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Dt 4, 32-34. 39-40. Sal. 32, 4-5. 6 e 9. 18-19. 20 e 22. Rm 8, 14-17. Mt 28, 16-20.

 

In questa domenica la liturgia richiama l’attenzione della Comunità sul primo dei misteri principali della fede, cioè l’unità e la trinità di Dio (il secondo è l’incarnazione, la passione, la morte e la risurrezione del Figlio di Dio, Gesù Cristo nostro Signore).

È Gesù che ha manifestato compiutamente questo mistero; egli ha parlato di Dio insegnando a chiamarlo Padre e a rivolgersi a lui con fiducia di figli; ha parlato di sé come del Figlio che il Padre ha generato e mandato nel mondo per rivelarlo agli uomini e ha promesso e inviato lo Spirito santo per donare una sapienza che può venire solo dall’alto, per mezzo della quale il cuor si apre alla conoscenza delle cose invisibili; egli sostiene la Chiesa nella sua missione. La Chiesa perciò professa che Dio è uno solo, in tre persone uguali e distinte. Il nostro Dio non è solitario, ma è comunione amorosa: una sorgente inesauribile di vita dalla quale è sgorgata la ricchezza della creazione.

Per aiutare la contemplazione di questo Mistero viene proposto il testo di Mt 28,16-20; in esso si legge che Gesù ha comandato ai suoi apostoli non solamente di insegnare quanto essi avevano appreso da lui, ma anche e soprattutto di “immergere” ognuno di quelli venuti alla fede nel Mistero stesso di Dio mediante il Battesimo. Esso è un sacramento, cioè uno di quei “segni” che il Signore ha voluto rendere mezzo efficace della “grazia”, cioè della potenza della sua vita divina, che in questo modi raggiunge e investe con certezza la creatura. Ma se anche il Signore può comunicare in modo diretto, è vero però che ordinariamente è attraverso l’azione della Comunità che la realtà dei gesti sacramentali prende forma visibile e sensibile.

Allora si potrebbe dire che adorando il Mistero della Trinità di Dio la Comunità contempla la “comunità esemplare”, il modello di ogni comunione, e quanto più la adora, tanto più viene trasformata divenendo un grembo dal quale ogni creatura può rinascere alla vita di Dio, maturando una comprensione delle cose e vivendo affetti che donano alla vita quotidiana un nuovo sapore facendo intuire come Dio ha immaginato il mondo fin dall’inizio. Perciò contemplando la Trinità di Dio si alimenta la speranza e si impara la carità.

Il Padre, infatti, è amore ardente e genera il Figlio uguale a sé, come lui amore incontenibile, e lo ama e ne è riamato: questo amore increato che dall’eternità fluisce dal Padre e dal Figlio è una persona viva come il Padre e il Figlio dai quali procede. La Trinità, dunque, è comunione ardente d’amore che come una fiamma inesauribile incessantemente guizza in forme sempre nuove e non si sazia che consumandosi. È da questa pienezza che ha tratto origine tutto ciò che è stato creato; questo amore strappa la creatura alla morte perché viva per sempre presso Dio; è questo amore che santifica e rende capace di riconoscere il volto sublime dell’Autore di ogni cosa, di gioire di lui e di vivere in lui.

La Chiesa, sostenuta dallo Spirito santo, custodisce ed esprimere il Mistero della Trinità nella formula del Credo che viene consegnato, quale espressione perfetta della fede, a coloro che sono rinati in Cristo mediante il Sacramento del Battesimo. Ma ogni battezzato deve mantenere viva la fede che ha ricevuto in dono alimentandola alla fonte viva della Parola di Dio. Ogni cristiano perciò è invitato a mettersi alla scuola di Gesù ripercorrendo il cammino degli apostoli, fino alla Pasqua del Signore, e poi testimoniare ai fratelli ciò che ha imparato a conoscere per esperienza nello Spirito.

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I discepoli tornano in Galilea. Tutto riprende da dove era iniziato. Ormai Gesù non è più fisicamente con loro e la solitudine si fa sentire, con tutto il peso delle incertezze che accompagnano i primi passi di una Comunità senza più un «capo» che la guidi e ne prenda le difese al momento opportuno. Adesso bisogna imparare a riconoscere il Maestro presente in mezzo ai suoi in maniera diversa. Gesù aveva detto: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20); ogni volta che il discepolo stabilisce con un fratello una relazione segnata dalla carità, il Signore si rende presente, opera, trasforma, converte…

La “Galilea delle genti”, la regione semipagana nella quale si incontrano razze, culture e religioni, è il luogo in cui tutto riprende vita. L’evento che fonda tutto ― la risurrezione ― è avvenuto a Gerusalemme; ma la lunga marcia del Vangelo inizia dalla Galilea, dove Gesù aveva incominciato la sua missione e dove gli apostoli lo avevano incontrato e ne erano diventati discepoli. La vita quotidiana, con le sue fatiche e le sue contraddizioni; fra gli incontri, talvolta inquietanti, che compongono il complesso mosaico dei giorni, è il «luogo» concreto in cui i suoi incontreranno di nuovo Gesù, dopo la tremenda esperienza della croce e quella, resa incerta dal dubbio, della resurrezione.

Gesù incontra gli apostoli in Galilea, «sul monte che Gesù aveva loro fissato»; alcune caratteristiche del racconto ricordano quello della trasfigurazione (Mt 17,1-8); In ogni caso il «monte» è sempre il luogo alto e remoto nel quale Dio incontra l’uomo: sul Sinai egli si è manifestato a Mosè e gli ha affidato le tavole per il suo popolo; sul Moria Abramo ha conosciuto la fedeltà di Dio; sul Calvario si è manifestato l’Amore del Padre per il mondo. Sul monte della fatica e dell’ansia quotidiana l’uomo può incontrare Dio.

Gli apostoli si prostrano, come si fa solo dinanzi a Dio. A questo atteggiamento di adorazione si accompagna però una fede ancora incerta: «alcuni però dubitavano». È veramente un fatto singolare, non a caso ricordato dall’Evangelista; infatti l’esperienza degli Apostoli è largamente condivisa da ogni credente. Per i Dodici (ora: gli Undici) era ancora aperta e sanguinante nei cuori la piaga della sconfitta e la paura di un nuovo “tradimento” delle loro attese. Per i credenti di ogni tempo, l’esperienza della sequela, presto o tardi, li porta ad incontrare la croce, un evento che cambia il modo di guardare tutto e anche Dio stesso e la sua salvezza, sicché rimane sempre latente la tentazione di «vedere» il Signore come «un fantasma», cioè come una realtà evanescente, ambigua e inquietante. È la fatica del cristiano: vivere la fede continuamente insidiata dal dubbio.

Con tutto ciò, a questo gruppo di uomini smarriti e senza alcun sostegno Gesù affida la missione in termini molto precisi: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato». D’ora innanzi essi dovranno essere dei pellegrini della Parola (cf Mt 10,1-15); andranno in fretta, senza denaro e senza alcuna difesa, come fa chi fugge dinanzi a una persecuzione (cf Mt 10,23); non avranno casa, ma alloggeranno presso coloro che li accoglieranno; non possederanno altro che il messaggio di cui sono portatori e per la loro sussistenza potranno contare sulla condivisione di chi vi presterà orecchio.

Il loro compito sarà «ammaestrare», cioè rendere esperti gli uomini di ogni razza e di ogni lingua, su tutto ciò che Gesù ha detto loro; perché «ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52). Il discepolo, continuando il magistero di Gesù, ripeterà ciò che ha visto e udito; ripeterà senza stancarsi, anche a costo di apparire ingenuo, quel «beati…» che inaugura un modo diverso e nuovo di concepire la vita (cf Mt 5,3ss); aprirà la mente a una legge diversa e più perfetta dell’antica; insegnerà a dare culto a Dio con cuore sincero e senza apparire (cf Mt 6,1ss); inviterà ad affidarsi a Dio, che è Padre provvido, e parlerà del Regno, cioè di come Dio vuole il mondo e la convivenza tra gli uomini, ed esorterà a mettere in pratica i comandamenti di Gesù, perché in essi c’è la gioia di vivere e perché egli sia manifestato Padre buono e misericordioso; nello stesso tempo però ammonirà chi l’ascolta a non coltivare illusioni, perché il Regno è la perla di grande valore di cui ogni cuore sincero va in cerca, ma umile… è come un granello di senape! (Mt 13,31-32), e sulla terra potrà essere gustato solo nel «segno», il suo compimento, infatti, è riservato al giorno il cui il Signore tornerà per regnare sovrano su ogni cosa resa finalmente nuova.

Ma la missione degli apostoli non sarà solamente quella di istruire; essi dovranno anche «battezzare» «nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo»: all’apertura della mente e del cuore dovrà seguire l’immersione nel mistero di Dio, l’innesto nella sua stessa vita, perché gli uomini vivano di lui. Perché la vera conoscenza non è questione dell’intelletto, ma è dono dello Spirito santo e passa per l’esperienza. È la Parola vissuta nella sua radicalità che apre alla percezione della sua verità più profonda: il dono dello Spirito si intreccia con la ricerca sincera della creatura.

Paolo esclama: «O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati (=immersi) nella sua morte? Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova.» (Rm 6,3-4). E, nella Lettera ai Galati: «Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo.» (Gal 3,27).

Il battesimo realizza la comunione dell’uomo con Dio, «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, … Poiché di lui stirpe noi siamo» (At 17,28). Questa comunione, stabilita nell’atto sacramentale dell’immersione nell’acqua, attende di essere realizzata e gustata vivendo quotidianamente nella propria carne il mistero della morte e resurrezione del Signore. È la realtà nella quale l’uomo vive per la sua condizione, ma che il battezzato trasfigura in sé, così da diventare agli occhi del Padre il «sacramento» del Figlio immolato come sacrificio di soave odore: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.» (Rm 12,1-2).

Il compito del discepolo dunque è di far conoscere Dio e di introdurre ognuno nella vita di Dio mediante la conoscenza del Figlio e la partecipazione all’offerta che egli fa di sé al Padre, cioè nella dinamica dell’amore delle divine Persone. Questo è reso possibile dal dono dello Spirito effuso nel cuore di chi avrà aderito alla predicazione. Ma come potrà un uomo assumersi un simile compito? Gesù rassicura: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Allora la festa della Santissima Trinità non conduce solamente alla contemplazione del mistero ineffabile di Dio, ma richiama al cuore spesso della vita e di ogni vita, introduce nella fonte e nella meta di ogni creatura, che scopre di appartenere al Signore buono e pietoso, misericordioso e provvido… la creatura riprende coscienza di essere “vivente”. Cessa ogni ribellione alla vita in questo mondo a motivo delle contraddizioni e del dolore, perché già si è nella patria.