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Ez 37,12-14; Sal 129,1-2.3-4ab.4c-6.7-8; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45

La resurrezione di Lazzaro è l’ultimo dei “segni” che Giovanni racconta per sostenere la fede di colui che si è fatto discepolo del Signore. È un “segno” decisivo, perché tocca il punto cruciale su cui si decide l’adesione al Vangelo: la vita più forte la morte.

Il racconto evangelico segue un andamento che riprende molto da vicino il dialogo del Vescovo con i catecumeni al Battesimo e il rito stesso e consente a colui che è divenuto discepolo del Signore nella Chiesa di considerare le fatiche e gli ostacoli che la sua fede incontra.

La questione sollecitata dal testo rimanda alle attese dell’uomo nei confronti di Gesù e della sua missione e mette in evidenza la necessità di una conversione radicale del modo di concepire la missione di Gesù e la salvezza. A Gesù le sorelle chiedono di intervenire in favore di Lazzaro morente; per esse è evidente che si può sperare fin che c’è un alito di vita, poi sarà troppo tardi. La loro fiducia in Gesù si fonda sulla certezza della bontà del Signore, tante volte sperimentata nella confidenza domestica, e nella consapevolezza della sua potenza, poiché la sua parola era stata accompagnata molte volte da grandi prodigi. Perché, dunque, Gesù avrebbe dovuto lasciare deluse le loro attese, loro che di Gesù erano amiche e che l’avevano ospitato tante volte nella loro casa?

Lascia sconcertati la calma di Gesù, il suo tergiversare e poi la decisione di rispondere all’appello di Marta e di Maria quando Lazzaro ormai è morto. Lo stupore dei personaggi i quali restano attoniti per questa omissione di soccorso da parte di quel potente che aveva aperto gli occhi al cieco, la delusione e l’amarezza delle due sorelle sono gli stessi del discepolo che non si capacita di come Gesù abbia potuto lasciare inascoltato l’appello di un amico. Se dunque neppure Dio ascolta il grido del povero, a chi si potrà ricorrere? È tremendo il furore di chi, essendosi fidato, è rimasto deluso. Chi aveva creduto alla promessa di una salvezza pensata come uno sgusciare dalla presa della morte dopo averne sentito sul volto l’alito gelido, diviene il più feroce nemico di Dio, se non si apre all’idea che la salvezza definitiva passa invece proprio attraverso la morte. E la fede in una risurrezione futura, alla fine di tempi professata da Marta, secondo il credo del suo popolo, non consola della perdita di Lazzaro.

Perché, dunque, Gesù ha deliberatamente voluto deludere le attese più profonde di chi gli era più vicino? E perché – si potrebbe aggiungere – continua a deludere chi gli si affida, dal momento che tante volte sembra non accogliere la preghiera di chi gli si rivolge con cuore sincero chiedendogli di compiere, lui che può, quel bene che egli stesso ha insegnato a desiderare?

Benché Gesù abbia mostrato i “segni” della potenza di Dio, non vuole essere accolto per i prodigi. Gesù vuole piuttosto far comprendere che Dio non ha creato per la morte, ma per la vita e che la creazione trova il suo compimento quando l’uomo si lascia abitare dallo Spirito di Dio: è lui che comunica all’uomo la Vita, sicché l’uomo non muore più e la morte del corpo non è che apparenza. Lo Spirito infonde nell’uomo la vita di Dio: essa è il Verbo senza il quale niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. Gesù con la Parola ha trasmesso a chi gli si è fatto discepolo non appena una sapienza fatta della conoscenza delle cose di Dio, ma la vita stessa di Dio giacché Dio è tutto in ogni espressione con la quale si fa conoscere. Analogamente a ciò che accade quando, parlando, una persona rende noti e, per così dire, “consegna” a chi l’ascolta il proprio pensiero e i propri sentimenti, consegnando così in qualche modo la propria anima, Dio, dopo avere parlato nei tempi antichi molte volte e in molti modi ai Padri per mezzo dei Profeti, ultimamente ha parlato a noi per mezzo del Figlio (Ebr 1,1-2). Dunque il discepolo, che mediante l’ascolto obbediente ha lasciato entrare in sé Dio, vive nella comunione con lui e, come Dio, non muore, ma rimane un vivente anche se la morte del corpo sembra escluderlo dalla comunione degli uomini.

Ecco perché alle sorelle che temono per la vita di Lazzaro, Gesù non risponde. Ecco perché ai discepoli egli parla della morte come di un sonno. Ma soprattutto ecco perché, giunto dinanzi al sepolcro, egli si rivolge a Lazzaro chiamandolo, come si fa con uno che è vivo e può udire. E Lazzaro ode ed esce, come un uomo libero di muoversi, benché questo sia reso materialmente impossibile dalle legature della bende e dal sudario che lo stringe.

Lazzaro, anche se è un morto nella sua carne («già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni»), è in realtà un vivente perché è un discepolo del Signore, anzi un amico. E l’amico è tale perché, come dice Gesù ai suoi (cf Gv 15,15), ha ricevuto la confidenza di ciò che è nascosto dai secoli in Dio: in Gesù Dio gli si è consegnato e Lazzaro – ogni Lazzaro – vive ormai della vita di Dio, che è il Vivente.

Questo è ciò che accade nel battesimo e si mantiene attraverso l’ascolto obbediente del Vangelo.

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 Il testo si può scomporre in un lungo prologo, tre scene e un epilogo.

Nel prologo Gesù riceve la notizia della malattia di Lazzaro, il suo amico, e la domanda accorata di correre subito in suo soccorso. Anziché rispondere prontamente, Gesù non sembra preoccupato della vita di Lazzaro. Egli parla ai discepoli, i quali però non capiscono e colgono piuttosto la minaccia che è nell’aria: andare in Giudea significa mettere a rischio la vita, perché i Giudei manifestano un’aperta ostilità contro Gesù e tentano di ucciderlo.

Gesù riceve l’annuncio della malattia mortale di Lazzaro, il suo amico, e si ferma due giorni, aspetta che Lazzaro muoia, solo dopo decide di andare da lui, sicché, quando egli giunge a Betania, Lazzaro è già morto e il suo corpo è già nel sepolcro. Assommando i quattro giorni ai due di attesa di Gesù, si hanno sei giorni: il sesto giorno Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza (cf Gn 1,27). Dunque, mediante la resurrezione, Gesù fa nuovo l’uomo. Il Catecumeno, rinato nel Battesimo, è l’uomo nuovo formato a immagine e somiglianza del Risorto.

Nel racconto si susseguono due scene simili: si tratta dell’incontro con le due sorelle. Sia Marta che Maria, una dopo l’altra si rivolgono al Signore con un’espressione che esprime la delusione: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Così come era avvenuto con i discepoli, che tuttavia non capivano, anche qui si sviluppa un dialogo sulla morte e la vita. Gesù aveva detto ai discepoli: «Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato» e: «Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo», infine, ai discepoli che non capivano, aveva detto esplicitamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui!». Tutti sono stupiti del fatto che Gesù che non aveva raccolto l’appello ad intervenire in favore di un amico morente, va ora con decisione a “svegliare” un morto.

Evidentemente anche tra i discepoli del Signore non si era ancora sviluppata una fede matura. La morte continua ad essere vista come un dramma, anzi come “il” dramma che condiziona l’umanità intera. Dal “Salvatore” ci si aspettano miracoli prodigiosi, come vincere la morte in modo eclatante.

A Marta Gesù pone la domande che si fa al catecumeno giunto al termine della preparazione, prima del Battesimo: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?». E Marta, figura del Catecumeno risponde: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo». Ora il racconto raggiunge il suo culmine. I personaggi sono tutti presenti e si stringono intorno a Gesù. Maria riprende l’esclamazione di Marta: «se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!»; i Giudei fanno le loro considerazioni, che suonano come un rimprovero: «Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?». In tutti c’è la fede certa nella potenza di Gesù contro la morte, ma non è ancora maturata la fede in lui come il Salvatore dalla morte.

E si giunge alla terza scena. Il racconto prende ora un movimento che anticipa la via della croce: Gesù, che non sa dove stia la morte, perché egli non ha creato la morte ma la vita, viene preso in mezzo e condotto dagli uomini, che invece ben la conoscono. Giunti davanti al sepolcro nel quale Lazzaro era tenuto “prigioniero” della morte, Gesù comanda ai servi, come aveva fatto a Cana di Galilea, quando aveva dato inizio ai «segni»: «Togliete la pietra!». Ancora un dialogo e ancora con Marta, che oppone una credenza comune: dopo quattro giorni non c’era più alcuna speranza che lo spirito della vita si aggirasse ancora nei pressi del corpo, come dire che la morte è certissima e non si può fare nulla. Ai discepoli incerti Gesù aveva detto: «Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato» e ancora: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate». Dinanzi alla tomba esclama, rivolto a Marta: «Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?», poi, pregando: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». L’enfasi sottolinea lo scontro diretto tra Gesù, Signore della vita, e la morte. Ecco il grido, come un «Effata!»: «Lazzaro, vieni fuori!». Lazzaro viene tratto dal grembo della terra, come se nascesse. Davanti agli ascoltatori della Buona Notizia prende forma la scena del Battesimo, quando il Vescovo trae dal fonte il catecumeno rinato in Cristo. Lazzaro è legato e ha il volto coperto. I servi lo scioglieranno ed egli se ne andrà a volto scoperto, come i viventi.

Siamo all’epilogo: «Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui». I Giudei sono i tradizionali nemici di Gesù. Essi hanno veduto con i loro occhi, che Gesù trionfa sulla morte, che ha raggiunto la sua preda e gliela strappa dalle fauci. Gesù non mette in fuga la morte, ma la vince per sempre: la morte non potrà più legare nessuno; le bende che immobilizzano il corpo sono sciolte, il sudario che copre il volto è rimosso; la morte non potrà più tenere nessuno segregato e prigioniero perché la pietra è stata rimossa. Per sempre.