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Es 34,4b-6.8-9; Sal Dn 3,52.53.54.55.56; 2Cor 13,11-13; Gv 3, 16-18

In questa domenica la Chiesa si ferma per contemplare il Mistero principale della fede cristiana, cioè l’unità e trinità di Dio. I Padri della Chiesa hanno steso pagine mirabili (e complesse) per illustrare questa verità. Ma forse è dall’esperienza dei mistici che si può attingere l’alimento più gustoso per chi desidera conoscere il Signore. Ecco di seguito tre brani di Autori diversi e ben noti.

Il primo è S. Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù; nella sua Autobiografia (dettata e resa dallo scrivano in terza persona), dice: «[Il Pellegrino] Sentiva profonda devozione verso la santissima Trinità. (…). Un giorno, mentre sui gradini del convento recitava l’ufficio di nostra Signora, la sua mente cominciò ad essere rapita: era come se vedesse la santissima Trinità sotto figura di tre tasti d’organo; e questo con un profluvio di lacrime e di singhiozzi incontenibili. Quel mattino prese parte a una processione che partiva di là; e non riuscì un solo istante a trattenere le lacrime fino all’ora del pranzo. Dopo pranzo non riusciva a parlare d’altro che della santissima Trinità, portando molti paragoni e molto diversi, e sentendo profonda gioia e consolazione. Questa esperienza gli è rimasta così impressa per tutta la vita da sentire poi sempre intensa devozione nel rivolgere la sua preghiera alla santissima Trinità», S. Ignazio, Autobiografia, [28].

Il secondo testo è di S. Teresa di Gesù, riformatrice del Carmelo. Essa descrive l’itinerario dell’anima che attraverso l’orazione entra sempre più addentro nel Castello interiore, fino a giungere alla stanza più interna, nella quale abita il Re: «Ma qui  [nella stanza più interna del castello interiore, cioè dell’anima] la cosa è diversa. Il nostro buon Dio vuol levarle le squame dagli occhi, affinché veda ed intenda qualche cosa della grazia che sta per farle, e ciò in un modo assai strano. Una volta introdotta in questa stanza, le si scoprono, in visione intellettuale, le tre Persone della santissima Trinità, come in una rappresentazione della verità, in mezzo a un incendio, simile a una nube risplendentissima che viene al suo spirito. Le tre Persone si vedono distintamente, e l’anima, per una nozione ammirabile di cui viene favorita, conosce con certezza assoluta che tutte e tre sono una sola sostanza, una sola potenza, una sola sapienza, un solo Dio. Ciò che crediamo per fede, ella lo conosce quasi per vista, benché non con gli occhi del corpo né con quelli dell’anima, non essendo visione immaginaria. Qui le tre Persone si comunicano con lei, le parlano e le fanno intendere le parole con cui il Signore disse nel Vangelo che Egli col Padre e con lo Spirito Santo scende ad abitare nell’anima che lo ama ed osserva i suoi comandamenti (cf Gv 14). O Dio! Che differenza udire e credere a queste parole dall’intenderne la verità nel modo che ho detto! Lo stupore dell’anima va ogni giorno aumentando, perché le pare che le tre divine Persone non l’abbandonino più. Le vede risiedere nel suo interno, nella maniera già detta, e sente la loro divina compagnia nella parte più intima di se stessa, come in un abisso molto profondo che per difetto di scienza non sa definire.» Teresa d’Avila, Castello interiore, settima stanza, cap. 1, 6-7.

Il terzo testo è preso dagli scritti di S. Elisabetta della Trinità, carmelitana nel Monastero di Digione in Francia. È un’elevazione spirituale altissima: «Mio Dio, Trinità che adoro, aiutatemi a dimenticarmi interamente, per fissarmi in voi, immobile e quieta come se la mia anima fosse già nell’eternità; che nulla possa turbare la mia pace o farmi uscire da voi, mio immutabile Bene, ma che ogni istante mi porti più addentro nella profondità del vostro mistero. Pacificate la mia anima, fatene il vostro cielo, la vostra dimora preferita e il luogo del riposo; che io non vi lasci mai solo, ma sia là tutta quanta, tutta desta nella mia fede, tutta in adorazione, tutta abbandonata alla vostra azione creatrice. O mio amato Cristo, crocifisso per amore, vorrei essere una sposa del vostro Cuore; vorrei coprirvi di gloria e vi chiedo di rivestirmi di Voi stesso, di immedesimare la mia anima con tutti i movimenti della vostra Anima, di sommergermi, d’invadermi, di sostituirvi a me, affinché la mia vita non sia che un’irradiazione della vostra vita. Venite nella mia anima come Adoratore, come Riparatore e come Salvatore. O Verbo Eterno, Parola del mio Dio, voglio passare la mia vita ad ascoltarvi; voglio farmi tutta docilità per imparare tutto da voi. Poi, attraverso tutte le notti, tutti i vuoti, tutte le impotenze, voglio fissare sempre Voi e restare sotto la vostra grande luce. O mio Astro amato, incantatemi, perché non possa più uscire dallo splendore dei vostri raggi. O Fuoco consumatore, Spirito d’amore, scendete sopra di me, affinché si faccia della mia anima come un’incarnazione del Verbo, ed io sia per Lui un’aggiunta d’umanità nella quale Egli rinnovi tutto il suo mistero. E Voi, o Padre, chinatevi sulla vostra piccola creatura, copritela con la vostra ombra, e non guardate in lei che il Diletto nel quale avete riposto tutte le vostre compiacenze. O miei TRE, mio Tutto, mia Beatitudine, Solitudine infinita, Immensità in cui mi perdo, mi consegno a Voi come una preda. Seppellitevi in me, perché io mi seppellisca in Voi, in attesa di venite a contemplare, nella vostra luce, l’abisso delle vostre grandezze.» Elisabetta della Trinità, Elevazione alla SS. Trinità.

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 Il testo del Vangelo di Giovanni proposto in questa domenica parla di Dio e dell’amore che egli nutre per l’opera delle sue mani; un amore sorprendente, che lascia attoniti.

Nella prima Lettera di Giovanni si legge che «Dio è amore» (cf 1Gv 4,8 ). Un’immagine di Dio molto lontana da quella che i pagani hanno dei loro dei. Quella definizione spinge a cercare di conoscere Dio fissando lo sguardo sulla natura e sulla dinamica dell’amore, che è tensione, comunione, uscita da sé, dono, vita.

Gesù ha parlato di Dio chiamandolo Padre. Anzi egli ha usato in maniera del tutto singolare l’espressione «Padre mio» rivolgendosi, infine, a lui con una confidenza smisurata. E ha parlato dello Spirito che avrebbe donato alla sua Chiesa; ne ha parlato come di un suo inviato, che avrebbe dato cuore ai pavidi e li avrebbe assistiti nel compito di continuare l’opera che egli aveva iniziato. Alla scuola di Gesù pertanto, si conoscono le Persone che compongono la Comunità divina. I teologi hanno cercato di esprimere con parole umane il Mistero che avevano contemplato e hanno sintetizzato la fede della Chiesa nell’espressione: «Dio è uno solo, in tre Persone, uguali e distinte: il Padre, il Figlio e lo Spirito santo».

Dio è amore, comunione fra le tre Persone divine: il Padre ama come se stesso il Figlio che ha generato dall’eternità; allo stesso modo, il Figlio ama il Padre. Da questa ineffabile reciproca tensione spira lo Spirito Santo. La Trinità è la Comunità esemplare, il fuoco da cui viene acceso ogni fuoco; è fonte di vita incontenibile e zampillante; è festa e consolazione; è desiderio del cuore di ogni uomo e termine verso il quale ogni creatura tende. È questo, dunque, l’amore che la creatura sperimenta nei benefici che la raggiungono. E il primo di essi è il dono della partecipazione alla vita stessa di Dio. Questo è avvenuto mediate il Battesimo, per il quale il Padre riconosce in colui che è stato immerso nella morte e risurrezione del Signore un figlio.

La sequela del Figlio, la volontà di vivere i suoi stessi sentimenti, per la forza dello Spirito santo che la porta alla comunione perfetta con lui, trasforma realmente la creatura. Chi osserva la Parola diviene la casa di Dio, secondo quanto dice Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23).

Chi vuole conoscere Dio e contemplare intimamente le tre divine Persone deve custodire gli insegnamenti di Gesù. La sua parola è viva e chi l’accoglie nel cuore ne è inebriato, perché in essa è presente e opera lo Spirito santo, che cinge la creatura per la grande lotta della vita e la spinge nella passione, morte e resurrezione del Signore; così che il discepolo di Gesù comprende la propria vita come “dramma sacro”: mentre è avvolto e travolto dalla storia degli uomini, vive in sé – spesso senza rendersene conto – il mistero della vita vissuta da Cristo dinanzi allo sguardo del Padre, che nel Figlio incarnato contempla il compimento della creazione, in lui gusta l’amore obbediente e questo abbandono fiducioso del Figlio nelle mani del Padre suscita nel suo cuore il turbine di Amore che avvolge tutto il creato e gli dà vita.

Allora colui che per grazia può “vedere” nella storia che lo plasma e lo segna questo mistero ineffabile, comprende che la sua vita concreta, la sua persona, benché povera, è il luogo sicuro nel quale può incontrare e adorare Dio. E vivrà volentieri tutto ciò che gli accade, comprendendo che in esso – anche in esso – Dio si rivela a lui e al mondo.

Tornando al testo del Vangelo, si vede che mentre i pagani immolano sacrifici agli dei per saziarli, calmarne l’ira e ottenerne i favori, il Padre non vuole nulla dall’uomo. Gesù insegna che Dio non ha bisogno dei sacrifici degli uomini. Egli ama le sue creature – e l’amore per sua natura nasce dall’esuberanza del cuore e non pretende una contropartita –; Dio ama al punto da «dare il suo Figlio unigenito»: è Dio, dunque, che nutre l’uomo di un cibo che viene dal cielo e gli infonde la vita divina. Il verbo “dare” allude infatti al sacrificio: il Cibo sacrificale che Dio dà agli uomini infonderà in loro la vita eterna (cioè una vita come quella di Dio stesso); agli uomini è chiesto di accogliere questo dono aderendo alla Sapienza di Gesù e conformandosi al suo insegnamento; il testo infatti continua: «perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna»; Dio non ha creato per la morte, ma per la vita e vuole che l’uomo viva.

Pertanto Gesù si è fatto uomo perché ogni creatura conosca il Dio della gloria, perché ne sia affascinato e avvinto e sia trasfigurato dall’amore per un Dio così grande e così buono.

S. Ignazio mette a fuoco lo scopo della vita dicendo: «L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e così raggiungere la salvezza; le altre realtà di questo mondo sono create per l’uomo e per aiutarlo a conseguire il fine per cui è creato» (EESS 23). La conoscenza di Dio come S. Ignazio la intende non si riduce a un fatto intellettuale; è piuttosto quella conoscenza che sorge dal sentire e gustare intimamente il dono che il Signore fa di sé a colui che cerca di custodire e mettere in pratica la Parola. E colui che opera misteriosamente questo incontro è lo Spirito Santo, che Gesù ha effuso sulla Chiesa perché continui la sua missione.