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At 6,1-6; Sal 32,1-2.4-5.18-19; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

Il testo di Giovanni risponde alla domanda che tormenta la Comunità nel tempo della prova, quando la fede è tentata e vacilla: dov’è il Signore? Ci ha abbandonato? Si avverte l’eco dell’esclamazione disperata di Maddalena, che dinanzi al sepolcro aperto piange e dice: «Hanno portato via il Signore e non sappiamo dove lo hanno posto!».

È vicina l’ora della Passione e Gesù annunzia ai discepoli il distacco ormai prossimo. Gesù, tra lo sconcerto dei Discepoli, ha annunciato il tradimento di Giuda e l’abbandono di tutti tra le loro addolorate proteste di fedeltà. Infatti nonostante le promesse generose (cf Mt 26,33), Pietro non è preparato e neppure gli altri discepoli lo sono; il loro spirito è pronto, ma la carne è debole (cf Mt 26,41).

Gesù ha scelto di compiere la volontà del Padre fino al dono di sé; ma per i Discepoli, che vedono crollare tutte le illusioni, è questo il fallimento. Avevano ascoltato la Parola e avevano visto con i loro occhi i “segni”, ma non erano andati oltre l’immediato: il loro cuore era ancora fortemente legato a un’attesa troppo materiale del regno di Dio, nel quale pensavano che avrebbero occupato i posti più ragguardevoli. Di fatto non avevano capito che Gesù era venuto per manifestare in maniera piena e definitiva il Dio dei Padri compassionevole e provvido, amorevole e fedele. I discepoli si aspettavano una rivelazione celebrata nei segni grandiosi che nel racconto biblico accompagnano la manifestazione di Dio; Gesù, invece, vuole prepararli alla “gloria” della Passione: essi dovranno imparare a vedere nel massimo abbassamento e nell’ignominia la rivelazione perfetta di Dio nel suo amore fedele per gli uomini. Quella conoscenza di Dio che per l’Israele antico passava attraverso la Legge, vista perciò come la manifestazione autentica (verità) della volontà di Dio e via per giungere alla fonte stessa della vita, ora deve passare attraverso Gesù.

Benché per molti essa non sia che un tragico episodio di cronaca in una regione marginale dell’Impero, la passione del Signore è un fatto che segna la storia; per la comunità è scandalo, è vergogna dinanzi al mondo: è vera «passione», soprattutto perché incomprensibile; essa si presenta come una violenza gratuita alla quale Dio ha assistito impotente e resta nel loro cuore come il testimone del rifiuto opposto dal mondo a una «sapienza» nuova e diversa, che sconvolge ciò che il mondo stima «sapiente» e «forte». Ma quella è la «sapienza» che la comunità deve continuare a proporre, perché da essa dipende la vita del mondo, e deve farlo badando bene di annunciarla in debolezza.

Dunque il credente, che nella storia sente rifiutata e anche perseguitata questa «sapienza» sulla quale ha scommesso la vita, resta smarrito e si domanda dove sia andato il Signore e perché sembri avere abbandonato la sua Chiesa.

Il Signore risponde: «Io vado a prepararvi un posto».

Può aiutare la comprensione del testo il ricordare una delle scene iniziali del Vangelo di Giovanni, dove due discepoli, all’annuncio del Battista che indica Gesù come l’Agnello di Dio, si mettono a seguirlo e a Gesù che li interroga rispondono: «Signore, dove abiti?» (cf Gv 1,35-39). Gesù rispose: «Venite e vedrete» e i due discepoli stettero con lui quel giorno.

In questo testo Gesù annuncia la sua partenza; è come se egli avesse allungato il passo e la distanza tra lui e i discepoli che lo seguivano fosse diventata incolmabile, lasciandoli smarriti: essi avevano desiderato vedere dove abita e stare con lui, ma si sentono abbandonati. Gesù però non lascia da solo nessuno: egli precede nella casa del Padre (una casa che non è paragonabile al Tempio – la casa di Dio – che i Capi avevano trasformato in una covo di ladri), dove ci sono tanti posti per gli amici del Figlio. Egli è venuto per questo: per riconciliare gli uomini con Dio affinché possano godere della pienezza della comunione con lui e col Padre. Ma quando avverrà l’incontro con il Signore? Quando tornerà?

Il Vangelo di Giovanni racconta che Gesù si presentò in mezzo ai suoi la mattina del primo giorno della settimana. Allora la promessa del Signore non avrà il suo compimento in un tempo lontano, ma è compiuta fin da ora.

Egli invita a credere: «Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me». Dice che va a preparare un posto (14,2) non tanto per indicare un futuro, ma per sottolineare che affrontando la passione si consumerà il sacrificio che consacrerà l’Alleanza nuova ed eterna, Gesù potrà consegnare il mondo intero al Padre e affermare che non ha perduto nessuno di quanti il Padre gli ha dato (cf Gv 17,12; 18,9), anzi dove è lui là sono anche i suoi, perché stretti da una comunione che ha la forza dell’amore di Dio. Non è più questione di prossimità fisica ma di comunione dei cuori. Con il dono dello spirito Santo questa comunione è divenuta piena: dove c’è la Chiesa c’è Cristo.

Davanti allo sguardo della fede si distende lo splendore della Gloria, nella quale tutto il creato risplende della luce del suo Signore e ognuno che ha accolto il comandamento di Gesù e lo ha messo in pratica è abitato dalla Santità di Dio (14,23). Col suo sacrificio Gesù rende possibile il perdono, sempre. Rende possibile lo stare con lui per sempre. Chi vorrà amare fino alla fine ne sarà reso capace; e chi ama è con il Signore.

Per chi non crede, l’assenza di Gesù è la prova della sua definitiva sconfitta; ma il credente sa che quell’assenza è solo apparente. L’ascolto della Parola infatti crea tra il discepolo e il Maestro un legame indissolubile: chi accoglie la Parola è nel Signore e il Signore è in lui. La comunità che si sentiva persa nella storia senza sapere più dove andare, scopre di possedere in se stessa il segreto del suo destino.

«Signore, mostraci il Padre». La domanda di Filippo è la stessa di ogni discepolo, anzi di ogni uomo: vedere Dio (cf Es 33,18; cf Gv 12,21). Di Dio si può contemplare il passaggio, ma nessuno può vedere il suo volto (cf Es 33, 19-23). Di Dio si può vedere l’immagine, ma nessuno potrebbe mai fissare il suo sguardo e restare vivo: l’immagine perfetta di Dio è il Figlio dell’uomo. Dio nessuno l’ha mai visto, eccetto colui che è nel seno del Padre (cf Gv 1,18), ebbene egli lo ha rivelato. Dio infatti si è mostrato al mondo — a tutti gli uomini, anche a coloro che si sono rifiutati di credere — nel Figlio crocifisso; sulla croce egli ha continuata ad amare i suoi nemici, mostrando che vi è qualcosa di più forte della morte e può vincerla, cambiando il destino del mondo. Chi volge lo sguardo a colui che è stato trafitto vede Dio amante degli uomini.

L’opera che continua a svelare Dio è il dono della vita per gli amici: ogni volta che il discepolo decide di «dare la vita», Dio viene manifestato al mondo. Dio è amore (cf 1Gv 4,8) e questo amore gli occhi devono vederlo e le mani toccarlo (cf 1Gv 1,1); questo ora avviene per opera del discepolo ogni volta che, come il Maestro, si fa servo dei fratelli, fino a dare la vita.

Se dunque per i Padri la via di Dio era la Legge, ora che egli ha parlato per mezzo del Figlio, la via per conoscerlo è l’amore fedele: quello contemplato in Gesù innalzato sulla croce; quello vissuto – talvolta con fatica – nel dono di sé. Questa è la verità che rende liberi, questa è il soffio che dà vita al mondo: dove giunge l’amore che si dona gratuitamente fino a mettere in gioco anche la vita, lì c’è Dio all’opera. Per il dono dello Spirito anche il discepolo di Gesù è divenuto capace di dare la vita perché il mondo viva. Tutte le cose sono rese nuove dalla Carità, e la Carità è ciò che rende credibile il Vangelo. Chi vive la Carità paziente e benigna, chi non si adira e non si gonfia, chi non cerca il suo interesse, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità, tutto crede, tutto spera e tutto sopporta (cf 1Cor 13,4-7) costui abita in Dio e Dio in lui; abita fin da ora il posto che il Signore gli ha preparato nel cuore della Trinità.