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Tel: 06 69 70 01 (centralino) - 06 69 91 653 (emergenze) - Anno Santo della Misericordia

Ap 7,2-4.9-14; Sal 23,1-2.3-4ab.5-6; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12

Ormai al termine dell’anno liturgico, la Chiesa invita a porre l’attenzione sul mistero della comunione dei santi, la resurrezione dei morti e della vita del mondo che verrà. Nella recita del credo si passa velocemente su queste espressioni e raramente capita di riflettervi, eppure vanno al cuore della vita cristiana e sono portatrici di grande consolazione.

Nelle valli dell’Alto Adige è molto comune vedere attorno alle Chiese i cimiteri; non di rado vi si passa attraverso per raggiungere l’ingresso della Chiesa; ma non trasmettono tristezza; le tombe in genere non sono ornate di marmi, ma su ognuna, accanto alla croce, abitualmente sono piantati dei fiori che fanno pensare alla vita. La Comunità che alla domenica si raduna per celebrare i Misteri sente con molta naturalezza di essere parte di una Comunità più grande formata dai Santi ai quali la loro Chiesa è dedicata, quelli ai quali si porta una particolare devozioni e tutti i Santi del Paradiso; ma vi appartengono anche quelli che hanno pregato in quella Chiesa nelle generazioni passate e che ora riposano nel cimitero li accanto. Nelle città, dove sorgono Chiese monumentali, i morti sono sepolti nelle Cappelle o sotto le lastre che pavimentano l’edificio. Si smise questa consuetudine soltanto quando Napoleone impose la legge che la proibiva. L’idea era che la Comunità è una ed è fatti di viventi: quelli che già vivono presso Dio – sono i Santi portati come esempio –, quelli che già vivono nell’eternità, alcuni dei quali abbiamo conosciuto perché membri della nostra famiglia o amici, e riposano nei cimiteri; infine quelli – e noi siamo tra essi – che sono chiamati ora a testimoniare con la parola e con la vita la fede ricevuta in dono. Le generazioni sono unite dall’unica fede e dall’amore col quale Dio custodisce ognuno; egli infatti è un Dio fedele che non abbandona nessuno nella morte, ma vuole che le sue creature vivano presso di lui per sempre. Alla fine dei tempi coloro che avranno creduto risorgeranno, così come Gesù è risorto. Come sarà la vita da risorti nessuno lo sa: è un mistero nascosto nel cuore di Dio; sappiamo però che sarà bella come l’amore.

Nel giorno di tutti i Santi siamo invitati a fermarci sul discorso della montagna: una pagina sublime e inquietante. Gesù proclama beato colui che nella situazione presente segnata dal male sa mantenere il cuore orientato fermamente a Dio coltivando i suoi stessi sentimenti e desideri. Non viene benedetta la storia in cui l’uomo viene umiliato, ma l’uomo, che sarà riscattato da Dio: il suo diritto alla felicità, troverà una risposta definitiva. Il regno dei cieli, cioè Dio stesso, è già da ora l’eredità dei poveri di spirito, cioè di coloro che non si lasciano catturare dalla brama della ricchezza e del potere; un giorno essi potranno contemplare Dio faccia a faccia e il loro cuore finalmente sarà sazio e in pace. Questo testo è l’elogio della pazienza e della tenacia; è l’annuncio di un futuro che è alle porte e che gli uomini di buona volontà possono realizzare con la capacità che viene loro da Dio.

Ma il futuro annunciato da Gesù, quando giungerà?

Questa parola di Gesù è un giudizio sulla storia e smaschera l’illusione di chi confida nella propria forza per prendersi gioco di Dio e del suo popolo. E accende una luce che consente di vedere come già ora nel mondo ci sono i segni della primavera di Dio: «Ecco, faccio una cosa nuova … non ve ne accorgete?» (Is 43,19).

Quando Mosè, sospinto dallo Spirito di Dio, tornò in Egitto e annunciò ai suoi fratelli che il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe non si era dimenticato di loro e provava profonda compassione vedendoli oppressi, così da volere la loro liberazione, Israele si riscosse e comprese che la situazione di schiavitù non era un castigo di Dio, ma nasceva dalla malvagità degli uomini il cui potere si fondava sull’autorità di dei falsi. Sapendo di avere Dio alla propria destra gli Ebrei ritrovarono la dignità e il coraggio di opporsi al Faraone e di pretendere dignità. Lasciarono il Paese più forte e progredito che si fosse mai veduto sulla terra, quello che tutti temevano per la sua potenza e ammiravano per il suo splendore; presero la via della libertà e affrontarono il deserto.

Non fu facile, perché molti, lungo il cammino, appesantiti dalle difficoltà, ritennero che, in fondo, la schiavitù avesse i suoi vantaggi perché almeno assicurava il pane. Più tardi il popolo intero fu tentato di tornare indietro. La libertà ha un prezzo alto, ma ne vale la pena. Dio aveva preparato una terra. Era tutta da conquistare, ma sarebbe stata la terra dove ognuno avrebbe potuto vivere da uomo libero, dove nessuno avrebbe potuto vantare il diritto di dominare sull’altro e dove ognuno avrebbe potuto magiare il proprio pane all’ombra della vigna piantata dalle sue mani.

Quanto Gesù afferma nel discorso della montagna cambia la prospettiva di chi nella storia vive un destino di oppressione. Infatti gli viene annunziato che la storia che non riconosce la dignità della persona, che ne umilia le attese e non ne onora i diritti non è opera di Dio, perciò nessuno può appellarsi alla sua autorità per giustificarla. Essa è piuttosto il prodotto della durezza di cuore degli uomini. Dio non si unisce mai agli oppressori che schiacciano il capo degli umili e dei diseredati; egli piuttosto prova compassione per chi è nell’affanno e si pone al suo fianco per sostenerlo nella lotta che deve intraprendere con coraggio per riscattarsi da una condizione indegna di figli di Dio.

Il discorso della montagna è un appello agli umili della terra perché diventino un popolo e si impegnino a inventare una storia nuova immaginata e desiderata con un cuore che vibra degli stessi sentimenti di Dio. Anche i deboli possono fare cose grandi perché in essi il desiderio di riscatto è alimentato dall’attesa certa del ritorno del Re vittorioso; a guidarli è la speranza nella fedeltà del Signore risorto. Ci riusciranno se si lasceranno guidare dallo Spirito di Dio. Concretamente significa che dovranno mantenere ben saldi nel cuore quei medesimi sentimenti che sono propri di Gesù e che qui vengono elencati: la povertà di spirito, cioè il distacco da ogni avidità, la compassione per l’uomo, la mitezza, la fame e sete di giustizia, un cuore sincero che rifiuta la doppiezza, l’amore e l’impegno per la pace, la fermezza nella prova, così da non indietreggiare davanti alla persecuzione … perché è certo che verrà: i potenti e i benpensanti non potranno sopportare che gli ultimi, i cafoni, gli ignoranti, quelli che non sanno apprezzare l’ordine e l’istituzione pretendano di esprimere la loro critica a ciò che li esclude. Non lo sopporteranno neppure se essa sarà appena sussurrata. Essi sono bensì disposti a donare piamente le briciole della loro mensa e a soccorrere chi chiede umilmente l’aiuto, ma riguardano come arroganti e ingrati quelli che domandano rispetto per la giustizia e per la loro dignità. Ma non potranno mai accettare che l’umile reclami come un diritto ciò che essi sarebbero ben lieti di concedere solamente come un favore.

Bisogna riconoscere che molte volte chi era più fortunato ha avuto la sfrontatezza di imputare ai poveri la loro sventura, sostenuto spesso dall’incapacità di chi conosce bensì il proprio bisogno, ma è maldestro nel cercarvi risposta o non ne ha i mezzi, né la forza. Accade di frequente anche tra i cristiani devoti. Ma Gesù, che parlava a gente non di molto diversa da quella che oggi non ha a chi rivolgersi per dire la propria fatica, si esprime in modo diverso e sorprendente: quei cafoni sono dei benedetti perché nei loro cuori vi è un’ansia di giustizia sconosciuta a chi, stando al sicuro, è incline piuttosto a difendere il suo che non ad unirsi a chi domanda un po’ di spazio per vivere.

I santi allora sono non solamente quelli che la Chiesa propone come esempi da imitare: questi hanno già vissuto il loro impegno cristiano, hanno già fatto la loro parte nella storia. I santi sono quelli che prendono sul serio il Vangelo oggi e a mani nude e senza gridare si presentano ai Faraoni di oggi per chiedere, per insistere … per esigere di potersi inoltrare nel deserto ad offrire un culto al Signore. Essi sanno che quella difficile traversata sarà necessaria per giungere a una terra di libertà. Sanno pure che quel cammino dovrà essere compiuto da ogni generazione, perché ogni uomo dovrà cominciare daccapo a coltivare il proprio pane. I santi sono quelli che credendo in un Dio che non si vede, ma parla al cuore – essi lo riconoscono in quella fame di giustizia che non si spegne col passar del tempo e dura ben oltre gli ardori della giovinezza – e intraprendono il santo viaggio assieme a tutti quelli nei quali brucia in petto il medesimo fuoco: costoro il futuro l’hanno già dentro e se sapranno mantenere tra loro la comunione riusciranno a dargli forma.