere prudenti. Infatti molte volte la tentazione è contenuta più dall’orgoglio che dall’amore del Signore. La nostra carne è debole, ma può rivestirsi di forza, anzi della forza di Dio stesso. Quando ci mettiamo in ascolto del Signore e accogliamo la sua parola mettendola in pratica, allora possiamo dominare la violenza della carne. Avviene come per la persona di debole costituzione: se saprà riguardarsi, potrà vivere sana come chi è forte. Occorre insomma stare lontano dalle occasioni. Lo sforzo allora non sarà tanto nel combattere la tentazione, lotta per la quale siamo troppo deboli, come spesso l’esperienza ci ha dimostrato, ma nel restare lontano dal pericolo. Che se poi il Signore permettesse alla tentazione di assalirci d’improvviso egli stesso non mancherebbe di darci una grazia particolare per uscirne vittoriosi. Se invece da noi stessi ci saremo messi nel pericolo, giustamente il Signore potrà lasciarci alle nostre sole forze affinché possiamo comprendere di quanto poco valore noi siamo e quanto grande sia stata la nostra presunzione.

 

 

 

 

preghiera di alleanza

 

 

 

ABBI A CUORE IL SIGNORE/6

Occorre distinguere l’origine dei comportamenti

Dinanzi ai comportamenti disordinati, distingui attentamente se essi vengono da dentro di te o dal di fuori, se dalla tua immaturità oppure dalla malizia. Il più delle volte, ad uno sguardo di superficie, ti sembrerà tutto confuso, poi guardando più attentamente potrai trovare dell’una e dell’altra, tuttavia potrai accorgerti se quel disordine è stato preparato da un rimuginare insistente e compiaciuto di pensieri o se è comparso con una sorta di violenza improvvisa e incontenibile. In questo ultimo caso è l’immaturità che è prevalsa, contrariamente al primo, nel quale evidentemente prevale la malizia. Si potrebbe ancora aggiungere che a dare avvio alla tentazione a volte sono cause esterne, come sarebbe una sollecitazione prodotta da situazioni o immagini nelle quali ti ritrovi tuo malgrado, oppure un periodo di fatica e di disordine, un clima di superficialità e altre simili cose. Altre volte si tratta di cause interne, come per esempio la paura per una prova che devi sostenere o l’incertezza sul da farsi. La tentazione allora può insorgere e perfino imporsi come una via di fuga. Vi sono situazioni che si possono evitare, e allora è evidente che si deve mettere in ciò tutto l’impegno; altre invece alle quali bisogna sottomettersi, e allora bisognerà fare ricorso più del solito ai mezzi offerti dall’intelligenza e dalla fede, come confidare nel Signore, che non permette che alcuno sia provato al di sopra delle sue forze.

Come fare? Ho già detto che bisogna essere prudenti ed evitare quanto potrebbe essere di peso all’anima così da sviare lo sguardo dal Signore alle cose; ho ricordato anche l’atteggiamento di fede: il Signore è fedele alle sue promesse e non abbandona mai nessuno nella difficoltà. L’umiltà, che poi è avere il senso del proprio limite, aiuta molto a usare la prudenza, mantenendosi a distanza da tutto ciò che può costituire un pericolo: basta menzionare i pensieri peregrini e oziosi, la memoria non ancora risanata e nella quale rimangono custoditi tanti ricordi che possono attizzare sentimenti e desideri disordinati, gli sguardi, che accendono i desideri, il parlare vano, la vita superficiale: tutto questo appesantisce il cammino e limita fortemente la libertà. Chi è umile è come uno che, conoscendo i propri mali, sta prudentemente a distanza da tutto ciò che potrebbe acutizzarli. A questo potrei ancora aggiungere la preghiera fiduciosa, che, del resto, è l’alimento abituale dell’anima. Ma la forza più grande è costituita dall’avere in cuore gli stessi sentimenti di Gesù: è la carità che rende forti e anzi inattaccabili dalla tentazione. Una persona debole, quand’anche si armasse di tutto punto, resterebbe pur sempre strutturalmente debole e, durando l’attacco, finirebbe per stancarsi e allora tutte le sue armi servirebbero a ben poco. Chi invece è forte, anche con poche risorse saprebbe difendersi. Perciò chi si sforza di vivere i sentimenti stessi di Gesù è forte contro il male, e la tentazione solo raramente potrebbe sorprenderlo e in ogni caso non lo troverebbe impreparato.

Dirò poi che chi cerca di avere in cuore la carità di Cristo pian piano muta i suoi desideri e diviene sempre meno sensibile a ciò che invece tanto facilmente sollecita l’attenzione e i sensi di chi non si è incamminato con decisione dietro al Signore. Gesù del resto è esplicito quando dice: «dove è il tuo tesoro là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21).

Riguardo all’abbandono in Dio, un mezzo efficace per praticarlo è certamente l’obbedienza ai superiori. Oltre a ciò, si può mettere l’abitudine a sottomettere i propri progetti ai cambiamenti che possono essere imposti da circostanze indipendenti dalla nostra volontà. Questo esercizio è molto utile per non attaccare il cuore alle proprie idee, benché buone. Infine giova molto vivere il momento presente, senza pensare a ciò che verrà dopo. Fare, insomma, come un servo umile, che compie di volta in volta quello che gli viene comandato, lasciando, per quanto può, i suoi gusti personali. Così, in ogni circostanza avrà gusto di compiere qualcosa che, secondo un piano che Dio solo sa, contribuirà al suo regno. In ciascun incontro procurerà di essere accogliente e di vivere la carità di Cristo. Tutto ciò con semplicità, schiettezza e molto amore per la verità, procurando di non offendere la sensibilità, ma allo stesso modo, senza i riguardi che si usano tra persone che hanno a cuore più le convenienze che la verità.

Queste cose riescono possibili con difficoltà, se si vive presi da troppe cose e senza il necessario riposo. La vita spirituale infatti trova grande vantaggio da una vita, per quanto possibile, regolare e da un conveniente riposo, sia fisico che spirituale. Dunque occorre essere umili e riconoscere quando si è stanchi, per fermarsi un poco in compagnia del Signore, appunto come egli raccomanda ai suoi, secondo quanto racconta il Vangelo di Marco (cf Mc 6,31).

 

preghiera di alleanza

 

 

 

ABBI A CUORE IL SIGNORE/7

Due volontà in guerra tra loro

Sembra che nell’uomo non vi sia una sola volontà, ma due in guerra tra di loro, come sa bene chiunque abbia sperimentato la tentazione. Vi è la volontà della mente, ferma nel bene che ha conosciuto e al quale ha aderito; e vi è una sorta di volontà delle membra, che invece vuole procedere secondo il proprio disegno e non accetta quello che la volontà delle mente le comanda. Questa anzi, talvolta si sente come legata e prigioniera dell’altra e si rattrista, come per una colpa, quando non riesce nel suo compito, cioè di dominare le forze irrequiete della carne, che la trascinano a seguire la legge dispotica della passione.

Sottomettere le passioni è l’ardua impresa dell’uomo spirituale, che col sostegno dello Spirito santo potrà trasformare nella vera immagine del Figlio di Dio ciò che nasce selvatico e dominato da forze in tumulto. Per questo egli dovrà sottoporsi a una lotta dura, conquistando palmo a palmo il campo avversario; né mai potrà abbandonarsi al sonno, se non vuole perdere in un istante ciò che aveva guadagnato in tanto tempo e con tanta fatica.

Il contadino che contende il campo alla foresta dovrà cominciare col liberare il terreno dalle piante che la infestano, poi con grande sforzo levare i sassi e zappare energicamente per la semina, infine, se Dio gli manderà la pioggia e il sole nel tempo opportuno, potrà raccogliere il frutto sperato. Similmente avviene all’uomo in cerca di perfezione: dovrà affrontare generosamente ogni difficoltà, ricordando tuttavia che le imprese spirituali rimangono senza esito se manca il soccorso dello Spirito santo, perché solamente lo Spirito che ha creato ogni cosa può ricreare ciò che il peccato aveva distorto. Non pensare, perciò, che basti la disciplina, benché essa sia indispensabile.

Molto tempo fa, tra i pellegrini che sostano al Monastero, giunse di lontano un tale, che portava con sé un orso al quale aveva insegnato a compiere molte cose mirabili, sicché tutti ne erano ammirati e volentieri gli gettavano monete. Avvenne che un forestiero gli si avvicinasse, persuaso che l’animale fosse mansueto, ma l’orso lo aggredì e ci volle la forza di molti uomini e molte percosse per liberare il malcapitato dalla presa di quella bestia. C’era chi si meravigliava di quella violenza improvvisa, ma ben più avrebbe dovuto meravigliarsi della mansuetudine, che non era nella natura dell’orso. L’esempio ti serva a comprendere che anche l’uomo che ha educato se stesso mediante un lungo esercizio di virtù può improvvisamente ricadere in quella condizione da cui pensava d’essersi affrancato. È nella sua natura, infatti, l’essere abitato dalle passioni. Occorre, perciò, diventare creature spirituali, perché la carne dell’uomo, non appena gliene è data l’occasione, facilmente si ribella alla legge della ragione e torna agli usi primitivi, abbandonando ciò che sembrava avere appreso.

Perciò la disciplina dovrà essere accompagnata dal desiderio di giungere a una meta ben più alta del dominio di sé. Come avviene per l’atleta, che sottopone il suo corpo ad allenamenti pesanti, non per divenire più forte, come potrebbe sembrare, ma per vincere la palma. Perché gli non cerca la forza per se stessa, ma per la vittoria. Nessuno, infatti, si sottopone a una fatica, se la stima inutile.

Così è per colui che brama guadagnare la meta dell’uomo che è conosce il Signore. L’anima che ne ha gustato per un istante solo l’amore, ne sarà presa così intimamente da sottomettersi volentieri a ogni fatica pur di fissare lo sguardo nella sua luce ineffabile. Ben lo comprende la mente, perciò la sua volontà desidera con tutte le forze questo bene; ma si trova nemica la volontà delle membra, la quale segue volentieri ciò che la mente le suggerisce, se le membra ne troveranno gusto, ma le si opporrà con una tenacia impensabile non appena si vedrà privata di ciò che le membra bramano. Quando la volontà delle membra sembra vincerla sulla volontà della mente, l’uomo sperimenta quanto sia debole la sua condizione e con sgomento sperimenta quanto dice il santo Profeta Davide: «nel peccato mi ha concepito mia madre» (Sal 50,).

Distingui perciò il disordine generato dalla malizia da quello prodotto dalla forza incontenibile delle passioni. Mentre dalla malizia puoi difenderti educando la mente alla bellezza di ciò che è buono e giusto, dalla violenza delle passioni, le quali possiedono una forza propria che la volontà non sempre riesce a dominare, ti potrai difendere solo con la prudenza e con un grande amore al Signore: tu potrai cambiare il giudizio di una persona quieta e disposta a ragionale, ma ben difficilmente lo cambierai in una persona esagitata e furiosa.

A sollecitare le passioni talvolta è il disagio o l’eccesso di stanchezza, talaltra sono delle condizioni che non dipendono dall’uomo. Lo spavento può far perdere l’abituale compostezza anche all’uomo più quieto; il lavoratore alacre, per il troppo caldo, diviene inetto; se l’abile scrivano costringe la mano per troppo tempo alla fatica, la scrittura diviene aspra e ineguale. E non vi è solo la fatica del corpo o il disagio prodotto dalle condizioni in cui esso si trova; vi è pure quella della mente, divenuta inquieta per i molti pensieri. Perciò conviene soccorrere il corpo affinché, per l’eccesso di fatica, non ridiventi preda delle passioni. Percorri, perciò la via dell’equilibrio, mantenendoti nel giusto mezzo. Fai come il nocchiero, che deve pilotare la nave tra gli scogli: continuamente ne cambia la direzione per evitarli. Se poi per qualche momento le passioni sembrassero avere il sopravvento ci viene in soccorso il beato Paolo, che dice: «Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo?» (Rm 8,35). A patto, però, che si confidi solo in Cristo e si speri solo da lui la forza. Piace, infatti al Signore, educare l’anima mostrandole quanto poco valga, così che essa si stringa più fortemente a lui e impari a non fare cosa alcuna se non con lui.

Ma tu dirai: come potrò fare questo, quando la passione mi stringe? Ti rispondo: vai dal Superiore con la medesima confidenza con la quale vai a Dio e confida a lui il turbamento del tuo cuore; rimani nel suo consiglio e non vacillare, poiché il timore è proprio degli uomini di poca fede. Di’ invece, col salmista: «Se anche vado per una terra oscura non temo alcun male, perché tu sei con me: il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza» (Sal 23,4). Ricorda, poi, ciò che cosa il beato Pietro: «Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti al tempo opportuno, gettando in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi. Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi. E il Dio di ogni grazia, il quale vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo, egli stesso vi ristabilirà, dopo una breve sofferenza vi confermerà e vi renderà forti e saldi. A lui la potenza nei secoli. Amen!» (1Pt 5,6-10). Infine, trova conforto nella parole dell’Apostolo Paolo, che in mezzo alle tribolazioni diceva: «Tutto posso in colui che mi dà forza» (Fil 4,13).

Tu insisti che la passione oscura il giudizio e che la sensualità offusca la memoria della promessa di Cristo, cioè di non lasciare soli nella prova. Stai attento: quando sei molestato dalla passione, non fare come quei fanciulli i quali, provocati alla lite dai loro compagni di gioco, vogliono fare da sé, senza considerare se le loro forze gli bastano a superare gli avversari; tu piuttosto ricorri subito al Signore e tieni fisso lo sguardo su di lui; fa’ come quelli che, sentendosi nel pericolo, si stringono forte al loro padre e lasciano a lui il compito di difenderli. Chi, infatti, si impegna a combattere le passioni molto spesso vi è spinto da uno zelo che non di rado nasconde l’orgoglio. Mentre è vero che la vittoria sulle passioni, supponendo oltre che la volontà della mente, anche la volontà della carne ― la qual cosa non sempre e non da tutti è possibile ― richiede il soccorso della grazia di Dio, che tanto più potrai attingere quanto più perfetta sarà la tua fiducia in lui.

Non sorprenderti se nella prova continui a sentirti debole, perché questa è la condizione dell’uomo. E non meravigliarti se, nonostante il tuo impegno, senti di soccombere: proprio in questo sta la forza della tentazione per colui che ama la virtù.

Il maligno cerca in ogni modo di farlo sentire abbandonato dal suo difensore. Questa illusione gli riesce facile con coloro i quali, senza avvedersene, vogliono restare saldi nella virtù per piacere a se stessi piuttosto che per piacere a Signore e, nel fallimento, soffrono più per la ferita del loro orgoglio che per l’offesa recata al Sommo Bene. Di qui riconosci che la vita virtuosa può nascondere una sottile ricerca di sé.

Veramente virtuoso è colui che è così preso dall’amore di Dio da non badare più a se stesso; in lui, infatti, la tentazione non ha dove mettere radici, perché egli non ha cuore se non per Dio soltanto. Dunque tieni a mente che nessuno è più forte della propria umanità ferita dal peccato e che la passione può essere vinta solo da Colui che fa nuove tutte le cose. Perciò coltiva la fiducia in lui: pensa che nella prova ti è accanto e combatte con te la buona battaglia. A tenerti lontano dal Signore non è la mancanza di virtù, ma l’orgoglio, soprattutto quello sottile e insidioso che ti spinge a volere ad ogni costo le virtù per andare fiero di te stesso. Ricorda, infine, che non sarai tu, ma il Signore a provvederti della veste nuziale per comparire al suo cospetto (cf Mt 22,11-12).

 

preghiera di alleanza

 

 

 

ABBI A CUORE IL SIGNORE/8

Bisogna imparare a liberare il cuore.

 Certo, è solo il Signore che può darti la libertà sperata, ma questa grazia va domandata e poi preparata con tutto l’impegno.

Quando dico «liberare il cuore», intendo la purificazione dei desideri. Molti di essi, se non tutti, sono legati agli appetiti dei sensi. La memoria di un piacere stimola a cercarlo di nuovo, quasi fosse un bisogno; come avviene quando una mala abitudine ha creato una sorta di dipendenza, sicché come per uno strano meccanismo, sembra che il corpo stesso lo pretenda a tempi fissati, come avviene per il cibo o il sonno. Ebbene, è importante rispondere alle esigenze della vita evitando quei gusti che stimolano a cercarli di nuovo. Un esempio può essere il cibo: ci si può nutrire di cibi che non siano particolarmente gustosi; lo scopo del cibo infatti è nutrire e il piacere che abitualmente accompagna il mangiare è in funzione dell’alimentazione; infatti ci si nutre più volentieri di una pietanza gustosa che di un cibo che dispiace al gusto. Ma mentre di questo ci si nutre secondo il bisogno, e talvolta anche meno, del cibo gustoso si prende in abbondanza, più per il piacere che per la fame. Se dunque non vogliamo essere dominati dal gusto e dal desiderio di cibi raffinati, ma vogliamo conservare all’azione di cibarci la funzione che essa ha, cioè di nutrire il corpo, conviene che abitualmente ci asteniamo da cibi che accarezzino il gusto. Anche il cibo può creare «dipendenza» e la dipendenza limita la libertà. Ciò che ho detto del gusto per il cibo vale per ogni altro, perciò non voglio dilungarmi su questo. Aggiungerò solo, che tra tutti i gusti, quello più prepotente è certamente quello legato alla sessualità. In questo campo occorre essere molto vigilanti, perché se nelle membra se ne imprime in gusto, sarà molto difficile e occorrerà molto tempo per stemperarne la memoria. Questa, fra tutte le dipendenze che possono insidiare la nostra natura umana è certamente la più tenace.

Tieni conto però che l’impegno alla temperanza, benché indispensabile, da solo non basta. Il cuore deve mantenersi in cammino verso una meta, deve vivere una tensione verso qualcosa di grande. Perciò occorre che l’impegno pratico sia accompagnato dall’impegno a conoscere e «gustare» quanto è buono il Signore. Concretamente questo avviene con la fedeltà all’orazione mentale. Praticando la meditazione ogni giorno, contemplando i misteri della vita del Signore, ponendosi in ascolto dei suoi insegnamenti, nascerà progressivamente un affetto per lui e questo sarà decisivo nell’inevitabile lotta con la tentazione, perché essa certamente verrà. Allora la vittoria sarà decisa o dall’orgoglio o dall’amore. A vincere sulla tentazione sarà l’orgoglio, quando la decisione di non cedere dipenderà dal senso di umiliazione che si accompagna al cedimento; sarà invece l’amore, quando il cuore si distoglierà da ciò che ha suscitato il desiderio perché il Signore gli è divenuto caro.

Qui bisognerebbe sostare un poco a parlare della preghiera. Ne parleremo più diffusamente più avanti. Per ora ― giusto per indirizzare efficacemente la tua buona volontà alla ricerca del Signore ― voglio darti questo suggerimento: quando ti disponi all’orazione mentale, potrà esserti utile fissare il tuo cuore su un’immagine; essa potrà essere generata dal tuo cuore stesso o da una lettura che stimoli la tua fantasia, così da renderti facile immaginare ambienti, cose, persone; qualche volta potrà esserti utile avere materialmente dinanzi a te un’immagine adatta a stimolare la devozione. Usa dunque ciò che ti riuscirà più utile per giungere a lodare il Signore e ringraziarlo di tutti i suoi benefici. Quanto più il tuo cuore sarà sgombro da immagini che possano influire sui sensi, tanto più facile sarà la tua preghiera. Ma alla fine ricorda che essa è dono di Dio, dunque, prima di ogni altra cosa, invoca lo Spirito Santo.

Noi chiediamo sovente il dono di un cuore nuovo. Ebbene, forse riducendo un po’ la ricchezza di questa espressione ― ma è per capirci ― il cuore nuovo ci è dato quando ci innamoriamo del Signore. Ancora una volta perciò riconosciamo che questo è un dono, ma che possiamo disporci a riceverlo procurando di conoscere sempre di più, specie attraverso l’esperienza, il Signore, cioè cercando di condividerne i sentimenti in tutte le situazioni concrete della vita.

preghiera di alleanza

 

 

 

ABBI A CUORE IL SIGNORE/9

Beati i puri di cuore…

Nel discorso della montagna leggiamo: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8). Chi sono i puri di cuore? Te lo dice la parola stessa: i puri di cuore sono coloro che hanno il cuore purificato dal fuoco. Col fuoco, infatti, si purificano i metalli e tutto ciò che è infetto. E ciò che è purificato non ha contaminazioni, ma è puro, cioè composto di una sola sostanza. Allora comprendi che i puri di cuore sono quelli che hanno il cuore schietto, mondo e in continua purificazione, spesso con fatica e dolore. E il fuoco che monda non è certo quello della passione per le cose basse, ma quello che sempre avvampa nel cuore di Dio. Ebbene, costoro vedranno Dio. Lo vedranno quando cesserà il tempo e i loro occhi si apriranno alla visione. Ma essi sapranno vedere Dio anche in tutte le cose: sapranno scoprirne i segni, perché il loro sguardo sarà mondo da interessi vani e non avranno a cuore altro che colui che ha acceso il fuoco che li brucia.

preghiera di alleanza

 

 

 

ABBI A CUORE IL SIGNORE/10

Ancora riguardo al desiderio

Avrai notato che talvolta capita di cedervi, pur senza averlo determinato con una decisione chiara e consapevole. Sono le occasioni in cui rimane il dubbio se il cedimento sia responsabile oppure no, perché di certo vi è la coscienza di ciò che è avvenuto ed essa era viva anche mentre avveniva, ma ci si trova ad un tempo quasi come autori e spettatori di ciò che si fa.

Una decisione seria richiede di adeguare i mezzi al fine. Se dunque abbiamo scelto la libertà, occorre che sappiamo difendere i nostri desideri da quegli oggetti che facilmente potrebbero farli cedere, così da scadere nel disordine e diventare i più forti oppositori della vera libertà.

 

preghiera di alleanza

 

ABBI A CUORE IL SIGNORE/11

Come procurare la libertà interiore

Tu mi chiedi per quale via giungere a questa libertà ardente. Ebbene, essa è certamente dono di Dio, ma richiede, non di meno, l’opera dell’uomo. Se dunque vuoi giungere alla perfetta libertà, incamminati verso il deserto e quanto più ti inoltrerai, tanto più sentirai venire meno le voci e i rumori della città per lasciare spazio alla voce del vento, che spira dove vuole. Allo stesso modo, il tuo occhio non sarà più colpito dalle immagini vane che affollano la vita di chi vive in mezzo agli affari del mondo, ma potrà sostare sugli orizzonti limpidi di quella solitudine. In questo modo avrai levato uno degli strumenti con i quali il Maligno colpisce il tuo cuore. Ma quando avrai fatto questo dovrai ancora combattere con le immagini che abitano la tua memoria e che vorranno restituirti quella vita che tu hai abbandonato per cercare Dio. Te ne libererai, non già fuggendo, ché ti inseguirebbero ovunque, ma rimettendole a colui al quale hai affidato il tuo spirito. Poi sarà la volta dei sensi, i quali, secondo la loro natura, ti spingeranno verso ciò che per essi è desiderabile. Tu avrai cura di rispondere a ciò che è necessario per vivere, non già a ciò che il piacere vorrebbe. E bada che l’istinto al piacere, se all’inizio è suadente, allo scopo di ottenere ciò che desidera, se tu gli neghi quanto vorrebbe, si fa subito aspro e violento, induce alla tristezza e spinge ad abbandonare l’impresa, sicché non di rado occorre essere severi con esso mediante mortificazioni e penitenze, per averne ragione.

Quando avrai fatto tutto ciò sarai di certo a buon punto, ma non sarai ancora giunto là dove vorresti. Ti attende infatti un altro passo non certo facile: la vittoria sugli affetti. Nel cuore conservi, com’è naturale, quelli più sacri, i quali ti mantengono legato alla famiglia e agli amici. Affida tutto al Signore, perché sia lui a prendersene cura e tu impara ad amare tutti in lui.

Ma non è ancora tutto. Infatti anche quando avrai vinto la tua battaglia contro le cose che sollecitano la tua brama e contro gli affetti che ti legano il cuore, rimane ancora la lotta più dura ed è quella contro la cura di sé. Chi, infatti, non sarebbe disposto a sopportare qualunque cosa pur di avere salva la vita? Eppure il Signore domanda di amare lui più della vita stessa. E chi giunge a questo è solo perché dal Signore ne è reso capace. Amare Dio, infatti, è soltanto di chi ha ricevuto il dono di conoscerlo intimamente e ne è rimasto così preso da non pensare e da non volere altro che lui, dimenticando del tutto se stesso.

Considera la vita del beato Giobbe e ne avrai un prezioso insegnamento. Per portarlo a massima libertà il Signore dapprima toglie tutti i beni, poi gli affetti, infine la salute stessa.

Quanto più porrai una distanza tra te e quanto ha il potere di afferrarti il cuore, tanto più sarai libero e quanto più sarai libero tanto più potrai riconoscere Colui che è il fondamento stesso della tua libertà.

Avrai compreso, infatti, che la libertà interiore richiede di proteggere il cuore da tutto ciò che genera in esso delle emozioni capaci di turbarlo, distogliendolo dalla ricerca del vero bene.

Vi sono, infatti, delle cose che suscitano emozioni che allontanano dal Signore, così come ve ne sono altre che ve lo avvicinano. Tu dovrai imparare l’arte di discernere attentamente tra esse, così da difenderti da quello che non ti aiuta e, anzi, ti danneggia e da apprezzare e accogliere quello che, invece, sostiene il tuo cammino.

Così tutte le emozioni che possono essere generate dall’intemperanza o dall’imprudenza vanno accuratamente evitate, mentre sono da curare quelle che vengono dall’orazione o da quelle esperienze che non furono ricercate, ma che in qualche modo si sono imposte per le circostanze della vita. Con l’aiuto dell’Abate ― giacché non di rado anche qui si nasconde il demone dell’illusione ― potrai discernere se in esse vi è un dono di Dio o se piuttosto non vi sia una divagazione che, sotto l’aspetto della consolazione, ti porta lontano dal cammino sicuro. In una parola, tutto quello che ha la capacità di afferrarti il cuore va guardato con molta prudenza così che, escludendo tutto quello che viene dalle passioni malvagie, tu possa mantenere solo quello che ti spinge ad amare il Signore con maggiore generosità.

Il Signore porta a libertà

Nel Libro di Giobbe si può vedere il metodo del Signore per purificare una creatura: dapprima toglie tutti i beni, poi gli affetti, infine la salute stessa. A questo punto interviene la tentazione di ritenersi percossi da Dio per qualche colpa. Invece è l’opera di Dio, che libera dal peccato.

preghiera di alleanza

 

ABBI A CUORE IL SIGNORE/12

Il grano e la zizzania

 Molti monaci, all’inizio del loro cammino, ragionano tra sé come i servi di cui parla Gesù nella parabola della zizzania: costoro chiedevano con insistenza al Signore di poter sradicare il vizio e il male che crescevano rigogliosi nel campo che essi avevano arato con sforzi generosi e avevano faticosamente seminato col buon grano delle virtù. Ai servi il Padrone dice: «Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio» (Mt 13,30). Certamente a quei servi generosi dovrà essere sembrata assai strana la risposta del Padrone. Ma perché disse così? Leggi: «perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano» (Mt 13,29). Infatti lo zelo nello sradicare il male porta spesso alcuni monaci a diventare assai duri, sicché, se pure riescono nel loro intento, tuttavia non crescono in quella umanità soave che rende la virtù desiderabile. Che cosa insegna allora la parabola della zizzania? Insegna la pazienza, anche con se stessi. Insegna ancora a cercare la perfezione nell’amore di Dio e del prossimo, prima ancora che in quelle virtù di cui si finirebbe per andare fieri alimentando in tal modo la superbia. Il desiderio della santità, che Dio ha seminato come buon grano nel cuore di colui che ha bussato al Monastero in cerca della vita eterna, crescerà assieme alla zizzania, cioè assieme a molte imperfezioni, con le quali il maligno cercherà di soffocare la virtù. Ma Dio, che scruta i cuori, vede quanto amore c’è anche fra tante imperfezioni. Coltiva dunque l’amore con tutta la tua volontà e la zizzania, che affonda le radici nelle tue debolezze, non lo potrà soffocare. Il male che fa male è, infatti, quello che nasce dalla malizia e dalla superbia, non quello che esce come frutto acerbo dalla nostra povera natura bisognosa sempre di misericordia.

 

preghiera di alleanza

 

ABBI A CUORE IL SIGNORE/13

Come appare il fondo dell’anima

Quando per qualche ragione sei provato e stanco, a causa degli affanni che possono invadere anche la quiete del monastero, facilmente ti diventa più difficile l’osservanza e, infine, la carità. Osserva bene: vi è un tempo nel quale la mancanza di equilibrio porta all’intemperanza dei sensi; l’eccesso di fatica o il timore o la mancanza di sonno o altre cose ancora portano a cercare sollievo negli eccessi ai quali i sensi sono naturalmente inclini. Vi è un tempo nel quale il monaco, essendo stato zelante nell’orazione e avendo speso un impegno assiduo nella mortificazione, per la medesima fatica non eccede più con tanta facilità in quanto i sensi reclamerebbero, anzi non ne sente più nemmeno troppo lo stimolo; eccede piuttosto nel giudizio e nell’intemperanza della lingua. Infine, colui che col tempo ha appreso a contenere anche la lingua e ha posto un argine alla piena dei giudizi che il cuore, più che la mente, concepisce, potrà, quando è troppo affaticato, essere turbato nel sonno: gli si affolleranno pensieri e immagini che si guarda bene dal concepire quando è sveglio e ne potrà anche essere turbato. Ebbene, sappi che in tutti questi casi, benché si possa ritenere che le mancanze, ancorché gravi, non siano tali, mancando della piena libertà, tuttavia mostrano con certezza quello che sta acquattato nel fondo dell’anima. Dunque chi è agli inizi potrà vedere quanto sia assediato dai vizi del ventre, chi è più progredito potrà invece considerare che il vizi del petto sono sempre pronti ad aggredirlo, chi, infine, ritiene di essere più innanzi nella vita spirituale badi bene, perché la superbia, compagna dell’ira, lo tiene saldamente, senza che se n’avveda. Gli affanni e la stanchezza, dunque, fanno emergere facilmente quello che custodiamo in fondo al cuore. Perciò, appena si manifesta in te questo contagio del male, subito apri il cuore all’Abate, perché ti somministri la medicina dell’esperienza dei Padri e ti indichi con certezza come provvedere affinché il morbo non dilaghi e faccia ammalare l’anima. Tu intanto, con umiltà, misura le tue forze ed evita quello che, mettendo alla prova la tua debolezza, la espone al pericolo di essere aggredita da colui che sempre si aggira come leone ruggente (cf 1Pt 5,8).

 

preghiera di alleanza

 

ABBI A CUORE IL SIGNORE/14

La tentazione

La tentazione, cioè lo stimolo a fare ciò che la ragione riconosce come disordinato, può venire dalla malizia, può venire dalle cattive abitudini della carne e può venire dall’esterno, come incitamento. È evidente ad ognuno che la malizia non conviene all’uomo retto, il quale perciò avrà cura di correggere i propri sentimenti in modo da non averne di malvagi. Le cattive abitudini della carne, allo stesso modo, richiedono di essere educate; il che non è compito facile, specialmente quando occorre contrastare inclinazioni dalle radici profonde. L’incitamento esterno, infine, richiede la massima vigilanza e si può vincere procurando di non dare il fianco né alla malizia, né alle passioni della carne. Infatti dall’esterno può venire la sollecitazione ai sensi esterni o interni, ma solo se essi sono esposti all’azione del maligno. Avviene insomma come a colui che esce all’aperto: sarà colpito dal sole, dalla pioggia o dal vento; se invece se ne sta all’interno della casa potrà sentire il calore, ma il sole non lo colpirà; sentirà l’umido dell’aria, ma non si bagnerà; sentirà ancora il fragore del vento impetuoso, ma senza subirne la violenza. Avendo detto come difendersi dalla tentazione che viene dall’esterno, cioè avendo esortato alla prudenza, sottraendosi in ogni modo possibile da ciò che può nuocere alla nostra umana debolezza, resta da dire come difendersi dalla malizia e dalla concupiscenza. Diremo allora che dalla malizia ci si può efficacemente difendere con l’umiltà. Evitando qualunque giudizio e considerando gli altri come superiori a sé, come insegna l’Apostolo, quando dice: «Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri» (Fil 2,3-4).

Coniugando questo atteggiamento con la considerazione dell’amore di Dio, che raggiunge ognuno con lo stesso amore del quale vive la Trinità Santissima (il vero tesoro, che non sarà mai tolto), ognuno vedrà chiaramente che non vi è nulla di più desiderabile e che è assai sciocco desiderare altre cose e l’onore presso gli uomini. La malizia infatti attinge in particolare da quell’amore di sé, che spinge a ritenersi superiori agli altri, e all’invidia per ciò di cui ci si sente ingiustamente privati.

Resta ora da dire qualcosa riguardo alle passioni. Esse sono in sé buone in quanto spingono a ciò che è necessario all’uomo secondo la sua natura. Ma facilmente possono divenire cattive se confondono il loro oggetto o inducono all’esagerazione. Ritieni dunque questo: il corpo, così come la mente, ha bisogno di provvedere alle proprie necessità, ma ciò non significa che si debba indulgere al gusto. Così, per esempio, per il nutrimento: il corpo non ha bisogno in alcun modo di pietanze saporite e può essere nutrito semplicemente di pane. L’uomo non è fatto per stare da solo, ma per vivere in comunione con i suoi simili: è dunque conveniente l’amicizia, la quale tuttavia non ha bisogno di esprimersi con gesti che eccedano la sobrietà. Ancora: all’uomo necessità di ciò che è indispensabile al corpo e alla mente, ma non di possedere più di quanto sia essenziale. Chi, come il monaco, ha scelto volontariamente la sobrietà in tutto quello che occorre al corpo, secondo quanto abbiamo detto, e con la grazia dell’obbedienza si mantiene fedele, più difficilmente scivolerà nelle passioni superiori, cioè nell’invidia, nell’ira e nell’accidia (almeno in riferimento a ciò che è basso e materiale). Resta però il pericolo gravissimo della superbia, che incombe su tutti. Per mantenersene al riparo gli sarà utile coltivare un grande affetto verso il Signore crocifisso e la Madre nostra Maria Santissima, la quale è maestra sicura degli amici del suo Figlio.

preghiera di alleanza

 

ABBI A CUORE IL SIGNORE/15

Ancora sulla tentazione. E sulle virtù

Se vuoi sapere qual è lo spazio nel quale la tentazione più facilmente può attecchire, considera due estremi: il primo è dato dalla realtà nella quale l’uomo si trova, l’altro dall’ideale cui esso aspira. Tra questi due termini si sviluppa il desiderio e, in esso, può mettere salde radici la tentazione. Non pensare agli uomini malvagi, i quali per ottenere ciò che bramano sono disposti alle peggiori iniquità. Pensa piuttosto a quei giusti i quali desiderano la santità sopra ogni cosa. Molti ritengono infatti che la perfezione cui aspirano sia il frutto dei loro sforzi per acquisire le virtù (ritengono infatti che la santità consista nelle virtù che rendono ammirabili dagli uomini). Benché siano prodighi nel protestarlo, di fatto non accettano di essere povere creature, uomini deboli e di vita breve e, avendo conosciuto le imprese dei grandi dei tempi antichi e i prodigi operati, vogliono imitarli più per la fama che essi si conquistarono che per la loro vita santa. Essi somigliano a coloro che pensano di essere più vicini al cielo salendo faticosamente un alto monte; in realtà chi sta al piano è raggiunto dal medesimo cielo che tocca le cime più elevate. Ti dirò anzi che la fatica di chi dissoda i campi è spesso più virtuosa di chi, con affanno, si sforza di portare il proprio peso sulle vette. È il Cielo che scende sulla terra, non si illuda perciò la terra di salire al cielo, perché ne resterebbe confusa, come insegna la Scrittura raccontando di quella torre con la quale gli uomini volevano conquistarsi la fama (cf Gen 11,4). Infatti nel cuore di molti che vorrebbero essere santi, si annida spesso la presunzione, che li spinge a tracciare da se stessi il cammino, mentre assai più utile e sicuro è percorrere quello segnato da Dio mediante la regola e l’obbedienza all’abate. Essi, presumendo di poter più sicuramente raggiungere la perfezione cui aspirano, si mettono in cammino lungo vie ardue, per le quali non hanno le forze e che il Signore non ha loro proposto (e anzi se ne sarebbero lamentati vigorosamente, se fosse accaduto), così, proprio su quel sentiero per il quale si illudevano di camminare sicuri della meta, cadono miseramente. È il nemico della natura umana che li ha illusi, e ciò appare chiaramente dal risultato al quale sono giunti: non solo sono tornati al punto di partenza, ma il fallimento li ha resi tristi e spesso anche rabbiosi. Questi monaci infatti pensano in cuor loro che la perfezione consista nel possedere tutte le virtù in grado sommo, mentre essa consiste piuttosto nel farsi umile dimora di Dio. Perciò prima dicevo che è il Cielo che discende sulla terra e non la terra che può salire al cielo. Se dunque tu saprai vivere ogni giorno accogliendo il Cielo che scende verso di te, cioè la volontà di Dio, che ti è manifestata da quello che per te è disposto dalla regola del monastero, dalla volontà del Superiore o da ciò che per qualunque ragione ti accade per la debolezza del tuo corpo o per gli eventi imprevedibili del tempo; se sarai del tutto abnegato e contento di lasciarti plasmare da Dio, in questo troverai la perfezione. Infatti non custodirai più nel cuore alcun altro desiderio che di essere come Dio ti vuole, né coltiverai altra volontà che quella di Dio. Così non guarderai più a te stesso, ma a Dio soltanto, che è venuto a te e per te ha dato la vita sulla croce. Né guarderai alle virtù come a gioie preziose di cui adornarti, ma ammirandole nel tuo Signore, non avendo occhi che per lui, ti verranno donate come accade con la luce, che avvolge tutto ciò che raggiunge. Le virtù sono un dono ben più che una conquista. A poco servono a chi riesce a conquistarle con le sue sole forze: divengono presto occasione di superbia. Ti sia di monito il Salmo che dice: «Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode. Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore: il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno» (Sal 127,1-2). Le virtù che durano sono quelle donate da Dio ai suoi amici, ma di esse i veri amici di Dio non si avvedono, seguitando a stimarsi gli ultimi di tutti, ma con soavità e senza sentirsene umiliati; essi infatti non hanno più a cuore se stessi e vivono solo per il Signore e servono a lui, lasciando che sia lui a provvedere ad essi, in primo luogo all’abito da rivestire per comparire al cospetto del Padre di ogni perfezione.

preghiera di alleanza

 

ABBI A CUORE IL SIGNORE/16

Il male leva la pace

 

Il peccato è male perché fa male. Lo dimostra chiaramente la Scrittura fin dall’inizio: dopo la grande disobbedienza i progenitori persero la confidenza con Dio e dovettero abbandonare il giardino per abitare in una terra desolata (cf Gen 3,23-24). Così fu per Caino, che uccise suo fratello: dovette andare fuggiasco lontano da Dio (cf Gen 4,14). E gli uomini che volevano costruire una torre per raggiungere il cielo furono condannati alla confusione delle lingue (cf Gen 11,7). Ma vedi anche Saul, che fu infedele al Signore: Dio lo ripudiò (Cf 1Sam 15,28) preferendogli Davide. Quanto a Davide, il suo peccato fu terribile, ma fu perdonato perché seppe riconoscerlo e ne domandò perdono, ma soprattutto perché Dio è fedele e non ritira le sue promesse; tuttavia la spada non abbandonò più la sua casa (cf 2Sam 12,10).

A Mosè Dio ha affidato la legge dell’Alleanza perché il popolo, osservandola, non cadesse nell’errore e non si ripetessero le iniquità patite in Egitto. Per questo Dio comanda delle cose e ne proibisce altre: egli sa e insegna che agendo in modo contrario alle sue leggi l’uomo torna ad essere schiavo delle proprie passioni e costringe alla schiavitù i suoi simili. Dice Gesù: «Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato» (Gv 8,34) e subito aggiunge: «Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero» (Gv 8,36). E l’Apostolo esorta i cristiani affermando: «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù» (Gal 5,1). E la libertà di cui godiamo è tutta spirituale ed è propria degli uomini forti, i quali non si sentono limitati dalle catene, perché sono di Cristo. Quella di cui gli uomini vanno fieri, invece, spesso consiste nell’esercizio sfacciato di ogni vizio. Si può essere infatti in catene con il corpo, ma se lo spirito è libero dal peccato tutto l’uomo è veramente libero. E viceversa: si può essere liberi da catene, ma schiavi della passione, che è una catena ben peggiore: infatti se dalla prima si può essere liberati da chi abbia a cuore la nostra libertà, dalla seconda nessuno può nulla, se non siamo noi per primi a voler essere liberi. È perciò che il beato Paolo dice di sé, quando si trova legato alle guardie che lo tengono in custodia per presentarlo al giudizio dell’Imperatore: «Io Paolo, il prigioniero …» (Ef 3,1) e veramente egli è in catene e, all’apparenza, alla mercè di chi su di lui esercita il potere, ma aggiunge: «il prigioniero di Cristo» perché il suo cuore appartiene a Cristo fin da quando lo ha incontrato lungo la via di Damasco. È perché è prigioniero di Cristo, acquistato da lui a prezzo del suo sangue, che egli è libero da qualunque altra schiavitù. Egli pensava a quelli che vanno al mercato degli schiavi e per denaro compravano uomini perché li servissero nei campi o negli uffici della casa; ma molto di più, pensava a quei filantropi i quali, dopo avere pagato con molto denaro il riscatto di uno schiavo, gli restituivano la libertà. Immagina dunque la gratitudine di chi veniva liberato in quel modo: benché libero quegli si sarebbe sentito sempre debitore di colui che lo aveva riscattato e si faceva volentieri suo servo, non più al modo di uno schiavo, ma di un amico fedele, che riconosceva di dovere tutto a colui che, con denaro, lo aveva riscattato. Che dire dunque di Dio, che ha voluto affrancare gli uomini pagandoli col sangue del suo stesso Figlio?

 

Ho osservato spesso dei monaci i quali hanno molta cura della loro salute. Non appena avvertono qualche malessere, subito vanno dall’infermiere perché dia loro qualche medicina che li ristori. E se hanno l’impressione che un cibo sia loro di danno, non esitano a pretenderne uno differente e migliore, sostenendo talvolta che ciò che non è di loro gusto gli farà certamente male. Se essi fossero altrettanto solerti nella cura della loro salute spirituale! Se cercassero di evitare tutto quello che appesantisce lo spirito, così come sono attenti a soddisfare il loro gusto! (Costoro poi dovrebbero sapere, data la grande attenzione che hanno per il loro corpo, che spesso la medicina più efficace è quella più amara!). Se quelle circostanze che portano al peccato, e delle quali facciamo così poco conto, recassero un danno al corpo – come avviene nella stagione umida, quando basta poco e dolorano tutte le ossa –, quanto attenti saremmo anche alle più lievi correnti! Se il peccato che commettiamo ci provocasse un dolore come quello prodotto da un dente cariato, quanto presto correremmo dal cerusico per chiedergli di levarlo! Invece il più delle volte ce ne restiamo inerti e anzi indifferenti, giacché, a causa del nostro animo grossolano, non avvertiamo la gravità del male. Voglio portarti un altro esempio. Vi sono dei monaci i quali non sopportano di avere una macchia sul loro abito o vestire una veste rappezzata: subito vanno dal vestiario a domandare un abito più conveniente; essi infatti provano disagio a mostrarsi in una condizione che giudicano indecorosa. Quegli stessi monaci però non fanno alcun caso di comparire al cospetto di Dio nell’orazione avendo nel cuore la macchia della maldicenza o del giudizio, della durezza di cuore e della superbia, del rancore e dell’ira, dell’invidia o di turpi pensieri, dell’ingordigia o di altre intemperanze. Accade infatti che avvertiamo la gravità del peccato solo quando si tratta di cose che feriscono il nostro orgoglio o ci toccano sul vivo perché ne abbiamo ricevuto un danno o, per il peso che hanno sulla nostra coscienza, dobbiamo renderne conto per potercene scaricare. Dovremmo essere molto attenti e ricordare che siamo figli di Dio e tutto ciò che non conviene a così grande dignità offende il Signore e offusca l’immagine di colui che ci ha resi suoi fratelli.

preghiera di alleanza

 

ABBI A CUORE IL SIGNORE/17

Dio non vuole il peccato perché rende schiavi

 

Molte persone semplici non comprendono che cosa sia veramente il peccato. Pensano infatti che sia una trasgressione della legge di Dio e vivono nel timore, se hanno coscienza di essersene resi responsabili. In essi prevale la paura. Sicché si muovono anche di lontano per venire penitenti a chiedere il perdono e se ne vanno ristorati non meno del condannato al quale giunge la grazia sperata. Ma la paura che così presto trova ristoro subito scompare dalla memoria e, alla prima occasione, colui che si era presentato umile e tutto timoroso del castigo di Dio si ritrova a rifare con l’antica protervia ciò di cui poco prima si diceva amaramente pentito. E tutto perché Dio gli appare come un tiranno che impone leggi impossibili o contrarie ai desideri dell’uomo.

Solo pochi riflettono e comprendono come le leggi di Dio abbiano lo scopo di mantenere l’uomo nella libertà. Così fu con Mosè nel deserto: Dio diede al suo popolo la sua legge affinché non accadesse che dopo essere stato così a lungo schiavo del Faraone si ritrovasse di nuovo schiavo di nuovi e più odiosi padroni. Perciò, prima di tutto il peccato è ciò che fa perdere la libertà che nostro Signore Gesù Cristo ci ha conquistato col suo sangue preziosissimo. Ogni volta che ci lasciamo imporre «il giogo della schiavitù» (Gal 5,1), abbandonandoci alle passioni che pretendono di dominare la nostra mente e il cuore, noi rinunziamo alla libertà e da liberi che eravamo diventiamo schiavi.

Ma non tutti capiscono che la libertà è un bene prezioso e che i nemici che la insidiano non sono solamente quelli che premono dal di fuori, ma sono soprattutto i complici che il nemico ha al di dentro e che, lusingati dalle promesse, si lasciano convincere a spalancare le porte affinché esso possa irrompere con tutta la sua forza. Quei complici sono le passioni non educate convenientemente e non tenute a freno con severità.

Colui che comprende che la libertà di cui gode è il dono di un Dio buono e amante della vita, di un Dio sempre pronto a fare grazia dando la sua vita per le creature che la sua mano ha plasmato, costui terrà ben caro il dono tanto prezioso della libertà e non si lascerà convincere da alcuna lusinga. Egli, dinanzi alle tentazioni, non si domanderà neppure se quanto viene offerto ai suoi sensi o alla sua mente sia conveniente o perché venga proibito: gli basterà sapere che non è gradito a Dio e, per l’amore col quale si sente amato e al quale egli vuole rispondere con tutto l’amore del suo cuore, resterà fermo nel suo buon proposito e saprà dire il suo “no” umile e saldo alla tentazione. Quando poi gli accadesse di cedere, subito andrà a chiedere perdono al Signore, non però come un servo ribelle timoroso delle percosse, ma come un figlio addolorato per avere offeso un Padre tanto buono. E questo, che è il vero dolore, purifica l’anima e l’allontana dal pericolo di ricadere.

preghiera di alleanza

 

ABBI A CUORE IL SIGNORE/18

Il bene e il male nascono dal cuore dell’uomo

 

Gesù, nel Vangelo, insegna che il bene e il male hanno la loro origine nel cuore. Dai pensieri infatti tutto ha inizio sicché il cuore che custodisce pensieri malvagi diventa cattivo.

Dunque è necessario dissipare i pensieri malvagi e nutrirne di buoni.

Gli antichi, avendo lungamente sperimentato i sentieri della vita spirituale, hanno condensato il frutto della loro ricerca nella dottrina dei vizi capitali (li hanno chiamati così in seguito, poiché si sono resi conto che da ciascuno di essi ne nascevano molti altri, come espressioni diverse del medesimo cattivo pensiero). Essi dunque insegnano che vi sono sette spiriti (qualcuno ne enumera otto), dai quali sono generati quei pensieri che spesso si traducono in azioni malvagie.

I desideri che possono generare il male sono quelli che aiutano la natura umana a procurarsi ciò di cui ha bisogno per vivere e a superare le difficoltà e i pericoli che minacciano la sua sicurezza. Ma tra tutti i pensieri ve n’è uno che solo chi ha la ragione può concepire: si tratta della superbia, cioè della tendenza a ritenersi e a porsi al di sopra degli altri, presumendo di sé.

I pensieri dai quali nasce la malvagità sono dunque i seguenti: gola, lussuria, avarizia, invidia, ira accidia e superbia. A questi sette molti aggiungono la vanagloria.

Questi pensieri o desideri sono tanto più forti quanto maggiore è l’amore di sé e, al contrario, si indeboliscono quanto più esso viene meno.

Dirò poi che l’amore di sé di cui parlo è quello per il quale ci si pone al centro di tutto, quasi pretendendo che il mondo giri attorno. Mentre l’amore vero si sperimenta in una relazione nella quale si ha gusto nel cercare la felicità altrui, anche di chi si dimostra nemico.

Tu comprendi che quando un uomo non pone più se stesso al centro dei suoi pensieri, non si cura più in maniera disordinata dei suoi bisogni e non si sente superiore a nessuno, anzi, – conoscendosi assai meglio di quanto gli altri possano conoscerlo, dal momento che potranno bensì conoscerne la storia e forse intuirne il cuore ma restano loro sconosciuti i suoi più segreti pensieri – ritiene gli altri superiori a sé ed è felice di apprendere in qualche modo da essi qualcosa che l’aiuti a diventare migliore. È così infatti che molti santi sono cresciuti nella libertà interiore e nella santità «apprendendo», anche da chi li maltrattava, la vera sapienza, la quale consiste nel conoscere il Signore, che per noi è morto ed è risorto. Ora nessuna conoscenza è superiore a quella che viene con l’esperienza, sicché anche chi ci fa del male ― forse anche più di altri che ci sono amici ― di fatto ci introduce di più nel mistero della croce del nostro Signore.

 

Ora, per aiutarti a conoscere meglio te stesso, così che tu possa incamminarti con decisione lungo il sentiero della libertà, ti invito a seguirmi nella considerazione dei vizi capitali, questi spiriti della malvagità che sembrano comparire all’improvviso e dominarci da veri padroni. Bisognerà però che ti armi di pazienza, perché il cammino potrà riuscirti un poco noioso; credo tuttavia che, alla fine, ne apprezzerai l’utilità.

 

Debbo ancora avvertirti che molte volte la tua intelligenza potrà sentirsi a disagio: infatti come si può parlare del cuore dell’uomo, così misterioso, riducendo il rovello che talvolta l’afferra a poche scarne espressioni? Rispondo che, proprio perché l’uomo è misterioso, sarebbe ingenuo pretendere di parlarne come soltanto Dio, che l’ha creato, potrebbe fare. Possiamo tuttavia andare alla ricerca di quelle leggi che, a partire dall’esperienza, sembrano essere presenti in ognuno e agiscono in ciascuno con forza differente, ma pur sempre conducendo le persone nella medesima direzione. Perciò mia intenzione sarà solo di aiutarti a cogliere qualcosa, lasciando poi a te il compito di seguitare nella ricerca, per scoprire alla fine come è buono il Signore, che ama creature tanto fragili.

preghiera di alleanza

 

ABBI A CUORE IL SIGNORE/19

Molti pensieri non giovano all’unione con Dio

 

Avrai certamente notato che talvolta la preghiera riesce difficile a causa di pensieri che attraversano la mente e le impediscono di restare tutta assorbita in Dio. Se esamini attentamente la cosa, puoi scoprire che si tratta di pensieri e immagini che hanno colpito il tuo cuore lasciandovi un’impronta che dura ben oltre il momento nel quale nel quale vi hai prestato attenzione, sicché, proprio quando tu vorresti allontanarti da ogni premura per dedicarti completamente alla preghiera, ciò che era rimasto nel cuore riemerge e lo domina, contrastando fieramente il tuo buon proposito e il desiderio di dedicarti tutto alla preghiera. Infatti quello che produce un’emozione profonda lascia un segno che non è facile cancellare. Ed esso è tanto più profondo se sollecita le passioni più profonde e basse. Siamo così fatti che basta ben poco per turbare l’equilibrio dello spirito. Intendo riguardo a ciò che sollecita le passioni. Diversa infatti è l’emozione prodotta da una musica gradevole, rispetto a quella suscitata da un alterco: mentre la prima non solo non contende col desiderio di pregare, ma, acquietando l’animo, spesso lo favorisce, l’altro agita lo spirito e se anche esso vuole essere concentrato nella lode di Dio, suo malgrado si sente trascinare in un vano soliloquio nel quale pare seguitare la difesa delle proprie ragioni aumentando l’agitazione.

Dunque usa prudenza ed evita, per quanto puoi, tutto quello che può prendere i tuoi sentimenti e suscitare emozioni troppo profonde. Se poi ti accade di essere coinvolto in qualche situazione che ti provoca turbamento, quietamente esamina il tuo cuore dinanzi al Signore, come conversando con lui e a lui confida e affida i tuoi pesi, secondo quanto dice l’apostolo: «gettate in Dio ogni vostra preoccupazione» (1Pt 5,7), così starai dinanzi a Dio nella verità e non sarai come coloro che si vedono talvolta lungo le strade portare un cane al guinzaglio: l’animale che pareva così docile fin tanto che poteva condurre il padrone a suo talento, comincia a tirarlo nervosamente, impedendogli di sostare in pace se quello vuole fermarsi un momento a salutare un amico incontrato sul cammino. Cerca quanto puoi il silenzio: occorre sostarvi a lungo affinché si spengano tutte le voci e i rumori e il sussurro di Dio si faccia udire. Distogli lo sguardo dalle cose cattive e da quelle che possono imprimersi profondamente nella memoria; ma anche riguardo alle cose buone usa la massima sobrietà, per evitare di essere rapito dalla bellezza mondana così da non essere più capace di fissare lo sguardo interiore sul Mistero di Dio.

preghiera di alleanza

 

ABBI A CUORE IL SIGNORE/20

Sulla tentazione

 

Riguardo alla tentazione devi tenere a mente che il Maligno, con la malizia che gli è propria, sempre sfrutta la nostra debolezza tendendole insidie. In colui che non si cura o si cura troppo poco di porre rimedio ai propri difetti, il Maligno proporrà le sollecitazioni opportune, così da ottenere che, nonostante i propositi, cada miseramente, indebolendo per di più la fiducia di riuscire. In questi, infatti, la debolezza sta nei difetti dai quali non si distoglie con decisione. In colui che invece si dà pensiero di progredire nella via della perfezione, la debolezza non starà nell’indecisione dei propositi e neppure nell’impegno di mantenerli ― infatti saprà farne di ben precisi e vorrà sinceramente restarvi fermo ― , quanto piuttosto nella fatica quotidiana, specialmente quando essa richiede una particolare dedizione e assiduità. Il Maligno cercherà dunque di sfruttare la stanchezza e la frustrazione che frequentemente accompagnano anche gli sforzi generosi; ognuno sa per esperienza che quando si è stanchi riesce più difficile dominare i propri bisogni, dai quali ordinariamente ha origine l’eccesso e poi il vizio, così pure quando la frustrazione viene a umiliare gli sforzi generosi. Sii dunque prudente: procura di dare il tempo giusto ad ogni cosa e al giusto riposo, così da essere ben temprato per il momento della prova; poi, conoscendo di essere debole e di conservare inclinazioni difficilmente controllabili, se solo vengono destate, sappi distogliere la tua attenzione e i sensi soprattutto da ciò che ne stimola il gusto. Infine, con la semplicità di un bambino, affida alla madre Chiesa i turbamenti del tuo cuore parlandone con una persona spirituale e subito godrai del ristoro che lo Spirito dispensa a chi cerca il bene con cuore sincero.

Ma a questo proposito voglio metterti in guardia da un pericolo del quale non tutti sanno accorgersi. È quello che consiste nel non rendersi conto della stanchezza della volontà. Accade a coloro che sentono l’ansia per il bene e vi si dedicano senza risparmio; essi si danno al lavoro ben oltre le loro capacità e, non sentendo la debolezza delle loro forze, con frequenza sono sopraffatti dalle passioni. Il buon padre si accorge di questo squilibrio esaminando la preghiera di questi; essa è fedele, ma spesso distratta dal pensiero del lavoro da compiere o da progetti generosi di opere che ai loro occhi appaiono di grande lode al Signore e utilità alla Chiesa. Somiglia, insomma, ai sogni del servo che, avendo preso a cuore i campi del suo Signore, ha cominciato col volerlo servire e si ritrova a pensare, decidere e agire come se il padrone fosse lui. Non sa essere come il servo fedele che sa godere della familiarità del suo Signore. Il monaco il quale cade in questi eccessi ben presto dovrà accorgersi che da tanto lavoro ricaverà scarso frutto, che del resto pochi apprezzeranno e per di più anziché consolazione non ne avrà che amarezza.

preghiera di alleanza

 

ABBI A CUORE IL SIGNORE/21

Alla passione bisogna togliere ciò che l’alimenta

 

Se vuoi la vittoria sulla passione, non basta il disprezzo di essa né il sincero desiderio della virtù. È necessario piuttosto farle venir meno tutto ciò di cui si alimenta. Le passioni restano vive in noi anche quando, con molto esercizio, se ne tengono a bada gli effetti; basta loro poco, infatti, per riprendere vigore e avere ben presto il sopravvento, vincendo d’un colpo il frutto di tanti sforzi. Proprio come avviene nei campi d’estate, quando un temporale improvviso abbatte i raccolti maturi. Quando un uomo spirituale bene avviato sulla via delle virtù è attento a mantenere mortificati i propri sensi, ordinariamente le passioni non gli si presentano con un tale vigore da non poter essere sottomesse. Se invece, presumendo di sé, il monaco torna a visitare la palude donde era uscito, facilmente affonderà nel fango come un tempo; infatti non è diminuito il suo peso, né si è fatto più solido il terreno. Dove c’è acqua attecchiscono le piante. Ricordo un contadino, il quale voleva estirpare una mala pianta che cresceva ai margini del suo campo: pose mano alla scure e la tagliò alla radice, ma con la nuova stagione da quella rispuntarono i germogli e crebbero vigorosi, fino a diventare in breve tempo grossi arbusti. Allora andò, vi mise paglia e sarmenti e appiccò il fuoco; ma neanche allora ottenne il suo scopo, perché dalle ceneri di nuovo spuntarono germogli. Prendendola come una sfida, con duri colpi e grande fatica scoprì le radici quanto più poté, ma si accorse che affondavano molto nel terreno e che gli era quasi impossibile sradicare del tutto quella pianta Si mise perciò a osservare il terreno e vide che quella mala pianta cresceva là dove si ristagnava l’acqua delle piogge; allora scavò un fosso affinché l’acqua potesse scolare. Man mano che la terra paludosa asciugava la pianta perdeva la sua forza finché, ormai di molto indebolita e quasi del tutto secca, la si poté strappare e al suo posto il contadino mise a dimora un albero da frutto.

Allo stesso modo, per vincere i vizi si deve togliere loro ciò che li alimenta: i vizi più bassi vanno affrontati con la mortificazione dei sensi, specialmente degli occhi e della gola, con l’esercizio della povertà e con la confessione dei pensieri. I vizi che afferrano il cuore vanno fieramente combattuti con l’esercizio del silenzio umile, con l’attenzione ai pensieri, rifuggendo come la peste i contorti ragionamenti dell’animo ferito e adirato. I vizi della vanagloria e della superbia vanno combattuti, oltre che con ciò che giova per vincere tutti gli altri vizi, con l’esercizio di lavori umili e bassi e con la serena sottomissione non solo all’abate, ma anche al più umile dei monaci. Ma di questo si dirà meglio a suo luogo.

preghiera di alleanza

 

ABBI A CUORE IL SIGNORE/22

Il lento cammino per portare a unità il cuore e la mente

 

Colui che ha seriamente deciso di servire il Signore compiendo la sua volontà non ha bisogno d’essere convinto del bene per disporvisi. Le difficoltà giungono dalla carne, la quale oppone resistenza a ciò che la ragione gli propone, se non incontra i suoi gusti. Il cuore, che è come in mezzo e conteso da queste forze, inclinerà secondo il gusto, il timore o l’amore. Accade come al contadino che, volendo portare al mercato le sue merci, ne carica l’asino poi, afferrate le briglie, cerca di condurlo lungo la strada; ma l’asino s’impunta e non si muove, resistendo anche alle percosse.

Molto gioverà andare dall’abate con grande confidenza e manifestare le resistenze che si oppongono al suo buon volere. Se si tratterà solo di tentazioni, il manifestarle le farà prestamente svanire; se invece il male è più profondo, bisognerà ricorrere a rimedi più forti. Poiché non si tratterà di educare la ragione al desiderio di ciò che è buono, ma di arginare la furia della passione quando essa si scatena. In talune persone, infatti, essa si può paragonare a quei torrenti che si riempiono d’improvviso per le piogge: quel rigagnolo che si muove sinuoso a fatica tra i sassi, diventa improvvisamente una massa incontenibile d’acqua che, superati facilmente gli argini, travolge tutto quello che incontra. Così è per certuni: basta un nonnulla per fare crescere l’impeto della passione e con tale forza da non poterla in alcun modo frenare.

L’abate nella sua esperienza sa bene come affrontare il pericolo. Non saranno le esortazioni, né le lunghe orazioni a guarire questa sorta di malati, ma la benevolenza e la prudenza. Perciò egli se ne prenderà cura personalmente, oppure affiderà a un monaco esperto colui che soffre di un simile male. Questi poi si convincerà che solo stando lontano da ciò che può accendere la passione potrà salvarsi dai suoi morsi; perciò coltiverà l’umiltà, principalmente col silenzio, con la mortificazione degli occhi e della gola e facendo ogni giorno l’esame della sua coscienza assieme al suo buon padre. Comprenderà inoltre che contro la forza tanto violenta della passione troverà un alleato sono in una passione più grande. Può essere quella del timore, come avviene al ladro, che si astiene dal furto temendo di venire catturato dai gendarmi, o per il lascivo, per la paura di essere scoperto e svergognato. Ma il timore facilmente viene vinto dalla passione, se soltanto essa gli fa apparire il pericolo lontano o non così grave. E può essere la forza dell’amore: quando è sincero, esso resiste alle lusinghe più suadenti. Orbene, il buon padre saprà far crescere nell’amore nello stesso tempo in cui insegnerà i mezzi per contenere la furia della passione.

Perciò, colui che deve essere aiutato, esaminerà attentamente ogni cosa e imparerà a vedere anzitutto i molti doni che Dio ogni giorno gli concede, benché egli non ne abbia alcun merito, incominciando con la vita e con tutti gli altri benefici per il corpo e per lo spirito; poi si soffermerà sul bene della vocazione, con la quale gli ha dato fin d’ora cento volte tanto, assieme a persecuzioni, e, se sarà fedele, gli darà poi la vita eterna. In questo modo coltiverà la gratitudine e l’amore per un Dio così buono e ricco di misericordia. Poi riferirà minutamente al suo buon padre le azioni compiute. Questo lo aiuterà a diventare padrone di se stesso e a comandare al proprio corpo ciò che più conviene alla perfezione. Infatti se qualcosa non sarà stato secondo i propositi, il suo buon padre saprà dargli saggi consigli su come agire per ottenere se non ciò che cerca e, all’occorrenza, gli assegnerà salutari penitenze. Infine riferirà i pensieri, avendo cura di dire in quali circostanze e a motivo di che cosa si sono fatti strada nella sua mente; farà quindi lo stesso coi desideri. Con l’aiuto della sua guida imparerà a riconoscere ciò che l’aiuta a progredire e quello che invece lo trattiene alle cose basse e terrene.

Quando poi, in questo modo, avrà raggiunto qualche risultato ― ciò che è possibile ottenere in brevissimo tempo, se di cuore e con cura si pongono in atto le cose dette ― non creda di essere diventato diverso da com’era. Infatti gli basterebbe tornare solo per un momento alle abitudini precedenti per trovarsi immediatamente sommerso dalle sue passioni.

Un monaco, che facilmente inclinava al vino, in questo modo fu distolto dal vizio che lo dominava. Ma dopo lungo tempo, presumendo di sé, si prestò per aiutare il cantiniere a mescere per preparare la mensa. Ebbene, gli bastò l’odore del mosto perché fosse di nuovo ripreso dall’antica passione.

Più grave è la passione della sensualità o quella dell’ira. Per essa non basta distogliere l’oggetto materiale che la suscita; infatti con frequenza si alimenta dei ricordi del passato. In questo caso è molto utile deporre la memoria nel grembo della Chiesa. Il monaco si recherà dal suo padre e gli chiederà la carità di ascoltarlo, poi, con umiltà, con sobrietà, ma senza celare ciò che più lo fa vergognare e aprendo invece il cuore con fiducia, mostrerà le piaghe della sua passione. Allora il padre lo inviterà a sostare proprio là dove la memoria riconosce, ad un tempo, la gravità del peccato e il culmine della passione, e a pensare, trovandosi in quella cruda e vergognosa situazione, che proprio lì il Maestro e Pastore delle nostre anime è venuto a cercarlo come pecora smarrita e in pericolo; lo inviterà quindi ad alzare lo sguardo verso quello di nostro Signore, come facevano i malati che volevano e aspettavano con fiducia di essere guariti da lui; lo inviterà quindi a considerare che il Signore nella sua bontà, ben lontano dal condannarlo, se ne prende cura e pone la mano sulle sue ferite per guarirle; lo spingerà infine a lasciarsi consolare da Colui che è venuto non per condannare i peccatori, ma per la nostra salvezza. Questo farà con frequenza, affinché la consolazione del Signore occupi interamente quel vuoto che suole essere riempito dalla falsa consolazione con la quale la passione riesce a ingannare gli animi non allenati al combattimento.

Un altro esercizio ancora si mostrerà utile per riconoscere se la carne e il cuore hanno ritrovato l’unità con gli intendimenti dell’intelletto: sarà il riferire i sogni che vengono talvolta ad attraversare il riposo della notte. Si legge nella Scrittura che certi uomini santi venivano visitati da Dio per mezzo di sogni. È certo che molti dai sogni traggono qualche turbamento. Infatti possono essere sogni suscitati dalle passioni soltanto sopite, ma non vinte; dai sogni, specialmente se furono intensi, può venirne fiacchezza allo spirito; o ancora può trattarsi di sogni che paiono indifferenti o senza senso alcuno. Il Padre esperto saprà riconoscere da essi se qualcosa di inconsapevole fa da ostacolo alla perfezione o se si nascondono peccati dai quali il cuore non si è emendato. Allo stesso modo saprà riconoscere se si tratta della tentazione con la quale il Nemico dell’anima nostra tenta di rapirle la pace.

Si avrà unità interiore quando il cuore, la mente e l’occhio saranno tutti interamente rivolti verso il medesimo oggetto. Quando invece essi non convergono, accade che cantando i salmi si pensi al lavoro e l’occhio divaghi all’intorno. Così se il cuore non è tutto preso da ciò che, lasciando il mondo, è venuto a cercare, facilmente l’occhio potrà fermarsi su ciò sollecita l’intelligenza o la passione. Comprendi allora perché tutto nel monastero deve essere ordinato con sobrietà e armonia, così che lo sguardo non sia tentato di divagare, ma sia piuttosto avvolto dalla compostezza di ogni cosa. La bellezza, tanto necessaria alla pace interiore, sarà al servizio dell’anima quando l’eleverà alle cose più nobili; perciò essa non avrà lo scopo di proporre allo sguardo ciò che esteriormente potrà apparire più attraente, quanto piuttosto di evocare con immediatezza la bellezza ineffabile, che nessuno può evocare se non con i simboli. Era questo il disegno che guidava la mano dei padri che edificarono i monasteri e le cattedrali, affinché chi ne varcava la soglia potesse sentirsi già con il corpo immerso nel mondo celeste.

preghiera di alleanza

 

ABBI A CUORE IL SIGNORE/23

La fuga dal mondo

 

Tutto ciò che il Signore ha fatto è cosa buona ed è per l’uomo. Tuttavia non sempre l’uomo sa usarne mantenendo il cuore libero. Gli appetiti disordinati possono portare a sentire un bisogno così forte di essi che solo l’impossibilità di procurarli può proteggere dal male che verrebbe dal loro uso smodato. È quello che avviene per l’uomo goloso, che non ha imparato a dominare il proprio appetito: se troverà a sua disposizione il cibo ogni volta che lo desidera, non saprà opporre resistenza alla sua brama. Perciò quando ci accorgiamo di essere facile preda di una passione, per prima cosa sarà utile stare quanto più possibile lontano da ciò che può soddisfarla. Poi, giacché la passione può essere educata, è necessario indicarle, al posto di quello materiale, un oggetto spirituale, affinché la ricerca di una soddisfazione della carne si muti in quella della consolazione dello spirito. Infine, mediante gli usi derivanti dalle virtù, educare la carne e lo spirito e aprire gli occhi sulla fonte della vera consolazione, che è il Creatore di tutte le cose e il rifugio dell’uomo debole e di vita breve.

È per questo che hai lasciato il mondo: per non essere continuamente assalito dagli attacchi della tentazione e non trovarti ad ogni passo assediato dagli stimoli della passione. Riconoscendo di essere debole e di non poter fronteggiare da solo gli assalti del mondo, come pure di essere così scarsamente padrone di te stesso da potere solo raramente e con fatica comandare alla tua carne e al tuo spirito, hai cercato rifugio tra queste mura per essere aiutato da chi prima di te ha percorso i sentieri della perfezione e può prestarti la sapienza che il Signore gli ha concesso.

Perciò non cercare nel monastero ciò che hai lasciato e non illuderti che la sua cinta sia tanto robusta da tenere del tutto lontano ciò che lusinga la passione. Dovrai con fatica e attingendo alla sapienza degli anziani, ma, ben di più, lasciandoti condurre dallo Spirito, elevare tu stesso e dentro il tuo cuore il muro più efficace contro gli attacchi: esso sarà la libertà nel Signore Gesù, come insegna il beato Paolo quando esorta a non seguire i desideri della carne, ma quelli dello spirito (cf Gal 5,16): «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). Poi aggiunge: «quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri» (Gal 5,24).