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At 8,5-8.14-17; Sal 65,1-3a.4-5.6-7a.16.20; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

Il brano del Vangelo è preso da un discorso di ampio respiro, che fa seguito alla lavanda dei piedi, un gesto che i discepoli non capirono e che preludeva alla Passione. Con essa veniva a cessare quel rapporto di familiarità nel quale i discepoli avevano conosciuto il Signore e si erano formati. Avrebbero incontrato di nuovo il Maestro dopo la Risurrezione e da lui avrebbero ricevendo il compito di continuare la sua missione e la Forza per agire con efficacia. Ma nei momenti difficili si sarebbe fatto sentire l’insicurezza e lo smarrimento; in qualche modo si sarebbero sentiti orfani.

I Discepoli di ogni tempo devono imparare che c’è un legame col Maestro più forte della morte e resiste a ogni distanza: è il vincolo stabilito dall’amore. Esso non può essere ridotto ad un sentimento, ancorché sincero e profondo; si alimenta infatti dell’impegno a tradurre in vita feconda ciò che nasce dall’amore che unisce gli amici. I quali, benché diversi, si ritrovano e si riconoscono in scelte comuni, tanto più istintive e spontanee quanto più profonda è l’amicizia; gli amici condividono gli ideali, la disponibilità e l’impegno nella medesima impresa. E l’impresa di Gesù è far conoscere il Padre buono, misericordioso, pieno di compassione per le sue creature e ansioso di condurle a una vita bella, buona e felice in un terra feconda di frutti. (Questo non significa vita facile, né priva di difficoltà e perfino di asprezze; quella che Dio vuole dare è piuttosto una vita vissuta nella pace del suo abbraccio).

Gesù dice a chi vuole essergli discepolo: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti». Egli non si limita a dire delle cose su Dio, ma apre la via per giungere alla conoscenza profonda del suo Mistero. Se in antico quella via era tutt’uno con la Legge interpretata dai maestri, ora Gesù insegna un «comandamento nuovo», che non cancella né la Legge, né i Profeti, ma ne porta a pienezza la dottrina e ne costituisce il compimento.

Egli aveva spiegato ai discepoli che la Legge, col senso forte della giustizia al quale educa, se non si lascia temperare dalla compassione, può diventare il più formidabile dei nemici, perché essa, col suo rigore, respinge e discrimina chi manca di virtù o si mostra inosservante. Dio, invece, è fedele nell’amore e continua ad amare i suoi figli, anche quando sono nella ribellione e nel peccato; egli è compassionevole e nel peccatore continua a vedere un figlio; ne ha compassione perché oltre il muro dell’ira scorge il dolore di un cuore che sente il Padre come un nemico. Egli sa che, per convertirsi e ritrovare la quiete, quel cuore ha bisogno di gettargli addosso e spesso con violenza tutto il dolore e la morte che lo tormenta; soltanto dopo potrà stupire del caldo abbraccio e del bacio di Dio, che scoprirà essere non un Padre adirato, ma buono e dolcissimo. Perché in colui che la Legge indica come peccatore, Dio vede soltanto un figlio ferito; nel ringhio selvaggio di chi si è isolato per il suo dolore, egli ode l’eco di una disperazione che lui solo può dissipare con la sua benevola accoglienza. Perciò la consegna, il «comandamento» di Gesù agli amici ai quali affida la sua missione è di amare, perché quella è la sola via per dare vita a chi era morto. Amare sempre e comunque, senza riserve e senza misura. Perché così ama Dio. Perché così è Dio. Perché solo così si manifesta Dio agli uomini. E infine perché questo è il solo modo per vivere della vita di Dio, che è vita eterna. Dunque l’amico del Signore è uno di cui egli si fida al punto da aprirgli il cuore e rivelargli il Padre; a chi gli è amico Gesù affida la sua missione che è fare la volontà del Padre nel mondo, cioè di fare vedere a tutti come è fatto l’amore, di far gustare l’amore di Dio. Chi guarda a Gesù crocifisso vede con i suoi occhi come è fatto l’amore: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita…»; e subito aggiunge: «voi siete miei amici se fate quello che vi comando». Chi gli trafigge il costato, con meraviglia ne vedrà zampillare l’acqua viva e potrà essere il primo a dissetarsi a quella fonte perenne. Il segreto nascosto dai secoli in Dio è la vita. Il dono del Paraclito rende il discepolo capace di dare la vita di Dio al mondo.

Gesù parla del Paraclito. Questo nome letteralmente significa “colui che sta accanto a quello che parla”, verrà poi a indicare l’avvocato che prende le difese dell’imputato in giudizio e, più in generale, colui che sostiene, consola. Qui Gesù promette di dare il suo Spirito al discepolo che continuerà la sua missione attraverso la proclamazione della Buona Notizia. Dunque il Paraclito-Consolatore sostiene colui che è inviato a dare la «Bella testimonianza» (cf 1Tim 6,12).

In un contesto di difficoltà e di persecuzione ― tale era, e in qualche modo è sempre, il cammino della Comunità ― Gesù promette il dono dello Spirito santo: il Consolatore che conferma nella fede, sostiene nella sforzo dell’annuncio, difende contro la tentazione dello scoraggiamento e soprattutto dà la forza per sostenere vittoriosi il giudizio della storia. È lo stesso Spirito che ha animato l’azione di Gesù e che egli ha spirato reclinando il capo sulla croce (cf Gv 19,30).

Il mondo, cioè la comunità degli uomini che ha preferito le tenebre alla luce, ha rifiutato e rifiuta Gesù e il suo insegnamento; pensa che la vita – di cui ogni uomo è ansioso – sia nell’affermazione di sé e nel soddisfacimento di ogni desiderio, anziché nel consegnarsi per la felicità del prossimo. Poiché rifiuta di condividere i sentimenti di Gesù, non può comprendere né gustare intimamente la forza dell’amore, che rende capaci perfino di dare la vita.

Spirito promesso è già presente, invece, nella Comunità che ha accolto l’insegnamento di Gesù e lo mette in pratica, perché esso viene dato in abbondanza ai discepoli fedeli. Il Consolatore prende dimora nei loro cuori soprattutto attraverso l’ascolto della Parola: essa è come l’alito di Dio che diede vita all’uomo fatto di terra; è Spirito di verità che dà luce agli amici del Signore, i quali non sono più ingannati da ciò che è solo apparenza: essi conoscono l’amore fedele di Dio e sanno indicarlo con certezza agli uomini in Colui che è stato innalzato; avendone fatta per primi l’esperienza nella misericordia che li ha raggiunti mediante l’incontro col Risorto, possono ripetere ciò che Gesù ha rivelato del Padre; lo fanno incontrando gli uomini – tutti – come amici, cioè offrendo a tutti accoglienza piena nel loro cuore. Dio infatti ha scelto di abitare nell’incontro cordiale degli uomini buoni. Qui ognuno può sperimentare di essere “associato”, per mezzo dello Spirito, alla comunione della Trinità. Questa è esperienza della «verità» di Dio, cioè dell’amore che stringe le persone divine; questa è la roccia sicura su cui costruire la casa; da questa esperienza ha origine il rinnovamento di ogni cosa. L’abbondanza di questa carità riversata nei cuori (cf Ef 1,7-8) genera la benevolenza verso i fratelli. La compassione sarà il «santuario» nel quale incontrare il Dio che dà vita ai cuori e li rende capaci di una carità bruciante. L’amore è via sicura a Dio.