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At 12, 1 – 11; Sal 33,2-3.4-5.6-7.8-9; 2Tm 4,6-8.17-18; Mt 16, 13 – 19

 

Nella festa dei Ss Apostoli Pietro e Paolo la Chiesa invita a fare propria la fede dei Santi patroni della Chiesa di Roma, che presiede nella carità a tutte le Chiese del mondo. In particolare propone di meditare sulla professione di fede del pescatore di Galilea al quale Gesù ha affidato il suo gregge.

L’episodio narrato dal Vangelo si situa in una terra abitata da pagani; là nessuno aspetta un Messia liberatore, ma ognuno si affidava piuttosto all’opera delle proprie mani; il loro culto non era rivolto a Dio, che neppure conoscevano, ma a idoli vani, somiglianti in tutto, compreso virtù e difetti, agli uomini alla cui immagine erano stati plasmati.

In un mondo così fatto, che non attende la salvezza da Dio – e spesso neppure si interroga riguardo alla necessità di una salvezza – Gesù chiede ai suoi di pronunciarsi su di lui: «Voi chi dite che io sia?». Non gli importa tanto dell’opinione della gente, ma di quella dei suoi discepoli. È una sorta di esame di maturità: che hanno capito di lui, dopo tanto tempo di assidua frequentazione? Gli altri, in Israele, quelli che hanno ascoltato la parola e hanno visto i miracoli, quelli che hanno mantenuta viva nel cuore la fiducia in Dio che soccorre il suo Popolo vanno con la memoria a ciò che hanno appreso fin dall’infanzia, ai grandi personaggi del passato per mezzo dei quali Dio ha sostenuto il Popolo nella prova: Elia, Geremia, un profeta; c’è pure chi si spinge oltre e pensa che in Gesù riviva il Battista, un personaggio dalla parola forte e severa, impavido dinanzi ai potenti, e che Erode aveva messo a morte.

Qui è ai Dodici, che ha portato in disparte e che non possono nascondersi aspettando che altri risponda al loro posto, che Gesù pone la domanda fondamentale. La risposta che daranno rivelerà i pensieri del loro cuore. Adesso i Dodici sono costretti a domandarsi perché hanno seguito Gesù, che cosa si aspettano da lui … chi è Gesù per loro.

Pietro risponde per tutti dicendo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Ciò che afferma è vero, ma egli non coglie appieno il senso profondo di ciò che ha appena affermato e le sue parole risentono tanto delle attese popolari, che concepivano il Messia come un capo capace di ridare Israele lo splendore del tempo antico e soprattutto di rinnovare il culto, di fare giustizia e di conquistare la libertà e l’onore tra le nazioni. Egli manifesta la sua fede in Gesù, ma è ancora prigioniero del modo comune di pensare, che è anche il suo; infatti lascia intuire che si aspetta che egli operi presto per la liberazione dal male e la trasformazione della storia con la potenza della parola e dei miracoli.

La domanda che Gesù ha posto ai Dodici attraversa le generazioni. E molte sono state e continuano ad essere le risposte.

Ci sono dei momenti nella vita nei quali ognuno avverte che Gesù pone la domanda a lui in modo diretto; sono quelli nei quali si deve scegliere se fidarsi di lui oppure no: si crede veramente che lui salva o si preferisce salvarsi da soli?

Su Gesù si sono sentite tante cose; la predicazione della Chiesa e la sua teologia hanno tracciato un quadro complesso e affascinante, ma, alla fine, si crede veramente che Gesù è vivo e che la prospettiva di vita che indica è quella della felicità che dura? Si è disposti a fidarsi di lui così da lasciarsi guidare? Si conserva in cuore la certezza che le sorti della storia, nonostante le apparenze, sono nelle sue mani?

A Pietro che con la sua generosa sicurezza impastata di tante idee ancora bisognose di “conversione” lo proclama «Cristo e Figlio di Dio» Gesù annuncia che questa certezza è dono del Padre. Poi aggiunge che su di essa si reggerà la comunità che egli intende radunare. E conclude affidandogli le «chiavi del regno». Sono le chiavi della pace dono della Pasqua: quella che nasce da un cuore riconciliato e che sa e sente di essere stato cercato e amato da Dio. E questa esperienza passa attraverso la comunione tra i fratelli.

La dichiarazione di Pietro attinge forza dalla sua particolare esperienza del Signore, dalle risonanze che avevano avuto in lui i suoi insegnamenti, che si possono riconoscere sintetizzati nel discorso della montagna; Pietro nei miracoli aveva visto con i propri occhi la potenza della Parola. Eppure neppure ciò che aveva udito e visto poteva essere sufficiente per giungere alla dichiarazione che aveva fatto. Perché la capacità di riconoscere Gesù come Messia, Figlio di Dio e Salvatore dell’uomo può venire solo dal Padre: Pietro è stato illuminato dal Padre perché solo il Padre conosce il Figlio e comunica questa sublime conoscenza solamente a chi vuole (cf Mt 11,27), ai piccoli, che non presumono di sé, ma hanno imparato a fidarsi con semplicità. S. Paolo, dal canto suo, dirà: «Nessuno può dire: Gesù è il Signore, se non sotto l’azione dello. Spirito. Vieni, Spirito Santo» (1 Cor 12,3).

Ora la rivelazione concessa dal Padre a Pietro appartiene alla Chiesa, che la ripete e la proclama con vigore. Ma resterà solo una nozione catechistica, se il cuore non sarà illuminato dallo Spirito santo. Ed è qui che il dono dello Spirito si salda con l’esperienza: egli viene incontro all’uomo che si è posto al seguito e alla scuola di Gesù e lo illumina; l’esperienza del discepolo è illuminata dallo Spirito santo, che lo porta alla conoscenza perfetta della verità, sicché ciò che prima era compreso con la mente viene percepito dal cuore con una certezza infinitamente più forte di quella che può derivare da un ragionamento rigoroso. S. Tommaso, in un famoso inno che gli viene attribuito e in cui canta l’esperienza dell’amore di Dio, dice: «Nessuno è capace di dire, né le parole posso esprime compiutamente quanto sia sublime amare Gesù, lo può intuire solamente chi l’ha provato» (Nec lingua potest dicere /nec littera exprimere / expertus potest credere / quid sit Jesum diligere).

Egli è veramente il Messia e Figlio di Dio, ma nella storia apparirà come un perdente. Egli è veramente il salvatore e liberatore dell’uomo, ma sarà in balia dei capi del suo popolo.

Si comprende la reazione di Pietro, narrata nel seguito del testo: com’è possibile essere il Messia e mettersi nelle mani degli uomini fino ad essere disprezzato, rifiutato e infamato con la morte di croce? Se il Messia è Figlio di Dio, non può essere nello stesso tempo un reietto.

A Pietro e agli altri è richiesta una conversione molto più forte e radicale di quella compiuta nel momento in cui lasciarono tutto per seguire Gesù. Qui si tratta di continuare a seguire Uno che le categorie umane non bastano a comprendere; uno che rovescia le prospettive per cui chi ama la vita la perde e chi la perde la guadagna. Questo significa che la salvezza e la liberazione che egli è venuto a compiere si svolge su un piano diverso rispetto a quello che sarebbe apprezzato nella storia. Non si tratterà di restituire a Israele la grandezza dell’età dell’oro, ma di aprire una prospettiva in cui la vita non è più stimata per la forza e lo splendore di cui si ammanta, ma per l’amore con cui è spesa. Perciò Dio si compiace in Gesù e lo accredita come il figlio prediletto, benché gli uomini lo disprezzino.

Gesù chiede ai discepoli di convertirsi a un’idea di Dio diversa, a una differente idea di salvezza e di liberazione. Dove certamente vi è un rilievo per la storia, ma in cui vi è soprattutto un differente rapporto con Dio, i cui prodigi non sono più le cose mirabolanti narrate dai Padri che avevano attraversato il deserto e incontrato Dio al Sinai, ma la fedeltà nell’amore, che continua ad amare l’uomo peccatore anche mentre egli infierisce su di lui. Gesù chiede di convertirsi a un Dio che ama i pubblicani, i peccatori, i discepoli in fuga, i Giuda che lo vendono per trenta denari, quelli che deridono la sua impotenza, quelli che se ne vanno scuotendo il capo, delusi … Un Dio che non si stanca dell’uomo e delle sue debolezze, ma si conserva benigno e paziente, lento all’ira e grande nell’amore.

La promozione della giustizia così come la si può comprendere da uomini giusti e onesti, non è ancora il punto di arrivo. E non è che un pallido segno del Regno che verrà.

Gesù non salva nel modo che ognuno si aspetta, ma introducendo i discepoli nella volontà del Padre, che ama la vita e la dona in abbondanza a chi ha saputo metterla in gioco per compiere la sua volontà.

La liberazione sperata e attesa consisterà nell’entrare vitalmente nella volontà del Padre fondendo con essa la propria, così da imparare a volere ciò che egli vuole e da vivere della sua vita, perché l’uomo non vive di solo pane, ma di tutto ciò che esce dalla bocca di Dio, il quale, con amore infinito, non cessa di dire al suo popolo: «Ascolta, Israele, mia eredità e mia sposa, amata del mio cuore!». Nel Regno entrerà chi avrà “scoperto” che niente può separare dall’amore di Dio: non le ingiustizie degli uomini, non le condizioni più umilianti, non le sconfitte dei progetti più generosi… perché con la sua passione Gesù ha redento anche questo. E chi sta con lui sarà consolato nella condivisione della sua sorte, anche se nel tempo potrà essere la più sventurata. Perché la vita, tutta intera, per il credente non è che “celebrazione” del suo Battesimo/immersione nel Mistero di Cristo.

La salvezza e la liberazione sono un dono riservato a coloro che amano il Signore e lo cercano; a coloro che, da veri Israeliti, ascoltano la parola di Dio senza manipolarla, ma la custodiscono in un cuore retto e sincero, ne accettano la durezza, si lasciano giudicare da essa per attingere la grazia della conversione e ne gustano la dolcezza, perché la Parola di Dio ferisce e risana, ammonisce e consola.