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ANNUNCIAZIONE

 

II° DOMENICA di AVVENTO anno A – Immacolata concezione

Gen 3,9-15.20; Sal 97,1.2-3ab. 3bc-4; Rm 15,4-9; Lc 1,26-38

 

 

Oggi contempliamo il disegno originario di Dio che ci sceglie e ci chiama tutti a essere santi e immacolati nell’amore.

Questa vocazione universale trova in Maria il modello e una conferma unica e particolare.

A noi però appare che l’umanità si caratterizzi piuttosto per una ostinata e radicale volontà di peccato.

La storia di cui noi facciamo esperienza è piuttosto segnata dal male e dal rifiuto di Dio, come ci racconta la prima lettura.

Il progetto di salvezza è allora fallito?

Quanto contempliamo in Maria è una speranza per tutti noi, poiché manifesta che Dio è più ostinato del peccato degli uomini e che il fine per cui siamo stati creati, rimane la comunione con Lui nell’amore.

La Vergine Immacolata è il capolavoro dell’amore gratuito di Dio e allo stesso tempo anticipazione del frutto finale che l’umanità porterà a partire dal seme buono seminato nel suo cuore.

Descrivendo lo stato d’animo di Adamo nel giardino dell’Eden, dopo la colpa, l’autore sacro del Genesi lo sintetizza in una parola: “ho avuto paura… e mi sono nascosto”.

Si tratta di una confessione che già si apre alla salvezza, perché fa conoscere all’uomo la radice della sua peccaminosità.

Tentato dalle parole del serpente, l’uomo cova il sospetto che Dio, in fin dei conti, gli tolga qualcosa della sua vita, che Dio sia un concorrente che limita la sua libertà.

La paura instilla il sospetto che noi saremo pienamente umani – e dunque liberi -soltanto quando ci saremo emancipati dal Padre.

L’uomo vive nel dubbio che l’amore di Dio crei una dipendenza e che gli sia necessario sbarazzarsi di questo legame per essere pienamente se stesso.

Non fidandosi dell’amore, l’uomo rifiuta ciò che è proprio del suo essere creatura: la relazione con l’Altro.

Però, nel tentativo di eliminare dall’orizzonte l’immagine di Dio per mettersi al suo posto, la sua vita cade nel vuoto e nella morte.

La paura di Dio, il non fidarsi del suo amore, è all’origine – in questo senso parliamo di peccato originale – di tutti gli altri peccati e delle numerose paure che vanno accumulandosi in noi.

La conseguenza è aprire gli occhi sulla propria nudità, cioè sulla propria debolezza e finitudine, percepita ormai come limite e vergogna.

Proprio in questa situazione di fallimento Dio ci cerca, per richiamarci alla nostra verità di esseri in relazione.

Al dubbio dell’uomo, risponde la volontà di Dio di fidarsi ancora dell’umanità.

Là dove Adamo pensa di non poter essere amato – nella sua creaturale limitatezza – scopre un Dio che si è fatto carne per condividere tutto della sua condizione umana.

Nell’annuncio della vittoria di un Figlio della donna contro il peccato sta l’elemento di speranza, che ci assicura che il progetto di Dio va avanti, che l’ultima parola sulla creazione e su di noi non è la morte ma l’amore.

Dio non ha rinunciato a ricreare l’armonia spezzata dalla colpa del primo Adamo, attraverso l’obbedienza del nuovo Adamo che è Cristo.

La pagina evangelica parla anch’essa di timore, ma come superamento della paura che angoscia l’uomo.

Il turbamento di Maria alle parole dell’angelo non è mosso dal dubbio, ma dalla presa di coscienza di essere di fronte a un mistero grande e divino.

Fidandosi della Parola che ascolta, Maria fa suo il progetto di salvezza di Dio.

Proprio perché svuotata dagli istinti egoistici può essere riempita della grazia, che la renderà arca santa dell’alleanza.

Maria è una donna di discernimento, capace di distinguere la voce della paura dalla voce che la invita ad accogliere l’intervento del Signore nella sua vita.

Maria ha la consapevolezza di essere amata, per questo può accogliere la parola che la invita a non temere, generando nella carne il Dio-con-noi.

Con l’incarnazione di Gesù nel grembo di Maria incomincia la guarigione dell’umanità, la vittoria della generazione della donna contro i figli del serpente.

La storia di Maria, il suo essere immacolata e santa nell’amore, è dunque il paradigma per la nostra storia.

La seconda lettura, propria della II domenica di Avvento, parla anch’essa di paura: il conflitto tra i cristiani di origine giudaica e quelli provenienti dal paganesimo nasce dal timore di perdere le proprie tradizioni, cioè la propria identità e libertà.

L’esortazione di Paolo è di custodire l’unità, cioè l’amore reciproco, che è l’azione della grazia di Dio in noi, l’unica capace di consolarci, cioè di liberarci dalla paura.

Il punto di riferimento è sempre Cristo, dei cui sentimenti siamo chiamati a rivestirci: solo lui è la nostra speranza e la nostra consolazione che ci apre il cuore al rendimento di grazie per l’opera della salvezza.

La festa dell’Immacolata, nel cammino di speranza dell’avvento, ci ricorda allora che Dio non rinuncia mai al progetto armonico e meraviglioso di farci suoi figli nel Figlio.

Maria, quale immagine della Chiesa redenta nell’amore, ci rivela la vocazione cui siamo stati chiamati tutti con il battesimo: essere santi e immacolati nella piena comunione con Dio e tra di noi.

 

O Maria, tu che rispecchi fedelmente il volto del tuo Figlio, tu dolcezza, tenerezza, bellezza, profondità di amore, donaci di assomigliarti nella fede, nella speranza, nella carità, nell’umiltà, nell’accoglienza, nella bontà verso tutti, nell’incessante preghiera e meditazione della Parola. Fa’, o Madre, che in noi si realizzi quel sogno divino di purezza che in te già risplende luminoso. Amen

M. M.