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At 9, 26-31. Sal. 21, 26b-27. 28 e 30. 31-32. 1Gv 3, 18-24. Gv 15, 1-8.

Esortazione in un tempo di persecuzione e di prova.

Molti se ne vanno dalla comunità, altri vengono imprigionati e anche uccisi. La comunità appare debole e sul punto di soccombere. Al tempo in cui Giovanni scrive (ma è la condizione permanente della Chiesa) vi erano, infatti, comunità che scomparivano sotto il peso della persecuzione e altre molto provate e languenti. Che risposta dare ai molti interrogativi che facevano ressa nel cuore dei cristiani? Come interpretare il tempo delle prova?

Gesù risponde con la parabola della vite: «Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto».

La vite è una pianta all’apparenza debole: non possiede un tronco robusto e si arrampica contorta appoggiandosi alle altre piante o ai muri; ma è tenace. I tralci più lontani talvolta si seccano perché non ricevono più la linfa o la ricevono debolmente. Allora il vignaiolo, per ottenere il frutto più copioso, pota severamente la vite: ne elimina i tralci seccati o più lontani dal tronco. Dopo la potatura, d’inverno, non è facile riconoscere la pianta lussureggiante e ricca di frutti dell’autunno.

Dio agisce nella storia come un vignaiolo: attraverso le prove che la Comunità deve affrontare, opera una potatura; chi non compie le opere della fede è come un tralcio secco; chi ha una fede forte, invece, sentirà abbattersi su di lui la desolazione, ma sarà soltanto per una purificazione più profonda e nella nuova stagione darà frutti abbondanti.

Ma c’è chi è tentato di abbandonare la comunità, pensando che per dare frutto sia necessario muoversi in maniera più disinvolta, magari accettando un dialogo col mondo (in Giovanni il termine “mondo” è sempre negativo), che spesso finisce nel compromesso. Gesù ammonisce: «Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla». Perciò per coloro che si allontanano si profila inesorabile la minaccia: «Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano».

Infine la promessa per i discepoli fedeli, che seguono il Signore nelle incertezze e nelle avversità della storia: «Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato».

In quattro versetti ricorre il termine rimanere. Il «rimanere» di cui parla Gesù significa essere uniti così come il tralcio è unito alla vite e parte di essa, benché non essenziale; è dalla vite, infatti, che spuntano i tralci e non viceversa. Inoltre la vite dà frutto attraverso i tralci: il tralcio nel quale scorre la linfa dà frutto, il tralcio tagliato dissecca.

Rimanere in Gesù significa aderire a lui con la vita, affinché la vita stessa di Gesù fluisca nel discepolo. La «linfa» che da Gesù-vite scorre nel discepolo-tralcio è la sua Parola viva, che fermenta nel cuore del discepolo e diventa frutto. La Parola di Gesù è rivelazione della sua anima; accoglierla significa diventare custodi del cuore di Dio. La Parola di Gesù non è come quella di un uomo, che passa. Egli è vivo e la sua Parola dura nell’eternità.

Questa accoglienza della Parola avviene quando il discepolo ascolta la parola e la custodisce nel cuore gustandone all’infinito le armonie, come avviene per l’amante che ascolta, ricorda e lascia vibrare in sé la parola dell’amata. Diviene come una musica interpretata da strumenti ogni volta diversi e da un cuore che, ripetendola ogni volta, ad un tempo le dà suono e si fa uno con esso, sicché se dapprima l’occhio attento allo spartito è teso a scoprire le armonie di cui ha intuito la bellezza, man mano quelle gli prendono l’anima, che non si sazia di ripeterle, come un’eco che sale irresistibile dal profondo, e il suono, sempre più limpido e sicuro, ascende e si fonde in una sinfonia di suoni e poi torna solitario innalzandosi e planando, come il volo ardito dell’aquila, che si libra sicura negli spazi infiniti dell’amore di Dio.

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C’è un passaggio importante nell’insegnamento di Gesù: restare in lui significa custodire i suoi insegnamenti; questo consente di «chiedere» qualunque cosa al Padre, dal quale tutto dipende. Portare frutto, dunque, è: chiedere e ottenere. Ed ecco la sintesi: «In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli». Il discepolo non deve lasciarsi afferrare dalla paura, ma restare tenacemente attaccato alla vera Vite, che è Gesù, evitando la tentazione di cercare la salvezza con l’allontanarsi dal Maestro mediante compromessi che lo farebbero diventare un tralcio secco. Infatti senza Gesù e senza la vita che solo lui può dare, non si possono produrre frutti.

La linfa con la quale la Vite nutre i tralci è la Parola accolta nel cuore, meditata e incarnata — ascoltare la Parola significa obbedire a ciò che essa raccomanda —, così il discepolo è nel Maestro e il Maestro è nel discepolo, allo stesso modo che la vite e i tralci sono uniti a formare un’unica pianta.

Ma proprio la Parola ha in sé una forza che “taglia” come una spada a doppio taglio: chi ascolta la Parola e la mette in pratica, abbandona tutto ciò che la ostacola; la Parola infatti mette in luce quello che è nascosto nel segreto dei cuori e libera l’uomo dalla falsità e dai compromessi. Orbene, il discepolo ha ascoltato la Parola, perciò è entrato nella luce ed è stato mondato (=tagliato) da tutto ciò che lo teneva legato, schiavo. Quella stessa parola è Vita nuova, è la linfa che anima la pianta, la quale produrrà il frutto che sarà abbondante. E, nel tempo, il frutto tanto desiderato scaturirà proprio da quei tralci mortificati dalla potatura e ora nuovamente vibranti di vita, per la forza della comunione con la vera Vite.

Durante il lungo inverno nel quale la pianta perde tutta la sua bellezza e sembra morta, per il discepolo può essere molto forte la tentazione di distaccarsi dalla vite. A nessuno piace trovarsi dalla parte di chi perde, essere considerato inutile e superato. Inoltre possono essere molte le tentazioni di abbandonare l’impresa, alla ricerca di un riscatto: è la paura di perdere la vita e l’ansia di produrre frutti. La tentazione diviene più forte quando tutto sembra sprofondare nella stoltezza mentre quello che sta attorno appare vera sapienza. Allora per il discepolo diventa difficile restare fedele all’avvertimento di Paolo: ciò che è sapienza davanti agli uomini è stoltezza davanti a Dio e quello che per gli uomini è debole, è fortezza di Dio (cf 1Cor 1,25).

Gesù ha scelto i suoi perché diano un frutto abbondante; con chi è fedele egli mantiene le promesse.