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Is 50,4-7; Sal. 21,8-9.17-18a.19-20.23-24; Fil 2,6-11; Mt 26,14-27

Nella domenica delle palme si ricorda l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, acclamato dalla folla. Ma quel clima di festa viene ben presto oscurato dall’ombra del tradimento. Mentre il popolo accoglie Gesù che entra in città cavalcando un asino, simbolo di mitezza e umiltà, i Capi tramano contro di lui con la complicità di un discepolo. Sarà questione di poco tempo e quella stessa folla pretenderà la condanna di Gesù alla croce e i suoi lo lasceranno solo. La comunità cristiana ha conservato la memoria di questi fatti, che sono un monito per tutti. Nessuno infatti può presumere di sé, perché anche un discepolo, uno che il Signore ha preso per amico, può tradire.

I pescatori di Galilea seguivano Gesù con le illusioni e le attese che lungo il tempo si erano create nei riguardi del Messia. Gesù era grande in parole e in opere: in lui riviveva il vigore dei Profeti del tempo antico; egli era più grande ancora di Giovanni il battista, più di Elia o di Geremia, più di tutti i Profeti e Pietro aveva manifestato ciò che stava nel cuore di tutti: «Tu sei il Cristo di Dio!» (cf Mt 16,16), senza capire, tuttavia, ciò che diceva. L’entusiasmo di chi lo conosceva da vicino e ne aveva ascoltato la parola ed era stato testimone dei segni da lui compiuti contrastava con il sospetto, anzi con l’ostilità dei Capi; per di più, con il tempo anche i larghi consensi delle folle si erano intiepiditi. Alla fine, i nemici Gesù – più o meno dichiarati – erano tanti e di peso; in qualche occasione aveva dovuto sottrarsi all’ira dei Giudei di Gerusalemme e aveva dovuto fuggire da Erode, che lo cercava minaccioso. La gente era volubile, come sempre. Restavano i Dodici, i più vicini: gli amici.

È la notte di Pasqua; nella sala tutti sono alla mensa preparata per la festa.

Gesù parla e cade un silenzio sgomento: «Uno di voi mi tradirà».

Un traditore tra loro? Chi? Gli sguardi si incrociano stupiti, confusi, sdegnati… Poi la ressa di domande concitate, che si rincorrono uguali e s’accavallano sgomitando: «Sono forse io?»…

Quelle parole, come una lampo, hanno squarciato la notte e svelato pensieri custoditi nel segreto di un cuore. Pensieri sconosciuti, agli onesti, e aborriti e tuttavia nascosti in fondo a ogni cuore che non sia giunto a una libertà così grande e a una fortezza tanto salda da resistere a ogni lusinga e alla paura.

Per Gesù Giuda resta un amico che ha scelto perché stesse con lui. Gesù non lo scopre indicandolo al disprezzo: lui non tradisce gli amici! È Giuda che prende l’iniziativa con un’impudenza sconcertante: «… il traditore, disse: Rabbì, sono forse io? Gli rispose: Tu l’hai detto  … guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!».

La Comunità radunata per celebrare i Misteri si ritrova nella scena del Vangelo: rivede se stessa e contempla il suo Signore. E il peccatore tornato a casa ritrova il coraggio di abbracciare di nuovo il Maestro e di baciarlo, ma questa volta da amico perdonato.

***

Nessuno o ben pochi – forse solamente i Santi – potrebbero avvertire una responsabilità diretta nella morte di Gesù. Nessuno – a meno di una malvagità disumana – vorrebbe assumere il ruolo di chi materialmente ha crocifisso il Signore. Invece è più difficile ritenersi estranei a quel mercanteggiare che abitualmente prelude al cedimento al male. Infatti, anche se le conseguenze delle proprie decisioni abitualmente si intravedono sullo sfondo, chi vuole una cosa in cuor suo, si sforza di guardare soltanto vicino illudendosi di limitare la propria responsabilità a un segmento appena di un disegno più complesso e che nella sua interezza – così s’illuse – sfugge alla sua volontà. Giuda tratta con i nemici del suo Maestro e si accorda per consegnarlo. Il Vangelo non può essere oggetto di una trattativa. Il Vangelo è il Signore.

Dietro il gesto di Giuda non è possibile immaginare una «nobile» causa: ogni tentativo (la letteratura ne ha conosciuti molti) naufraga miseramente davanti a quella domanda infame: «Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?».

La risposta è il risultato di un calcolo freddo: «Gli fissarono trenta monete d’argento», cioè il prezzo di uno schiavo.

Non resta che attendere il momento opportuno: «Da quel momento Giuda cercava l’occasione propizia per consegnarlo».

Nei secoli è ribalzata l’eco di una domanda che già i primi si erano fatti con profondo disagio: perché Giuda, perché proprio un amico?

Si può tradire per debolezza, come accade agli Apostoli, che fuggirono spaventati al sopraggiungere delle guardie venute a catturare Gesù. Giuda invece è determinato. È uno che ha fatto una scelta precisa e radicale. In fondo è la stessa situazione dinanzi alla quale, presto o tardi viene a trovarsi – e non una sola volta – chi è stato raggiunto dalla Buona Notizia.

L’alternativa posta da Gesù si fa sempre più stringente: «Chi non è con me è contro di me…» (Mt 12,30). Giuda sente di dover fare una scelta; infatti non potrà continuare a seguire Gesù se non si libererà di tutto: «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.» (Mt 10,37-39). Gesù coi suoi era stato onesto fino a sembrare brutale: «Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima?» (Mt 16,25-26).

Matteo racconta ancora di un tale che si era presentato a Gesù per essere dei suoi, ma non aveva saputo rinunciare alle ricchezze e se ne era andato triste (cf Mt 19,16-22). Gesù aveva commentato quella prova non riuscita dicendo: «Difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli.» (Mt 16,23).

La ricchezza e, più ancora, l’avidità della ricchezza sono un ostacolo insormontabile. Nel discorso della montagna Gesù aveva dichiarato beati i poveri e coloro che si sarebbero trovati nella persecuzione per la causa del Regno (cf Mt 5,3.10-11). Infine, Gesù aveva affermato in modo netto: «Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona» (Mt 6,24). Matteo dice al suo lettore che la reticenza del giovane ricco, riluttante al distacco delle ricchezze, è la premessa di ogni tradimento. Chi vuole stare con Gesù presto tardi deve prendere una decisione senza ambiguità: con lui o contro di lui.

Le parole di Gesù ai Dodici costernati, continuano a risuonare nella comunità dei suoi fedeli; chiunque può tradire, se non ha il cuore libero dall’attaccamento alle cose. Allo stesso modo risuona, scomoda e consolante, la beatitudine: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3). Chi segue Gesù deve cambiare o inevitabilmente lo tradirà. Perché Gesù chiede di mettere a rischio tutto ciò che si ha, anche i sogni e anche la propria vita, per seguirlo. Il tradimento si consuma ogni volta che si accetta di mercanteggiare qualche vantaggio.

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 A partire dai testi ricordati, si intuisce che in Giuda il fervore iniziale si era perso fino a sfumare del tutto; in lui il seme della Parola era caduto tra le spine! (cf Mt 13,7.22).

Gesù chiede ai suoi amici di stare con lui vivendo come lui vive. Per questo l’entusiasmo non basta e non bastano neppure i freschi e generosi ideali giovanili. Ci vuole piuttosto la pratica quotidiana fatta di cose modeste e di tanta costanza. Chi cerca onore, ricchezza, potere si accorge presto che quella aperta da Gesù porta in ben altra direzione: non è possibile amare Dio e il denaro. Dio pretende tutto il cuore dell’uomo. A queste condizioni. In chi si illudeva di trarre un profitto dalla familiarità con Dio, facilmente la stima iniziale si muta in avversione, l’avversione in rabbia e la rabbia si consuma nella congiura e nel tradimento.

Gesù insegna ai suoi ad amare Dio con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le forze, perché non possono essere messi altri dei dinanzi all’Unico. Allora il motivo del tradimento, quando non è la debolezza, è la radicalità del primo comandamento, che chiede di mettere tutto in gioco, anche la vita per il Signore e per il suo amore.

Chi ama la propria vita più di quanto non ami Cristo non può essere suo discepolo: non sarà capace di seguire il Maestro fino alla sconfitta della Croce. Perciò chi non ama Cristo più di se stesso non è degno di lui. Ama un altro più di se stesso chi sente che senza di lui non può vivere.

Giuda vende Gesù, il servo vende il suo Signore; la persona diventa una cosa. Alla cena Giuda riesce a recitare la commedia dei buoni sentimenti.

Gesù non smette di stupire: sa e lascia fare. Non smaschera Giuda, non approfitta della solidarietà dei discepoli per estrometterlo e stroncare le sue trame. Gesù preferisce parlargli al cuore, cercando fino all’ultimo di richiamarlo alla dignità: per lui intinge il boccone e glielo porge, segno di una benevolenza che non viene meno neppure per chi ha il cuore indurito.

Gli sguardi di Gesù e di Giuda si incontrano?

Matteo riferirà dell’altro incontro tra Giuda e Gesù, l’ultimo, nell’orto degli ulivi. Lì Gesù si lascerà abbracciare da lui e baciare; una confidenza certamente usuale tra i Dodici e il Maestro, ma che nel Vangelo è riferita solamente per Giuda e – in Giovanni – per il Discepolo che Gesù amava. Gesù lo accoglierà chiamandolo ancora una volta «Amico…», il nome che il cuore da a chi è caro come se stesso. Suonano vere e amare le parole del Salmo: «Se fosse insorto contro di me un avversario, / da lui mi sarei nascosto. / Ma sei tu, mio compagno, / mio amico e confidente; / ci legava una dolce amicizia … » (Sal 54,13-15).

La Settimana santa inizia con la Liturgia delle Palme, che compone l’ingresso festoso di Gesù a Gerusalemme con il racconto della passione. La contemplazione annulla la distanza e mette accanto al Signore, che agli amici domanda compagnia. Gesù chiede agli amici di stare con lui quando è in angoscia, vilipeso, martoriato e crocifisso, per essere con lui nella sua risurrezione. Chi non accetta di perdere non può restargli fedele. Chi non vuole rinunciare a nulla non può conservarsi amico. I maestri spirituali parlano dell’amore delle ricchezze  – qualunque ricchezza – come del primo passo verso l’abisso della lontananza da Dio e del tradimento.

«Uno di voi mi tradirà!». L’annuncio di Gesù è un monito perenne alla Comunità e risuona con una forza drammatico all’inizio della Settimana santa. Qui non si tratta semplicemente di un abbandono in un momento di paura o di debolezza, ma di una ribellione: colui che era amico diventa nemico. È nella Comunità che si consuma il tradimento, perché a tradire può essere solo un amico; ogni discepolo può diventare il traditore di Gesù.