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At 10, 25-26. 34-35. 44-48. Sal. 97, 1. 2-3ab. 3cd-4.1Gv 4, 7-10. Gv 15, 9-17.

Il brano proposto alla meditazione è preso dall’ampio discorso sulla vite e i tralci, che Giovanni pone nel contesto della cena che prelude la Passione. Precedentemente Gesù aveva invitato con insistenza a “restare uniti a lui” per non divenire dei tralci secchi ed essere tagliati. Ora, uscendo dal linguaggio della parabola, invita chiaramente a “restare” in lui, cioè nella comunione perfetta dell’amore senza riserve, quello che mette in gioco la vita.

Gesù è stato mandato dal Padre per farlo conoscere rivelandone il vero volto. Ebbene Dio è amore. Questa è una realtà che si manifesta nella relazione. La Trinità è la comunità perfetta nella quale la comunione tra le Persone divine è un ardere insieme in un amore che sprigiona vita. Perciò Gesù ha condensato tutti i suoi insegnamenti nel comandamento dell’amore di Dio e del prossimo: non un amore sentimentale abbandonato alle circostanze, ma la volontà che l’altro viva gustando la gioia di vivere e benedicendo il Creatore. Per ottenere questo il Figlio si è fatto uomo e si è spinto a cercare ognuno, a cominciare da chi era più lontano e nascosto, da chi fuggiva dallo sguardo di Dio temendone la collera e ha manifestato il volto del Padre nella misericordia e nel perdono. È rimasto fedele alla missione anche quando ha dovuto affrontare l’ostilità degli uomini giusti i quali vedevano in quel modo di parlare di Dio un’offesa alla sua tremenda maestà. Per questo non c’è amore più grande che dare la vita affinché l’uomo veda e creda che Dio lo ama come si ama un amico.

Ai suoi Apostoli, cioè a quelli ai quali egli ha fatto conoscere per primi che Dio è buono e perdona, che Dio non è geloso della sua santità, ma vuole che tutte le sue creature siano santificate nella contemplazione del bagliore consolante del suo volto; agli Apostoli Gesù ha affidato la missione di raggiungere ognuno per far conoscere il Padre. Se Dio è amore le parole non bastano; esse divengono veramente comprensibili soltanto nell’ambito di una relazione stabilita sulla lunghezza d’onda del dono gratuito di sé. Vivendo le relazioni con il prossimo in questo modo si dà visibilità a Dio, che è amore. Questa è la novità e la forza che vince e trasforma il mondo.

Gesù usa l’espressione «amici», in riferimento ai Dodici, facendo eco ad un’analoga espressione ricorrente nella Bibbia in riferimento ad Abramo, chiamato appunto l’Amico di Dio, perché il Signore gli faceva conoscere i suoi disegni. In Abramo l’obbedienza a Dio non aveva nulla di servile; era piuttosto l’atteggiamento di chi ha fiducia in lui e gli si accompagna con responsabilità perseguendone i disegni. L’amico di Gesù è colui al quale egli ha fatto conoscere l’infinito amore del Padre per il mondo mettendosi consapevolmente e volontariamente nelle mani degli uomini e mantenendosi fedele nell’amore fino alla morte e alla morte di croce. Chi guarda Gesù crocifisso contempla nella fede l’amore della Trinità santa e conosce Dio. Chi davanti al crocifisso riceve la grazia di sentire intimamente l’infinita misericordia con la quale Dio lo avvolge può parlare di Dio agli uomini. Ma non ci sarà parola capace di esprimere compiutamente l’immensità di questa Buona Notizia. Solamente il dono della vita per ogni prossimo amato col cuore di Dio, e perciò scoperto e conosciuto come fratello e amico, chiunque egli sia, può essere icona credibile di Dio che si rivela per quello che egli è: Amore. Annuncia la Buona Notizia che salva il mondo l’amico di Gesù che è disposto a dare anche la vita perché Dio sia conosciuto per quello che è, cioè amore smisurato.

A spingere a questo non potrà essere un sentimento affidato alle circostanze, ma l’amore che vive nella Trinità, il quale, quando tocca una creatura, l’accende di un ardore che consola e inquieta e muove e spinge a cercare qualcuno per riversare in esso ciò che non può contenere; è un amore prorompente, dolcissimo e violento che si espande e dona la pienezza di vita a tutto ciò che incontra. La creatura che ne ha fatto l’esperienza lo sente, come recita la sequenza di Pentecoste, Consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo; come riposo nella fatica, nella calura riparo, nel pianto, conforto; come luce beatissima che invade il cuore nell’intimo e l’anima sente che, senza la sua forza, l’uomo è nulla, abbandonato alla sua colpa. L’amore di Dio lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. L’amore piega le durezze, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato. L’amore ricolma dei doni di Dio e della gioia eterna. L’amico di Gesù, che guarisce i propri occhi nella contemplazione del Misero pasquale può parlare del Padre come misericordia e grazia insperata, come compenetrante sponsalità, come pienezza inebriante; vivendo di questo potrà e vorrà rivelarlo a tutti mediante il dono di sé, perché donare la propria vita è il solo modo per dare concreta visibilità all’amore di Dio per gli uomini. Questo fissa la discriminante fra il vero e il falso discepolo.

Allora, come il tralcio che vuole dare frutto deve stare saldamente unito alla vite e accettare che il Vignaiolo lo poti severamente, così il discepolo fedele deve scegliere di vivere il Mistero pasquale nella propria carne. Allora potrà rivolgersi al Padre con lo stesso cuore di Gesù sulla croce e chiedere misericordia per i fratelli e il Padre salverà la città donandole la vita eterna per amore del solo Giusto di cui riconoscerà l’immagine nell’amico del Figlio.