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VI DOMENICA to anno A

Sir 15,16-21; Sal 118,1-2.4-5.17-18.33-34; 1 Cor 2,6-10; Mt 5,17-37

 

Nel brano di Vangelo (che fa parte del più ampio “Discorso della montagna”) l’Evangelista, ricorrendo all’insegnamento di Gesù, approfondisce e risolve un problema di capitale importanza per Israele, quello della fedeltà alla Legge per essere «giusti» davanti a Dio, cioè per essergli graditi e poter contare sulla sua benedizione.

Dio aveva detto al suo popolo: «Siate santi, perché io sono Santo» (Lev 19,2) e aveva legato la sua protezione alla fedeltà del popolo alla Legge che aveva dato per mezzo di Mosè. Perciò per essere «giusti» e poter comparire davanti al Signore e per contare sulla sua benedizione era necessario mantenersi fedeli al Patto del Sinai e questo avveniva mediante l’osservanza della Legge in tutte le sue norme. Consapevole delle sue molte infedeltà, Israele ogni anno celebrava il giorno dell’Espiazione; il Sommo Sacerdote entrava nel Santuario col sangue della vittima e aspergeva il propiziatorio. In quel modo il popolo otteneva il perdono e i benefici dell’Alleanza. Perciò l’osservanza delle Leggi era molto importante. Tutti dovevano rispettarla, affinché l’empietà di qualcuno non andasse a danno di tutti (questo spiega la severità delle pene per le trasgressioni di particolare gravità).

Come conciliare, dunque, la tradizione con la libertà inaugurata da Gesù? Come inserire la novità di Cristo nella tradizione degli antichi?

Nella comunità di Matteo la questione era particolarmente sentita; infatti essa era formata soprattutto da cristiani provenienti dal giudaismo, che restavano scossi dai fermenti generati da coloro che avvertivano la pressione della cultura ellenista.

L’evangelista ricorda, allora, l’insegnamento del Signore, che aveva detto: «Non sono venuto per abolire la Legge o i Profeti, ma per dare compimento».

Che cosa significa? Gesù era stato accusato di trasgredire la Legge. In realtà egli contestava l’uso fondamentalistico e strumentale della Legge e l’assimilazione di usi umani al comandamento di Dio. Egli contestava – sulla linea degli antichi profeti – quanti si ritenevano «giusti» in ragione della loro osservanza formale della Legge, meritando spesso il rimprovero del Signore, che aveva detto: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Is 29,13; Mc 7,6-7).

La Legge, infatti, aveva in primo luogo la funzione di perpetuare la benedizione data da Dio ai progenitori («crescete e moltiplicatevi» Gen. 1,28), cioè di proteggere e promuovere la vita e di impedire che Israele si trovasse a rivivere ciò che aveva dovuto patire nella schiavitù dell’Egitto. Ma se la Legge viene presa alla lettera trascurandone lo spirito facilmente diventa un capestro. Gesù porta alla massima radicalità l’obbedienza alla volontà di Dio e l’amore per la vita: ben più della lettera e dell’osservanza formale, vale l’amore per la vita e il servizio ad essa affinché si sviluppi in pienezza e dia frutti.

Dunque per entrare nel regno occorre una «giustizia», cioè di un modo di concepire e di vivere la santità, diversa rispetto a quella vissuta e predicata da scribi e farisei – che pure erano persone ineccepibili – ed è evidente che essa non si riduce all’osservanza formale delle nome, ma esige il coinvolgimento del cuore e la creatività di un’intelligenza generosa.

Che cosa questo significhi Gesù lo spiega intervenendo su questioni pratiche. (Qui ci fermiamo solamente sulle prime due).

Riguardo all’omicidio Gesù dice che è passibile di giudizio, cioè di condanna, non solamente chi uccide materialmente, ma anche chi è omicida nel cuore e nutre sentimenti ostili verso qualcuno; questo avviene ogni volta che non si riconosce nel prossimo un fratello e non ci si occupa di lui aiutandolo a vivere con gioia. In altri termini la legge osservata formalmente non assicura la comunione con Dio, se non se ne viene assimilato lo spirito; infatti, la santità di Dio illustrata dalla legge richiede un profondo coinvolgimento del cuore; anzi essa comincia propriamente dal cuore, che deve educarsi a nutrire gli stessi sentimenti di Dio, il quale non giudica e non condanna, lui che potrebbe farlo, ma usa misericordia verso tutti, buoni e cattivi (cf Mt 5,45).

L’annuncio di Gesù consola coloro che, pur provandoci, sperimentano di essere sempre mancanti verso la lettera della legge. Gesù afferma che la perfezione formale non rende nessuno giusto e degno davanti a Dio. Dio infatti guarda il cuore e sa che spesso vi sono sentimenti buoni in persone dalla vita piena di difetti. Ne deriva una pedagogia della virtù diversa da quella insegnata dai farisei; Gesù insegna prima di tutto a vivere i sentimenti di benevolenza di Dio, che è Padre di tutti, e poi di conformarvi le scelte e i comportamenti con intelligenza e generosità.

Gesù interviene anche sul culto, l’espressione più alta e solenne della fede. Dio non gradisce la lode di chi non è in comunione col fratello. Lo stato di divisione fa dell’uomo un accusato che può incorrere nei rigori del giudizio. La vita, paragonata a un viaggio, è il tempo nel quale ristabilire la comunione infranta, così che non accada di incontrare un Dio giudice, che chiede conto di un culto svuotato dalla mancanza della sola cosa che gli rende veramente gloria, cioè l’amore fra gli uomini. Dove non esiste la carità, il discepolo del Signore si adopera con ogni mezzo perché nasca e viva. Concretamente, infatti, la carità dona visibilità all’amore di Dio verso le creature. La carità potrebbe anche essere rifiutata, ma da parte del Discepolo non può venire meno, perché essa parla di Dio ed è la porta aperta a chi cerca la vita.

Alla fine la risposta più chiara e forte alla domanda di chi cerca la vera libertà portata dal Signore la si può trovare in S. Paolo, che ai Galati scrive così: «Voi, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri. Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri! Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge. Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è Legge. Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito. Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri.» (Gal 5,13-26).